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Mirella Gregori, l’altra Emanuela Orlandi

Rita Di Giovacchino sul Fatto ritorna sulla storia di Mirella Gregori, rimasta famosa come “l’altra Emanuela Orlandi”, e sul presunto collegamento tra i due fatti. Il Fatto parte dal racconto della sua scomparsa:

 

Il 7 maggio 1983, giorno della scomparsa, alle 14 suonò il citofono. La madre, la sentì ridacchiare: “Dimmi chi sei… fra un po’ ok?”. Prima di uscire aveva messo le scarpe con il tacco, alla madre disse che andava a Villa Ada con i compagni di scuola. Alta, tutta ricci, quella figlia la impensieriva: aveva scoperto che da qualche tempo, al bar sotto casa, dove stava sempre a confabulare con Sonia, la figlia dei proprietari, sedeva spesso al tavolo un cliente di 35-40 anni. Uno con giacca e cravatta, fronte stempiata. Cosa ci faceva un uomo adulto con due ragazzine? Mirella non era mai andata a Villa Ada, si scoprì poi, e l’amica Sonia non ha mai rivelato con chi avesse appuntamento sotto la statua del Bersagliere. Come le amiche di Emanuela si mostrò reticente.

Chi era l’uomo del bar?

Per 16 anni, dal 1985 al ’97 è stato identificato con Raul Bonarelli, alto funzionario della Vigilanza vaticana, unico indagato prima di don Vergari per concorso in sequestro di persona, poi archiviato. Abitava in via Alessandria, sopra il bar De Vito. A mettere in relazione la scomparsa di Emanuela e Mirella fu un articolo comparso il 3 luglio su Pan o ra m a , seguirono volantini firmati dal sedicente Fronte Turkesh, e perfino papa Wojtyla, da allora, nei suoi appelli per la liberazione di Emanuela aggiungeva il nome di Mirella. Pochi fecero caso che nella foto di Panorama, Mirella appariva radiosa e sorridente accanto a Wojtyla: era a una cerimonia del Papa con gli studenti. Che ruolo ha avuto quella foto nella scomparsa della ragazzina?

In realtà, nell’articolo della Di Giovacchino c’è da segnalare qualcosa di importante. Ovvero, che le telefonate che mettevano in relazione la scomparsa della Gregori con quella della Orlandi cominciavano esattamente DOPO che venne pubblicato l’articolo di Panorama. Una stranezza di primo piano che dovrebbe anche far comprendere l’incongruenza delle tesi che vogliono mettere in relazione le due sparizioni invece che i depistaggi presenti nei due casi:

Nel 2006, quando il pm Capaldo ha riaperto l’inchiesta, sugli scaffali della Mobile c’era soltanto una cartellina vuota. Sappiamo però che la sera del 12 settembre ’83 al bar Volturno, gestito dai genitori, arrivò una telefonata strana. L’anonimo chiese alla sorella un intervento di Pertini per la liberazione di Alì Agca. La novità è che il telefonista di via Volturno, accento romanesco, potrebbe essere lo stesso “Mar io”, che telefonò a casa Orlandi dopo la scomparsa di Emanuela. Quel Giuseppe De Tomasi, alias Sergione, l’ex commercialista di De Pedis. Il nastro è ormai rovinato, ma sappiamo anche che la voce di Mario è assai simile a quella del telefonista che nel 2005 chiamò “Chi l’ha visto”, tanto che la polizia l’attribuisce a De Tomasi jr, il figlio. Di questa telefonata viene ricordata soltanto la prima frase (“Se volete scoprire chi ha rapito Emanuela Orlandi…”), ma il seguito riguarda Mirella: “Chie – dete al barista di via Montebello, che pure la figlia stava con lei… con l’altra Emanuela”. Il bar di via Montebello è quello dei Gregori, all’angolo con via Volturno.

E qui rimangono da spiegare altre circostanze. La prima: come faceva De Tomasi a essere il Mario che telefonò a casa Orlandi se in quel periodo era in carcere, arrestato dal giudice  Lupacchini nell’ambito di una delle tante inchieste sulla Banda della Magliana? Nel frattempo, la Di Giovacchino riporta un’altra testimonianza:

Nel ’93 la madre, Vittoria Arzenton, in un’intervista a il Tempo, lanciò il sasso nello stagno delle indagini, raccontò che non avevano legami in Vaticano, non riuscivano a capire perché i sequestratori mettessero in relazione il rapimento della figlia con il caso Orlandi. “Ma il Signore ha accolto le mie preghiere e mi ha tolto dal buio più profondo il 15 dicembre 1985”. Quel giornoWojtyla andò in visita alla parrocchia di San Giuseppe per incontrarli e fu lì che Vittoria incrociò Raul Bonarelli, addetto alla tutela del Papa: “Era lo stesso che si intratteneva al bar con mia figlia”. Il funzionario fu messo sotto inchiesta. Dieci anni dopo, il giudice Rando decise di mettere a confronto Bonarelli con la madre di Mirella. La donna, così sicura di rivelare quel nome ai giornali, non lo riconobbe, 10 anni sono tanti. Al giudice Rando non restò che archiviare la sua posizione.

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