Intere famiglie di persone infette dall’Hiv dalla città costretti ad emigrare in un villaggio fatto apposta per loro. Privati delle strutture sanitarie, del lavoro, di case sicure e dei servizi indispensabili di cui potevano liberamente godere fino a ieri. Come gli altri
La Cambogia è il paese asiatico col più alto tasso di persone infette dal virus Hiv. Nonostante le Nazioni Unite parlino di un calo delle persone colpite dall’Aids in Cambogia, di tutt’altro avviso è oggi l’Unaids secondo cui esiste il rischio di una concreta ripresa dell’epidemia: a rischio in una seconda ondata di infezioni sarebbe soprattutto la popolazione femminile, le prostitute, i loro clienti e le loro partner. I numeri, in ogni caso, parlano chiaro: stando ai dati del 2008 gli infetti, gente per ignoranza spesso discriminata perfino dagli stessi parenti, sarebbero 67.200 tra gli adulti e 3.800 bambini, su una popolazione complessiva di circa 14 milioni e mezzo di abitanti. L’Unicef, ad esempio, stima che in Cambogia siano addirittura 30.000 gli orfani dell’Aids di età inferiore ai 15 anni. Eppure di fronte ad uno scenario simile sembra non si imbocchi la strada giusta per affrontare il problema.
Per i malati di Aids, predisposte dal governo, son pronte delle colonie , che forse sarebbe meglio definire ghetti: tanto per rendere l’idea immaginate un posto in cui si vive in capannoni di metallo verde grezzo, dove fa caldissimo durante il giorno e manca del tutto l’acqua corrente. Una situazione difficile, soprattutto se ad abitarci sono persone in precarie condizioni fisiche. La colonia dell’Aids, la chiamano. Il governo cambogiano vuole allestire un sito del genere nella località Tuol Sambo, alla periferia della capitale, Phnom Penh. Già sono cominciati i primi trasferimenti di famiglie colpite dall’Hiv, circa venti, dal quartiere Borei Keila. “Vivranno lontani da strutture sanitari, senza servizi di sostegno, senza posti di lavoro: il governo ha creato di fatto una colonia dell’Aids”, denuncia Shiba Phurailapatam della Asia Pacific Network. Indignati tutti i rappresentanti delle associazioni per i diritti umani: le condizioni del sito non soddisfano nemmeno le norme per l’edilizia abitativa e di emergenza, avvertono. L’osservatorio per i diritti umani (Human Rights Watch) ha recentemente reso pubblica una lettera inviata al primo ministro cambogiano Hun Sen e al ministro della salute Bunheng Mam, firmata da oltre 100 organizzazioni. “Siamo profondamente turbati dall’atteggiamento delle autorià cambogiane per la creazione di una colonia di fatto dell’Aids a Tuol Sambo”, hanno fatto sapere nella lettera in cui definiscono la delocalizzazione “discriminatoria” e “minaccia per la vita” di tutte quelle persone dal sistema immunitario così pesantemente compromesso. Le persone infette dall’Hiv si troverebbero, infatti, privati dei servizi e delle strutture di cui potevano usufruire nella capitale. La lettera, che è anche una risposta al riconoscimento internazionale che il governo cambogiano ha ricevuto per il trattamento e il sostegno delle persone infette, parla positivamente dell’impegno profuso delle organizzazioni no profit nella costruzione in quello stesso sito di case in mattoni da destinare anche ad altre famiglie senzatetto, non infette dall’Hiv, e lancia l’allarme per le scelte governative. “Temiamo che le delocalizzazioni delle famiglie colpite continuino” si legge nella missiva. Appelli vani.
Di tutt’altro avviso gli amministratori pubblici: “Stiamo cercando di trovare acqua pulita per loro. Non molto lontano potranno non trovarsi più di fronte al problema della reperibilità delle medicine, ci hanno dato una struttura a Centro di Speranza che ha migliorato la situazione sanitaria del villaggio”, fa sapere il vice governatore di Phnom Penh, Chhoeun Mann. Ma sembra che si tratti di fumo negli occhi dei malati. Gerlinda Lucas, vice direttore della gestione delle sovvenzioni del Centro di Speranza, struttura che fornisce medicine gratuite per i poveri, dice di non aver intenzione di aprire un ambulatorio permanente a Tuol Sambo, anche se continuerà il servizio settimanale di clinica mobile. Intanto, i nuovi cittadini di Tuol Sambo, che, tra l’altro, si sentono insicuri nelle nuove case, poco forti strutturalmente e facilmente vulnerabili, stentano a trovare un impiego. In città erano operai, autisti di moto taxi, cucitrici, addetti alle pulizie. Adesso nessuna prospettiva.























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