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Pensare alla morte porta alla pazzia

 

Melissa Bassi, 16 anni, ragazza uccisa dalla bomba fatta esplodere davanti alla scuola di Brindisi sabato 19 maggio. Studentessa. Tarik Naouch, 29 anni, morto nel terremoto di domenica 20 maggio a causa del crollo avvenuto nella ditta Ursa, a Ponte Rodoni di Bondeno, nel ferrarese. Operaio in una fabbrica di polistirolo. Gerardo Cesaro, 57 anni, travolto dal crollo del tetto alla Tecopress, sempre nel terremoto di domenica. Operaio. Leonardo Ansaloni di 51 anni, Nicola Cavicchi, 35 anni, della Tecopress di Sant’Agostino, vittime del terremoto. Nicola doveva andare al mare, ma il tempo era brutto e così aveva deciso di sostiuire un collega malato. Leonardo aveva due figli. Operai alla fonderia. Nevina Balboni, 103 anni, colpita in testa dalle macerie della sua abitazione di Sant’Agostino, anche lei durante il terremoto. Pensionata. Carmine Capozzi, 48 anni, di San Giorgio del Sannio, in provincia di Benevento, gettatosi mercoledì 23 maggio dalla scogliera perché oppresso dai debiti. Piccolo imprenditore, titolare di una stazione di servizio. Pensate per un minuto a queste persone con tenerezza e dispiacere. Il vocabolo tecnico è compianto. Vuol dire piangere insieme, unire il proprio cuore a quello di chi soffre e ha sofferto.

FREDDA E NUDA – E poi c’è il ragazzo di 16 anni che si getta dal diciannovesimo piano di un palazzo all’Eur; la madre di Padova che non ha i soldi per mandare il figlio in gita e cerca di ammazzarsi tagliandosi le vene; il bambino di 4 anni che sfugge per pochi minuti al controllo dei genitori (i bambini fanno così, a quell’età) e annega nello stagno dietro casa, nell’astigiano. Ogni giorno è buono per morire, purtroppo, e noi facciamo tanti commenti e tante congetture su coloro che muoiono in modo particolare, per singolari eventi o per ferocia. Poi ci sono gli altri, quelli che muoiono in altri modi. Ogni giorno una nuda lista di nomi. Nuda o meno nuda che sia, è sempre fredda. Un attimo ci dispiace, un attimo dimentichiamo. Facciamo così e diciamo che non bisogna pensare alle cose brutte e poi la tele pullula di serie televisive sugli assassini e sui morti ammazzati, nonché di programmi sui delitti più sanguinosi e perversi. Siamo attratti dalla morte, preferibilmente se è quella degli altri, e purché sia lontana è un argomento di conversazione come un altro, anzi meglio di un altro. Facciamo le scommesse su chi è stato a commettere questo o quell’omicidio, ridiamo dei plastici ricostruttivi della scena del crimine in cui ci hanno rimesso la vita ragazzini, vediamo le pallottole di CSI che entrano nella carne della vittima e ne trapassano gli organi, devastandoli.

SOTTO IL CAVOLO – Non pensiamo mai alla morte, solo ai morti, come se questo evento riguardasse sempre altri, come se fosse esterno a noi. Così quando la sua ala nera ci sfiora ci spaventiamo a morte, appunto, perché non siamo abituati, perché non vogliamo abituarci, perché non riusciamo a crederci. Non riusciamo a essere vicini a chi è scomparso, a chi sta male perché ha subito un lutto. Ci comportiamo come i bambini piccoli: loro pensano (perché glielo diciamo noi) di essere nati sotto il cavolo o di essere stati portati dalla cicogna, noi crediamo che si muore solo al cinema e al telegiornale e che basta mangiare roba bio o farsi il botul che si acquista l’eterna giovinezza. Anzi, a dire il vero i bambini piccoli di oggi ne sanno molto di più su come si viene al mondo di quanto ne vogliamo sapere noi su come il mondo si abbandona. La nostra società si è scissa da una parte fondamentale della vita, con la quale dovrebbe riconciliarsi. Guardiamo la morte come patologi, come investigatori, come sacerdoti e con cento altri occhi, ma abbiamo smesso di guardarla come uomini e come mortali, per sciocca scaramanzia, che poi è solo paura, pura paura. Dicono che se si pensa per tot minuti al giorno alla morte si impazzisce. Invece non pensarci ci ha reso forse più sani?