CONNECTICUT COMPROMISE 222 ANNI DOPO - Obama è il primo presidente espressione delle Ideopolis, le metropoli, ricche di minoranze razziali e lavoratori ad istruzione universitaria, che hanno permesso ai democratici la tintura blu di Stati precedentemente repubblicani. La Camera dei Rappresen
tanti, i cui rappresentanti sono espressi in base alla popolazione, è un alleato fedele del presidente, dato che la corrente maggioritaria è quella liberal, e i New Democrat, gli ex clintoniani, sono molto vicini al progressismo moderato che caratterizza l’agenda della Casa bianca. Al Senato ogni Stato esprime invece 2 rappresentanti, frutto dell’accordo chiamato Connecticut Compromise tra le allora 13 colonie, e per questo motivo lo spirito conservatore della Middle America è ancora decisivo. Sulla riforma sanitaria i centristi dei Dems, capeggiati da Ben Nelson, Nebraska, ed Evan Bayh, Indiana, hanno chiesto una dilazione dei tempi, frustrando le pressioni di Obama che spera di chiudere entro l’anno, e si mostrano molto scettici verso l’istituzione del fondo pubblico modello Medicare. Alla Camera la corrente liberal ha già chiarito che non accetterà nessuna riforma senza la nuova assicurazione pubblica, ed una mediazione tra le due posizioni rende estremamente difficile il compito dell’Amministrazione, rimasta finora in secondo piano per evitare il fiasco dell’Hillarycare. L’unica speranza per Obama deriva dalla procedura di conciliazione, che in materia di budget prevede la maggioranza semplice e non l’inarrivabile quota 60. Per la riforma sanitaria è stata prevista, ma è stata esclusa invece per il Waxman-Merkley Act sulle riduzioni delle emissioni serra, rendendo così necessaria l’approvazione di un testo ancora più mitigato rispetto alle richieste dei gruppi ambientalisti.
ARMI DI RICATTO - Il conservatorismo istituzionale del Senato è la vera opposizione all’agenda di Obama, e l’attuale deferenza verso i poteri del Congresso potrebbe trasformarsi in astiosa rassegnazione come ai tempi dell’Amministrazione Carter. A differenza dei repubblicani, i democratici non hanno la tradizione di condurre battaglie alle primarie contro i candidati tropp
o distanti dall’ideologia del partito. Nei lunghi decenni di dominio conservatore, gli elettori liberal si rassegnavano a sostenere i candidati più eleggibili, in particolar modo al Senato, mentre in casa Gop il maggior attivismo della base ha reso politicamente più omogenei i rappresentanti federali. I costi crescenti delle campagne elettorali spingono inoltre molti senatori a seguire gli interessi dei loro maggior finanziatori, e in Stati dove le maggiori imprese sono i gruppi assicurativi o quelli energetici, le riforme obamiane risultano già molto indigeste. Finora il presidente non ha speso il suo carisma e la forza della Casa Bianca per premere sui senatori più riottosi, ma se vorrà realizzare le promesse fatte in campagna elettorale dovrà cambiare passo per non vedere uccidere i suoi progetti di legge più significativi. All’epoca del New Deal Roosevelt sfidò la Corte Suprema portando l’America alla più grave crisi costituzionale degli ultimi 100 anni, e benché un simile dramma appaia lontano, il confronto con i baroni di Capitol Hill sarà la vera chiave per il successo dell’Amministrazione.
























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