La Innse di Lambrate non è solo un episodio di cronaca. E’ una questione nazionale, che rischia di diventare sempre più drammatica. Una questione di fondo che da molti anni è sostanzialmente ignorata. La questione della sicurezza sociale ed economica delle persone. Perché è inutile girarci intorno: se un sistema economico non è in grado di garantirla, è destinato a crollare. Fu l’evidente arretratezza economica rispetto all’occidente, unita a regimi che negavano la libertà di pensiero e di espressione, a far collassare il blocco sovietico. Ora, come accadde già nella crisi del ’29, questa minaccia grava su di noi. Probabilmente non con le stesse dinamiche, non con la stessa forza distruttrice, ma è un pericolo che c’è, soprattutto nei paesi più fragili come l’Italia.
Anche in Italia alcuni ce l’hanno chiaro, a destra e a sinistra, anche alcuni del governo, al di là delle dichiarazioni ottimistiche di facciata. Il problema è lì, sullo sfondo: ci lancia le prime avvisaglie come nel caso della Innse di Lambrate e ci aspetta probabilmente tra settembre e gennaio. Per anni è stato fatto credere che la soluzione per lo sviluppo, la competitività e il benessere fosse la flessibilità del lavoro. Una “mano invisibile” avrebbe comunque “trovato la quadra” tra chi cerca un lavoro e chi lo offre e i meccanismi virtuosi del mercato avrebbero portato, grazie alla facilità in entrata e in uscita dal posto del lavoro, alla prosperità delle imprese e all’aumento del benessere complessivo, garantendo quella sicurezza di fondo che l’epoca – tramontata e probabilmente irripetibile – del “posto fisso” aveva regalato.
Invece, il sogno si è spezzato: quei meccanismi funzionano male, portando una precarietà diffusa tra le categorie meno protette (giovani e donne in primis), anche nei periodi di espansione, quando la congiuntura “tira” perché aumentano indubbiamente la quantità di persone che lavorano ma non ne sviluppano le prospettive di lungo termine (stabilità, sicurezza, aspettative di carriera). Ma vanno drammaticamente in crisi quando la congiuntura non tira, perché mentre una merce invenduta non si lamenta e non soffre, un lavoratore che perde il posto lo fa. E se a perdere il lavoro sono in tanti, ne risente tutta l’economia, perché la gente non consuma, le prospettive peggiorano e le imprese non investono, in una perversa spirale negativa che rischia di avvitarsi su se stessa.
Certo, è impensabile – e sarebbe un rimedio peggiore del male – tornare al dirigismo statalista o a relazioni industriali contraddistinte da bizzarre teorie come quella del “salario variabile indipendente”. E il capitalismo avrà pure i “secoli contati”, ma per molto tempo sarà difficile trovare di meglio. E nell’attesa, senza una vera prospettiva di sviluppo per questo paese, una politica industriale “nuova”, riforme profonde su molti versanti (welfare, fisco, liberalizzazioni, efficienza e semplificazione Pa) l’ Italia non avrà speranze per una sicurezza economica e sociale duratura e sostenibile. E in questo paese asimmetrico e diseguale, senza il ritorno di una vera politica economica regionale (sgombrando il terreno dal secessionismo mascherato da federalismo e dal meridionalismo confuso con l’assistenzialismo) l’Italia è destinata ad un rovinoso declino. La pesante rottura di ieri tra governo e regioni da questo punto di vista non è un bel segnale.
Non c’è molto tempo, anzi il tempo è scaduto. L’Italia oscilla tra un governo con una maggioranza numericamente solida ma politicamente sfaldato (e non solo da oggi, al di là della facciata), privo di credibilità internazionale e che sta “tirando a campare” e un’opposizione incapace persino di opporsi (figuriamoci di governare!). E un corpo sociale e produttivo spesso “vecchio”, corporativo, con lo sguardo rivolto al passato. Ma ci sono anche tante energie “nascoste” e represse, che aspettano solo di essere liberate. Sonnecchiano, mentre servirebbe davvero che si mettessero in moto. Lo abbiamo scritto un anno e mezzo fa, lo ripetiamo oggi: “Svegliati, Italia!”




L’ITALIA PER SALVARSI, ALMENO IN PARTE DOVREBBE:
STACCARSI DAL CENTRO SUD.
ELIMINARE LE 4 MAFIE
CHIUDERE LE FRONTIERE
MANDARE A CASA I CINESI
FAR LAVORARE SOLO ITALIANI E NON EXTRACOMUNITARI
ACQUISTARE SOLO BENI E PRODOTTI ITALIANI
ABBASSARE LE TASSE SOTTO IL 30%
ELIMINARE BALZELLI FISCALI
RADDOPPIARE GLI STIPENDI CHE RISPETTO AI PRODOTTI VENDUTI IN EURO (AL DOPPIO)SONO RIMASTI IN LIRE ITALIANE.
COSI’ FACENDO L’ITALIA DEL NORD DIVERREBBE UNA DELLE POTENZE MONDIALI (EFFETTIVE) INDUSTRIALI.
…AL CONTRARIO LA FINE SI AVVICINA….
PADANIA LIBERA E SECESSIONE
Scagliarsi contro la flessibilità sul mercato del lavoro e pretendere di salvare ogni azienda in difficoltà coi soldi del contribuente sono due modi per impedire lo sviluppo delle “energie “nascoste” e represse” di cui parli , che rimangono tali anche per colpa della legislazione sul lavoro precedente alla riforma, non certo per l’influenza di una “Mano invisibile” che in Italia non si vede se non in sporadiche eccezioni.
Il problema italiano non è quello dell’eccesso di flessibilità: è quello di un sistema a due strati, dove una casta di lavoratori protetti scarica tutti i costi su quelli che non lo sono. Eliminiamo i privilegi di quella casta e avremo lo spazio per eliminare i “precari” . Se estendiamo a tutti l’impiego a vita, e l’alternativa saranno il lavoro nero e il rischio di non trovare mai più un lavoro se l’azienda fallisce.
Pietro Ichino, non certo un noto reazionario, ha centrato in pieno il problema: ritardare il fallimento e la ristrutturazione delle aziende impedisce anche ai dipendenti di cercare nuove opportunità e scoraggia le aziende sane ad investire e quindi a creare posti di lavoro.
La vicenda Innse dimostra soprattutto che l’Italia è una nazione che conosce il funzionamento di un libero mercato meno degli ex stati totalitari sotto dominazione sovietica. Lì, perlomeno, lo choc del crollo ha dimostrato in pieno il fallimento del sistema; in Italia, invece, lo sfruttamento sistematico delle sacche di efficienza permette al resto di ignorare la realtà e pretendere che un’azienda debba essere “salvata”, a spese di tutti noi, anche se non riesce a produrre a prezzi che permettano di pagare i costi di produzione.
Qualcuno mi legge, o perlomeno la pensa uguale a me. Grazie.
http://gold.libero.it/perleaiporci/7477892.html
http://gold.libero.it/perleaiporci/7482232.html
P.S. Qualcuno riesce a spiegare ai leghisti che quello che dicono li qualifica come fascisti della peggiore risma?
Basta seguire i “consigli” di comicissimomix è tutto finirà (nel senso letterale del termine).
@paki:
Sostieni l’esatto contrario di quello che servirebbe.
@JFK:
Guarda che siamo d’accordo. Rileggi l’articolo, dice più o meno (a parte qualche diversa “intonazione”) le stesse cose che dici tu. Il “fallimento” delle riforme Treu-D’antona-Biagi sta soprattutto nel fatto che sono state in realtà riforme Treu-Bassolino-Maroni (Sacconi), nel senso che sono state applicate solo parzialmente e in modo distorto rispetto alle idee originali dei loro autori. Sul sistema a due strati di cui parli ho scritto più di un articolo qui su G.
Resta il fatto, su cui è difficile non convenire, a parte chi vive nel paese dei balocchi, che un sistema che non riesce a garantire la “sicurezza” economica (che non è, come è scritto chiaramente, il ritono al “posto fisso” o al “salario varibile indipendente”) non riesce ad avere vita lunga
Ciaooo!
@Francesco:
Grazie per i link che hai lasciato. Non li avevo letti, e sono molto interessanti. ^_^
@ambrogio:
Ehilà, come va? Tutto bene dal paese dai balocchi? O sei già passato alla “fase due”?
C.
Pingback: pligg.com
garantismo generalizzato in economie garantite
allora si
povertà diffusa in economie non protette nonostante la debolezza
è questo il punto, non possiamo competere con chi è più pezzente di noi e disposto a maggiori sofferenze
per cui o ci rimbocchiamo le maniche e siamo disposti a soffrire e a morire di fame con la speranza di una prox Resurrezione quando la ristrutturazione sarà terminata o ci difendiamo trasferendo ai pezzenti i ns vizi e garanzie
è solo un gioco dell’ economia (Finardo Finardi)
perdonate ….è il sole….
Comicissimomix ancora non riesci a capire che sei solo il vecchio che avanza (te daremo ar gatto).
@Terè:
Beato chi sta al sole…^_^
@Ambrogio:
Ma non ero quello che non capisce nulla? Come faccio a capire una qualsiasi cosa, allora? Non contraddirti!
Oh, salutami il paese dei balocchi, che a me non mi hanno accettato perchè il posto l’avevi già preso tu! ^_^
L’articolo dice cose sacrosante, tuttavia tralascia la più importante di tutte: gli attori, ovvero gli italiani che sono gli artefici della matassa.
L’italia si deve rialzare e tornare quella che sappiamo essere!
@Lucius:
Grazie. E’ ovvio che artefici del destino dell’Italia non possono che essere gli italiani. Sono loro che devono “svegliarsi”
@oneenergydream:
Proprio così. Può succedere, anche se non è facilissimo.
C.
“Scagliarsi contro la flessibilità sul mercato del lavoro e pretendere di salvare ogni azienda in difficoltà coi soldi del contribuente sono due modi per impedire lo sviluppo delle “energie “nascoste” e represse” di cui parli , che rimangono tali anche per colpa della legislazione sul lavoro precedente alla riforma, non certo per l’influenza di una “Mano invisibile” che in Italia non si vede se non in sporadiche eccezioni.”
Scusa, ma, perché non cominci tu? E’ facile fare l’economista sulla pelle degli altri. Vai in Puglia a raccogliere pomodori a 30 euro a giornata pagandoti di tasca tua le trasferte. Vai a fare il peruviano che porta le pizze a domicilio, o l’indiano che munge le vacche.
E’ fin troppo facile osannare la “perfezione” del mercato fintanto che non si è soggetti alle sue regole.
Le tue prediche hanno la stessa autorevolezza di quelle dell’arcivescovo medievale che predica la castità nelle messe in latino (la cui accessibilità alle masse è paragonabile a quella delle teosofie economiche odierne) e che poi pratica la fornicazione e la simonia.
Tu sul mercato del lavoro non ci starai mai…perché sei un italiano privilegiato, perché spari le tue quattro stronzate e campi sulla pelle di chi tutti i giorni lotta nel far west contemporaneo in cui un euro in più o in meno fa la differenza tra la dignità e la fame.
Tu sei un parassita. Lo siamo tutti noi.
Come tutti i parassiti tu non saresti in grado di provvedere a te stesso nel momento in cui gli schiavi si rifiutassero di rifornirti di beni primari per la tua sussistenza.
In buona sostanza tu sei un sacerdote, un primus inter minus habentes, uno che gode di privilegi di casta e di natura perlopiù indipendenti dai propri meriti e dal proprio valore.
Per l’appunto, un parassita.
E difendi i tuoi interessi parassitari.
@ Comicomix: la mia irritazione non era verso di te, ovviamente; è verso chi finge di non vedere i costi di certe politiche, preferendo sognare salvo stupirsi che le realtà sia differente.
Z, definisci chi lavora “schiavo” e chi non conosci – e non leggi – “parassita”. Goebbels e Pol Pot sarebbero fieri di te.
Non ho mai lavorato in un lavoro dove qualcuno fosse obbligato a pagarmi per un lavoro in cui non fosse pienamente soddisfatto, quindi non mi sento certo in colpa per come vivo.
La perfezione è un’allucinazione di chi pensa di risolvere i problemi con una palingenesi rivoluzionaria, la via sicura al massacro. Personalmente, preferisco un sistema che funziona ragionevolmente piuttosto che la miriade di utopie che hanno devastato mezzo mondo negli ultimi due secoli,o le tirannie che lo hanno oppresso nei millenni precedenti.
Torna quando le medicine avranno fatto effetto, per favore.
@ Comicomix
A me non sembra ovvio, nel senso che non si legge (negli articoli che parlano dei problemi “italiani”) quasi nulla che faccia riferimento agli italiani artefici. Un motivo ci sarà …