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Giornalettismo estatedi Alessandro D'Amato (Gregorj)
pubblicato il 10 agosto 2009 alle 09:02 dallo stesso autore - torna alla home

Aldo Grasso, la cui onestà intellettuale è indubbia, lo scrive chiaro e tondo sulla prima pagina del Corriere della Sera. E questo non può che essere un buon segno. Perché significa che almeno qualcuno, in questo paese, si rende ancora conto che la Rai è un servizio pubblico pagato con i soldi dei cittadini, e che, in quanto tale, nel momento in cui si mette a fare joint venture con il suo principale competitor privato ai danni di un altro concorrente, apporta indubbi squilibri a un mercato, quello dell’offerta mediale e informativa italiana, che fa ridere i polli. L’accordo tra Saxa Rubra e Mediaset in funzione anti-Sky è infatti già operativo in questi giorni: la finale di Supercoppa italiana, della quale la Rai ha acquistato i diritti, è finita criptata sul satellite, non permettendone la visione. Per “ammirare” la partita bisognava o possedere un decoder per il digitale terrestre, o rivolgersi al caro, vecchio etere, con tutti i problemi che questo comporta: la stessa cosa, la televisione pubblica la sta facendo con alcuni vecchi telefilm, dei quali inibisce la visione a chi ha il satellite, permettendola però a chi usa il Dtt.

L’atteggiamento della Rai è di non facile lettura, e comunque non in linea con la nozione di Servizio pubblico (SP) rappresenta ta ad esempio dalla Bbc, che fin dalle origini ha par torito l’idea della tv come bene comune di importan za nazionale, al pari della luce, del gas, dei trasporti. Il SP, in quanto retto da un canone, dovrebbe fare in modo che i suoi servizi siano totalmente pubblici (parliamo delle reti gene raliste), e cioè visti dal più alto numero di persone, indipendentemente dalle piattaforme di trasmissio ne, considerate «tecnolo gicamente neutrali». Il fatto che la Rai sia entrata in conflitto con Sky, con il ri schio di negarsi a quasi cinque milioni di fami glie, costituisce un uni cum in Europa. In nessun altro Paese le politiche dei public service broadca sting hanno condotto alla ritirata da una piattafor ma distributiva. Talmente un unicum che il governo italiano ha già pronta una legge che servirà a giustificare il divorzio.

Il motivo del contendere risiede nell’accordo non-trovato (o per meglio dire: nemmeno cercato) con Sky per la trasmissione di alcuni suoi canali (RaiSat) sulla piattaforma di Murdoch e Mockridge: il primo punto di rottura tra la televisione pubblica e il colosso privato, seguito poi dall’annuncio dell’apertura di una piattaforma satellitare insieme a Mediaset e La7 al puro e precipuo scopo di fare la guerra a Sky sul proprio settore, facendo sì che l’attacco “concorrenziale” (in realtà, tipico del “duopolio collusivo” – la definizione è di Salvatore Bragantini – che in questi anni ha spiegato perfettamente il comportamento di Saxa Rubra e Cologno Monzese). E mentre c’è chi giustamente, come le associazioni dei consumatori, chiede giustamente che dal canone venga defalcata l’offerta di Sky rifiutata da Mediaset per i suoi canali satellitari (350 milioni di euro in sette anni), Grasso commenta:

L’impressione è che la Rai non attui una politica a favore della propria audience (a coltivare la qualità della propria audience, come imporrebbe un altro dogma del SP), quanto piuttosto a favore di quello che un tempo era il suo unico competitor, Media set. Ci sono altri indizi che rafforzano que sto dubbio: il potenziamento del DTT con soldi pubblici ha favorito non solo la Rai, o la nascita del consorzio TivùSat, la nuova piattaforma che diffonderà via satellite, ma con un nuovo decoder, gli stessi pro grammi trasmessi in digitale terrestre da Rai, Mediaset e La7, o il fatto che sia il SP a dover in qualche modo risarcire Europa 7 attraverso una cessione di sue frequenze (l’emittente di Francesco Di Stefano che nel 1999 aveva vinto la gara per una concessione nazionale, ma non aveva trovato posto, già occupato da Retequattro).

Tutto giusto, tutto vero. E anche difficilmente contrastabile, nell’attuale condizione storica. Se non, forse, in una maniera: togliendo del tutto i canali Rai dalla piattaforma satellitare di Sky, che potrebbe sostituirli con i propri. Diciamolo chiaramente: cosa, se non l’abitudine e il calcio, ci costringe a vedere la merdosissima programmazione di Rai2 o Canale 5? E allora Sky potrebbe rinunciare del tutto alla Rai, e nel frattempo far notare che a questo punto, non essendoci servizio pubblico sulla sua piattaforma, il cittadino che volesse usufruirne dopo il distacco della tv via etere potrà anche non pagare più il canone. Un bel risparmio, che magari potrebbe giustificare anche un piccolo aumento del prezzo della tv satellitare, necessario per aumentare l’offerta. Così voi, Mediaset e Rai, vi fate la vostra tv a immagine e somiglianza di chi volete, ma nel frattempo chi non apprezza le vostre brutte facce si risparmia quel furto legalizzato annuale del canone. Oppure, visto che trattasi sì di tassa di possesso, ma va a finanziare nei fatti un’azienda con una natura giuridica privata (ancorché fin troppo pubblica nella sua gestione), semplicemente si metta il cittadino nelle condizioni di decidere chi finanziare, a seconda della tecnologia che utilizza per vedere la televisione. Si può fare, no?

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