Essere scagionati da un esame del Dna comporta la libertà per chi è stato condannato ingiustamente, direte voi. E invece no, almeno negli States non è così. Non sempre le prove scientifiche sono sufficienti a rivedere la storia scritta nelle aule dei tribunali. A volte nemmeno a riaprire un processo. La realtà, in sostanza, è ben diversa da quella che si potrebbe immaginare guardando in tv un episodio di CSI “Crime Scene Investigation”. A Baltimora, ad esempio, il 7 luglio un giudice ha stabilito che le prove scientifiche non sono necessarie per garantire una condanna. Strano, visto che l’uso del Dna come strumento di indagine negli ultimi tempi è in costante e rapida crescita: coloro che sono stati ingiustamente condannati ai tempi in cui non era ancora possibile effettuare quel tipo di test non riescono ancora a beneficiarne. E’ il caso di William Osborne, detenuto in Alaska per uno stupro che avrebbe compiuto nel 1994, che, a causa di una recente sentenza della Corte Suprema, non ha diritto alla prova del Dna per provare la sua innocenza. Il suo legale Nina Morrison, dell’Innocence Project, teme che la sentenza costringa molti innocenti a restare in carcere o addirittura a pagare con un’esecuzione capitale.
Eppure i risultati ottenuti finora parlano chiaro. Dal 2005, dall’approvazione del Dna fingerprint Act, le autorità federali americane hanno raccolto i dati relativi al Dna di ogni detenuto o arrestato. La banca dati nazionale dell’Fbi acquisisce profili del Dna di oltre un milione di persone in un anno, e a maggio scorso, Codis, un indice dell’Fbi che confronta le prove giudiziarie con quelle locali, statali e nazionali, ha scoperto circa 90.000 “cold hits”, 90.000 casi in cui le prove raccolte in un caso irrisolto corrispondevano ad uno dei profili raccolti dall’Fbi. Questo metodo ha portato a numerosi arresti e condanne. Ma nemmeno questi dati, a quanto pare, bastano a convincere oltreoceano. Tre stati (Alaska, Massachusetts e Oklahoma) non danno in nessun caso ai detenuti il diritto di sottoporsi al test del Dna, impedendo agli innocenti di essere facilmente scagionati. L’accesso alle prove è difficile, impossibile da ottenere nonostante l’insistenza degli avvocati. In altri casi, invece, un test viene consentito solo in circostanze limitate, come nel caso del Kentuhy, dove l’esame del Dna viene consentito solo ai condannati a morte. Agli ergastolani, invece, no. In Texas ed in Illinois, che consentono l’accesso al test solo dopo la sentenza di condanna, il numero del rovesciamento delle sentenze è sensibile: stando ai dati dell’Innocence Project, sarebbero rispettivamente 38 e 29.
In Texas, dove avvengono la metà delle esecuzioni degli Stati Uniti, a maggio è passata una legge con la quale viene istituita la giuria consultiva sulle sentenze ingiuste Timothy Cole, dal nome di un uomo scagionato grazie al test del Dna. Si tratta di un comitato istituito per studiare le cause delle sentenze ingiuste ed identificare i metodi e gli strumenti giusti per impedirle. Il gruppo riporterà al governatore i risultati del lavoro non più tardi del 2011. I giudici, intanto, non mollano la presa. Grazie agli strumenti che hanno a disposizione, i pubblici ministeri possono facilmente declinare le numerose richieste di test del Dna avanzate da parte dei detenuti. Sostengono che i casi potrebbero essere infiniti ed eccessivamente costosi. Senza limiti si troverebbero di fronte a richieste assurde, dicono. Ma queste argomentazioni danno l’impressione di essere deboli, soprattutto se si pensa che si parla di esame del Dna, uno strumento che può stabilire la colpevolezza o l’innocenza in breve tempo e con un margine di errore praticamente nullo.
Perché allora tanta opposizione alla verità? Il sistema giuridico americano incoraggia il patteggiamento: le persone accusate accettano una condanna molto più bassa di quella che verrebbe inflitta se fossero stati scoperti colpevoli. E’ una pratica abusata in Usa. In assenza del test del Dna è chiaro che anche le persone innocenti giungono alla conclusione di accettare una soluzione del genere, perché la ritengono la soluzione più sicura. Una diffusione in toto del test del Dna equivarrebbe a togliere il coperchio da tutti i mali e le contraddizioni, pure gli errori, della giustizia americana. Steven Benjamin dell’Associazione Nazionale dei penalisti non ha dubbi: sostiene che le restrizioni dei test post sentenza siano il risultato della paura della verità da parte della giustizia americana. Ed è probabile che abbia ragione.
























Cioè i giudici si opporrebbero al test del DNA altrimenti i processi non si concluderebbero più coi patteggiamenti? E ai giudici cosa gliene cala, non ho capito? Se si ha il DNA si allunga o si abbrevia un processo rispetto alla conclusione col patteggiamento?
Che vantaggi ha il sistema a tenere una persona innocente in prigione?
Puo’ essere che non ci fanno una gran bella figura ammettendo di aver messo al fresco un sacco di persone innocenti…
Interessante articolo.
Caro Donato non è che avresti qualche lettura da consigliarmi riguardante l’argomento ?
Non sarebbe male, per quanto mi riguarda, approfondire la questione.
A me sembra abbastanza ovvio. Tutti i familiari delle persone ingiustamente condannate a morte potrebbero richiedere risarcimenti miliardari all’amministrazione americana. Credo stia tutto qua.