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Giornalettismo estatedi Donato De Sena
pubblicato il 27 luglio 2009 alle 00:01 dallo stesso autore - torna alla home

In Cina è come se Mao ci fosse ancora: circa duemila sentenze capitali all’anno è un dato sconcertante. Il tutto mentre le associazioni umanitarie nulla possono e i paesi occidentali puntano sulla repressione.

Ma durante il G8 è mai capitato che alla delegazione cinese qualche occidentale chiedesse spiegazioni delle quasi duemila pene capitali all’anno che ancora oggi, nel 2009, vengono decretate nel paese che fu di Mao? L’ultima notizia che giunge da Pechino è singolare, quanto drammatica. Pochi giorni fa un tribunale del sud-ovest della Cina ha condannato un uomo a morte per aver causato, ubriaco e senza patente, un incidente stradale mortale: quattro sarebbero state le vittime ed una quinta persona sarebbe rimasta ferita, ma in gravi condizioni. L’uomo, un trentenne, è stato dichiarato colpevole di mettere in pericolo la sicurezza pubblica. Una differenza sensibile con l’occidente. A quanto pare alla globalizzazione dell’economia non ha corrisposto quella dei diritti, in particolare di quello alla vita: gli appelli di Amnesty International e Nessuno Tocchi Caino sembrano vani. Più il tempo passa più i reati puniti con la pena di morte aumentano: dai 28 del 1979 si sarebbe passati ai circa 70/80 dei nostri tempi (le censure impediscono di avere informazioni certe al riguardo e bisogna affidarsi agli studi delle associazioni umanitarie). In Cina, primo paese al mondo per il numero (in termini assoluti) di pene capitali e, considerando il rapporto con la popolazione, secondo solo a Singapore, vengono oggi pagati con la vita perfino la caccia alle specie animali protette, la pirateria informatica, la bigamia, la rivelazione o il furto di segreti si Stato via internet, il teppismo, l’intralcio dell’ordine pubblico, il disturbo alla vita dei cittadini, l’allevamento illegale di bestiame, il ferimento, la pubblicazione di materiale pornografico e tanto, tanto altro.

E se quell’incidente fosse successo in Italia? Innanzitutto l’automobilista sarebbe stato accusato di omicidio colposo, reato per il quale è prevista una pena che va dai sei mesi ai cinque anni di reclusione. Ma c’è una gran voglia di essere ancora più duri, e qualcosa si sta muovendo per davvero. L’onorevole del Pdl Gabriella Giammanco nell’ottobre scorso ha depositato un disegno di legge che vorrebbe inasprire le pene per chi provoca un incidente mortale in stato di ebbrezza o in stato di alterazione psico-fisica (sotto l’effetto di stupefacenti). Secondo il ddl preso in esame dalla nona Commissione della Camera (Trasporti, poste e telecomunicazioni) e approvato alla Camera in prima lettura il 21 luglio 2009, ora trasmesso al Senato, prevede che colui che, sotto l’effetto di droghe o alcol, provoca un incidente stradale dal quale deriva la morte di un soggetto, risponderà del reato di omicidio preterintenzionale (articolo 584 del codice penale), che è punito con la reclusione da dieci a diciotto anni ed è di competenza della corte di assise. Insomma, se la Cina continua indisturbata a mietere vittime noi schiacciamo il piede sulla repressione. Troppo teneri noi o troppo severi loro? Di certo non c’è che nessuno può stabilire quale sia il prezzo giusto da pagare anche per qualsiasi tipo di reato. E se giocare col pallottoliere sul destino altrui non dev’essere una cosa semplice per il legislatore, sicuramente nulla sarà tanto grave per essere pagato con la vita. Si dice che nel 2008 in Cina i condannati a morte siano stati 1.718, nel 1996 addirittura siano stati circa 4.300, nel 2004, invece, circa 3.400. Quelli reali, però, dovrebbero essere molti di più. Anche senza Mao.

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