“Questa operazione chirurgica mi permetterà di continuare la mia carriera e di giocare a pallacanestro e non vedo l’ora di ritornare sul campo di gioco”.
A dispetto di quanto possa sembrare, queste parole di Yao Ming – cestista
professionista militante negli Houston Rockets della National Basketball Association, ma anche uno degli atleti più celebri ed uno dei volti più riconoscibili del pianeta – sono tutto fuorché dichiarazioni di circostanza. Niente a che vedere con le affermazioni di nullo peso che gli sportivi, specialmente al di qua dell’Oceano, rilasciano in continuazione ai cronisti del settore, che non a caso gli americani sogliono definire “bullshit” (letteralmente “merda di toro”, ovvero stupidaggini, inutilità, banalità). Nulla che ricordi il classico “sono contento della mia prestazione individuale, ma l’importante è che vinca la squadra”. Le dichiarazioni di Yao, questa volta, sono volte a mettere fine alle voci riguardanti la sua carriera e, se vogliamo, così per drammatizzare un po’ quella che altrimenti sarebbe una storia sportiva estiva, evitare quello che sarebbe presto diventato un caso diplomatico internazionale, capace di gettare all’aria anni di dialogo e di incontri bilaterali, con buona pace della diplomazia del ping-pong, con lui divenuta diplomazia del canestro.
L’ ESPORTAZIONE DELL’ NBA IN CINA - È normale che Yao (Ming è il nome) faccia notizia in maniera diversa rispetto a quasi ogni altro professionista della palla al cesto, sia esso un precario firmatario di un contratto da dieci giorni o una superstar del calibro di Kobe o LBJ, per il semplice fatto che Yao non è un comune giocatore di basket, ma molto di più. E questo a prescindere dal suo talento – innegabile, ma non sfruttato al meglio – o dai risultati ottenuti in campo – qualche riconoscimento individuale, nessun titolo. Yao è un esperimento, sicuramente commerciale, per alcuni persino genetico. Commerciale, perché il suo approdo nella NBA ha rappresentato un evento dall’impatto economico devastante, un’apertura del mercato cinese alla potenza occidentale, stavolta non imposta dagli inglesi dopo le guerre dell’oppio, ma ottenuta dagli americani con un semplice contratto: una geniale mossa di marketing, senza precedenti, che ha portato nella lega dei professionisti (più precisamente agli Houston Rockets, che hanno impiegato poco a cambiare casacca e logo, ora più simili a quelli della nazionale cinese) quanto di meglio il continente asiatico potesse offrire in termini di pallacanestro – un pivot di 2 metri e 29 centimetri per 141 chilogrammi con un tiro morbido, una vera rarità – e ha consentito la diffusione dei prodotti targati NBA nella immensa nazione cinese, sinonimo di mercato pressoché infinito. Genetico, secondo quanto si legge nel libro “Operation Yao Ming”, scritto da un ex giornalista di Newsweek e pubblicato nel 2005, che sostiene che il cinesone sia frutto di una operazione studiata a tavolino dalle autorità cinesi e voluta da Mao Tse-Tung in persona, il quale avrebbe ordinato il matrimonio dei suoi genitori Da Yao e Da Fang, rispettivamente 1,85 m e 1,88 m, non per caso due ex componenti delle selezioni nazionali cinesi di pallacanestro, al fine di dare vita all’atleta definitivo in rappresentanza della Repubblica Popolare Cinese.
UN CAMPIONATO TROPPO LUNGO - Conteso da un elevato numero di
multinazionali – ovviamente interessate ad estendere il proprio target anche al di fuori dei confini statunitensi – e ogni anno tra i giocatori più votati dal pubblico per la selezione dell’All Star Game (troppo facile: in Cina sono tanti, ma davvero tanti, e sono tutti suoi fans), Yao è stato anche un utile mezzo per migliorare i rapporti tra due nazioni un tempo ostili. Ma questi rapporti, almeno dal punto di vista cestistico e sportivo, non sono sempre stati idilliaci, negli ultimi anni. Perché Yao, prima ancora di essere un elemento degli Houston Rockets, nei quali milita dal 2002, è il simbolo, il fiore all’occhiello e il miglior giocatore della nazionale cinese di pallacanestro, pedina insostituibile in quella che, senza di lui, sarebbe una formazione di valore infimo. Non sono mancate tensioni tra le rispettive federazioni e, più in particolare, tra le autorità sportive cinesi da una parte, e la NBA e gli Houston Rockets dall’altra, con le prime irritate per l’eccessiva lunghezza della stagione del campionato americano – 82 partite ufficiali di regular season, più eventuali Playoff – da loro considerata la causa principale dei (tanti) malanni in cui è occorso il pivot nella sua carriera (anche se, a onor del vero, nonché per rimarcare la nostra vergognosa imparzialità filoamericana, bisogna ricordare il “miracoloso” recupero di cui fu protagonista Yao per vestire la maglia della sua nazionale in occasione delle ultime olimpiadi…).
I GUAI FISICI - Un ampio ventaglio di infortuni, che negli ultimi tre-quattro anni ha visto Yao ottantasei volte a bordo campo e che è culminato con il peggiore dei guai fisici mai capitatigli, la frattura al piede sinistro rimediata nel corso dell’ultima, sfortunatissima, stagione.























