La Lazio con una gara al risparmio invece porta a casa Coppa e gli stessi yen
“I traditori di tutti” è un noir, il secondo o terzo non ricordo, di Giorgio Scerbanenco, un autore considerato un genio perchè in pratica non è arrivato al quarto. Che sia degli anni ’60 lo si evince subito: non ci sono parolacce. E non ne trovereste neanche nel “Nido d’uccello”, l’algido ed accaldato olimpico di Pechino che ospita al chiuso per qualche milionata di euro, vitto, soggiorno e le solite scene d’entusiasmo la pletorica Supercoppa italiana 2009. Quest’anno l’inutile riempitivo è messo in palio tra l’Inter schizofrenica che prima punta Quagliarella un felino esterno (l’ennesimo) e prende poi due centravanti e la Lazio che tanto per cominciare col risparmio taglia tre posti in aereo a tre irriducibili della sua rosa il giorno in cui si riapre la caccia a Chinaglia. Lotito è una cara persona, anche pittoresca: ha solo il difetto di voler stravincere. O niente. Pare non ci siano alternative. E invece. Per fortuna che c’è Mourinho, per il quale vincere va bene uguale sennò perdi. In una caciara gialla di entusiasti, di quell’entusiasmo un po’ patetico che hanno i fan di cose come sport e fair play e bel gioco, e pidocchiosi sembra l’unico che tra bene e male, perdere e vincere, conosca non solo l’esatto peso, numero e squallore dei possibili sbocchi. Ma anche, tra il vincere e il nulla, la differenza.
Alle 14 italiane, scendono in campo due moduli speculari. Difesa a quattro, centrocampo a rombo, le due punte. Ballardini schiera Muslera tra i pali, Kolarov a presidiare la fascia sinistra con Lichtsteiner su quella opposta, l’anziano Siviglia in gita premio alla carriera e il veloce economico Diakitè centrali, a centrocampo l’eterno Baronio, l’amico di Pirlo, quello che tra i due doveva e invece, centromediano con Mauri l’eterna riserva a sx e Brocchi quello che a Milano ha preso più discobar in gestione che avversari a dx, Matuzalem vertice alto a ripetere Simplicio del Ballardini scorso senza averne i piedi prensili, segue il duo di punta Zarate di certo un miglioramento rispetto a Miccoli e Rocchi stranamente in campo, invenzione del genio di Lotito mutuata dal tennis, il capitano non giocatore. L’Inter risponde praticamente uguale. J.Cesar, Maicon destra Zanetti sinistra, una delle coppie centrali migliori sulla carta del nuovo campionato ossia Chivu e Lucio, Cambiasso vertice (basso) dell’ensemble con Thiago Motta interno sinistro, Muntari destro, Stankovic mezz’ala di raccordo, costretto ad inventarsi idee e proposizioni proprio in finale di carriera quando invece si tira a campare, ed Eto’o / Milito double di doppioni al centro dell’attacco. Arbitra Morganti di un paese quando gli andava bene sfottuto per anni ed oramai dimenticato da tutti, Ascoli Piceno. I più fortunati la vedranno in tv, per tutti gli altri bene educati dalla televisione c’è la radio. Un’ora e oltre a cercare con le dita un video che non c’è, a inseguire per aria un replay anche col lapis. A fare i conti con la propria incapacità di immaginazione e a rimpiangere il disprezzabile, comodo e impiccione voyeurismo del Grande Fratello. I primi cinque minuti lasciano spazio all’immaginabile: ce n’è per tutti.
Ad interrompere un lezioso ed ordinato possesso palla da primo giorno di scuola nerazzurro culminato in un numero del deb Eto’o ci pensa un famelico, lotitesco, contropiede culminato in una intemerata di Matuzalem. L’Inter perna su Stanko e fa salire i suoi. Numeri di Zarate, di Eto’o. Che è bravo e l’abbiamo capito. Se basti, è un altro discorso, se basti è mancia. Perfetto comunque per il rebus annuale di quest’Inter: se inseguire il dio Bel Gioco e se questo signore che nessuno ha veduto mai alla fine facendo il doppio di fatica e sforzo paghi. Ritmi blandi. Una conferma: Melito non è il terminale. Non è nulla, è altro. Un signore di campagna abituato alla servitù. Su Stanko che poverino allunga la sfera nella sua zona di competenza, il nobil uomo tapino rantola. Eto’o invece pensa con la neo furbizia dei paesi emergenti di rendersi utile. Nel dubbio, in un impeto di saggezza espresso dall’entusiasmo dell’esordiente o dalla fortuna del dilettante che dir si voglia fa la cosa semplice. Pressa e induce all’errore l’avversario, non certo padrone dei fondamentali. Gli va di lusso. I lisci laziali si sprecano. Su uno di questi, Siviglia, al quarto d’ora Milito fa Milito, tiene palla, fa blocco e lo serve. Muslera come la maggior parte dei portieri saponetta di nuova generazione, muscolari ipertrofici che alla (p)resa dei conti si concedono sempre una seconda possibilità, si salva in due tempi. Il terzo tempo lo passa stringendosi la mano magari dolorante. Zarate quando la lancetta volge al numero venti incarna la sensazione a pelle dei vecchi calciofili ogni qual volta esiste visibile un predominio netto nel possesso di palla: quegli altri al primo contropiede li fregano. E difatti. L’uomo passato pur di fare carriera dai rubinetti d’oro dei generosi cammellieri all’acqua minerale naturale del rubinetto di Formello salta l’uomo e conclude benissimo dai venti metri. Angolo, ma a portieri invertiti sarebbe andata come doveva. I gradi intanto sono 30, l’umidità di un impianto disumanamente chiuso su se stesso e buono forse solo per uccidere legalmente fantini e cavalli incalcolabile. Come i cinesi, d’altronde. I quali del tutto imperturbabili continuano a fare il tifo. L’Inter eccetto il solito Maicon e l’altro Matusalem(me) in campo, Lucio, tenuti su lotitescamente più che altro da non aver fatto ferie, dalla preparazione svolta per la Confederescions cap, fa il compitino. Manca Ibra. L’uomo che fa la differenza in questo otto di agosto lontani da casa e Barcellona sta dall’altra parte, sprecato nella polisportiva coi colori del cielo solo lo si potesse vedere qui al chiuso. Zarate: ventinovesimo, Muntari ammonito, ed è tutta colpa sua. L’atletico ed inguardabile gregario nerazzurro cerca di riscattarsi e fa anche peggio, come sempre accade in questi casi: è nelle condizioni di tirare praticamente un rigore, solo sul dischetto, la palla gli sbalza maligna che già fosse rimasta a terra chissà, altissimo al minuto trentadue dopo degli scolastici uno-due.




Me dispiace Ricchiù, ma la Lazio c’ha’r veleno e sempre aesseriommamerda!!!
Me stavo a scordà, Scerbanenco non scriveva romanzi, ma racconti e ne ha scritti molti più di quattro.
Nel testo è scritto “noir”. Non “romanzi” o “racconti”. Di “noir” Scerbanenco pare ne abbia sfornato un poker perché poi ha lasciato questa valle di lacrime. Pazienza.