Caritas in veritate: le grandi questioni e il male dimenticato

16/07/2009 - Seconda parte della critica all’encliclica papale dedicata all’economia, questa volta da un punto di vista credente. Liberale, ma credente Intervistato nel 1997 da Peter Seewald, il cardinale Ratzinger si dichiarava “un cristiano normale”. Non aveva esperienza diretta, diceva, dell’incontro mistico

     
 

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Seconda parte della critica all’encliclica papale dedicata all’economia, questa volta da un punto di vista credente. Liberale, ma credente

Intervistato nel 1997 da Peter Seewald, il cardinale Ratzinger si dichiarava “un cristiano normale”. Non aveva esperienza diretta, diceva, dell’incontro mistico con Dio; il suo percorso spirituale era sempre stato per lo più teologico, argomentativo. Questa caratteristica, che già segnò profondamente il lavoro svolto presso la Congregazione per la Dottrina della Fede, risulta molto evidente nel tono del magistero pontificio attuale. Non si trattava, né si tratta oggi, di una religione intellettuale. La categoria della fede viene per prima in quanto consente di assumere che esista una verità essenziale, oggettiva e salvifica sull’uomo, rivelata in Gesù Cristo. Proprio in quanto oggettiva, tuttavia, tale verità è accessibile almeno nelle sue conseguenze a tutti gli uomini, tramite il retto uso delle facoltà naturali. La prima enciclica ratzingeriana, Deus Caritas Est, trattava dell’amore umano e faceva in primo luogo appello a quelle emotive. La seconda, Spe Salvi sulla speranza cristiana, discuteva la funzione e i limiti di quelle cognitive. La recente Caritas in Veritate, dedicata alle “macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici”, segue i percorsi dell’etica. È proprio questo continuo sforzo di sistematizzazione delle vie d’arrivo al vero che conferisce originalità all’opera di Benedetto XVI: egli è un innovatore dei metodi più che dei contenuti. Presenta, con chiarezza superiore ai suoi predecessori più prossimi, l’agire cristiano come adesione a fatti strutturali universalmente conoscibili.

SISTEMATIZZAZIONE – È proprio questo continuo sforzo di sistematizzazione delle vie d’arrivo al vero che conferisce originalità all’opera di Benedetto XVI: egli è un innovatore dei metodi più che dei contenuti. Presenta, con chiarezza superiore ai suoi predecessori più prossimi, l’agire cristiano come adesione a fatti strutturali universalmente conoscibili; la Chiesa può proporre dunque senza perdere d’identità un messaggio non rivolto ai soli credenti. Solo a questi sarà aperto il pieno riconoscimento delle cause ultime; tuttavia, l’aspetto metafisico individuale si può (in parte) scorporare logicamente per concentrarsi sull’osservazione degli eventi all’opera, diventando così insieme il possibile punto di arrivo di un processo induttivo e quello di partenza di una deduzione.

IN GUARDIA – In questo senso, Caritas in Veritate è un tassello importante nella costruzione teologica del Papa. Dal punto di vista della dottrina sociale di per sé, invece, non apre prospettive particolarmente nuove, anche se ha il pregio di trattare in maniera ordinata una grande varietà di temi. La considerazione fondamentale è che l’uomo tende per propria vocazione allo sviluppo, che non si deve intendere come mera evoluzione della tecnica o accumulo di risorse materiali quanto come passaggio “da condizioni meno umane a condizioni più umane”. In momento di fallimento, almeno parziale, delle strutture del mercato il Papa mette in guardia contro una concezione meccanicistica dell’economia; ricorda l’importanza della giustizia, intesa come “[dare] ciò che spetta [a ogni uomo] in ragione del suo essere e del suo operare”; esorta all’impegno verso il bene comune; ribadisce l’affezione della Chiesa per il principio di sussidiarietà, da mantenere però “strettamente connesso con il principio di solidarietà”. La moralità dell’agire economico è imprescindibile perchè non si perpetuino disparità ingiuste, perchè non si sostituisca il progresso integrale della comunità umana con lo sfruttamento dei deboli, il culto della ricchezza terrena, la corruzione.

LA QUESTIONE DEL MALE – Tra un auspicio per un più forte ruolo dei sindacati, soprattutto nelle parti più povere del mondo, e una critica al mancato governo della globalizzazione, emerge però con potenza uno dei nodi irrisolti del cattolicesimo contemporaneo. Nel parlare di gratuità, non solo in relazione all’economia, Benedetto XVI ripropone il cristianesimo nei termini paolini di scandalo e follia: “Il dono per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è l’eccedenza. Esso ci precede nella nostra stessa anima quale segno della presenza di Dio in noi e della sua attesa nei nostri confronti.” Contrariamente al valore dei principi etici enunciati nel resto dell’enciclica, la bontà di questo fondamentale dato evangelico sembra spesso sconfessata dall’esistente, nelle economie sviluppate come nelle altre, in senso sociale come in senso individuale. La Chiesa oggi persiste nel riproporre l’idea di Gesù, ma – forse timorosa di accuse di cupezza – non spende più molte parole sui motivi per cui alla gratuità prima della Resurrezione corrisponde la derelizione. Attendiamo da Ratzinger, o dal prossimo pontefice, un documento che prima ancora di voler riformare le Nazioni Unite riprenda in mano in senso profondo la questione dell’iniquità in Terra, ovvero – in breve – la questione del male.

     
 

25 Commenti

  1. topinamburs scrive:

    Ma che casino. :-)

    Allora: Ale, togli il commento della sedicente topinamburs per favore? Altrimenti qui nessuno ci capisce più un tubo.

    A prop di Libertyfirst (che è un mio amico nella vita reale), ma no, rideva perchè ultimamente veniamo scambiati con gente famosa – sia io sia lui – senza motivo apparente.

    A proposito della frase che nessuno ha capito (scusate). Quello che volevo dire è che il messaggio evangelico spesso ha un lato di sofferenza che si accompagna al dono, alla gratuità. Ad esempio Gesù parla di “non c’è amore più grande di dare la vita per chi si ama” e cita il seme che deve morire per dare frutto, riferendosi vuoi a se stesso che deve morire in croce prima di risorgere, vuoi al fatto che in generale la gratuità ha aspetti dolorosi. Prendete ad esempio un missionario, cattolico o laico che sia, che va ad occuparsi di bambini kenioti affetti da AIDS: probabilmente avrà più ragioni di soffrire profondamente rispetto a me che sto tranquillamente al mare in vacanza. Si potrebbero fare molti altri esempi: chi lavora in una cooperativa che assiste i disabili viene pagato molto meno di me che (stavolta davvero) lavoro in BCE e partecipo in maniera più o meno utile ad alcune decisioni delle istituzioni europee, ora is this fair? Evidentemente no, ma nel prendere 800 euro al mese per scarrozzare i tetraplegici c’è un elemento di gratuità che sicuramente il lavoro per una banca centrale non ha. E potrei andare avanti.

    Ora, il problema è che, soprattutto con Giovanni Paolo II ma ancora con Ratzinger, spesso la Chiesa si dimentica di dirci che la gratuità e l’eccedenza sono esperienze straordinarie sub specie aeternitatis, ma possono avere un corredo di corone di spine in Terra. Io capisco il punto politico, ovvero è impopolare dire che si soffre, soprattutto in un momento in cui la Chiesa è bersagliata in occidente come quell’istituzione che impedisce alle persone di godersi la vita. Però così facendo i cattolici si illudono, il che è molto brutto, perchè pensano che sia sufficiente una disponibilità interiore al dono (con annessa pratica) per trovare il paradiso in vita. Il che è ovviamente una stupidaggine, per giunta infondata all’interno della stessa dottrina, però sarebbe credo utile se il Papa ogni tanto tirasse fuori un memento mori in questo senso. Così poi uno non si stupisce delle conseguenze avverse. Citavo la vita di Cristo perchè il passaggio della derelizione, ovv. il momento prima della crocifissione e “Se deve passare da me questo calice” etc, è spesso messo sotto il tappeto perchè triste. Si privilegia giustamente la Risurrezione, che è il trionfo, ma prima di trionfare tocca di norma stare come cani e sarebbe meglio la Chiesa lo dicesse più spesso.

    Chiaro ora?

  2. Lucia scrive:

    Hai perfettamente ragione topinamburs!
    Infatti la Chiesa dovrebbe dire più spesso che le sofferenze, i tormenti, i martiri, scaturiscono tutti da quel dono, che tu hai citato! mettendo nel cuore di colui che lo riceve un’inquietudine incessante, coinvolgente ogni aspetto umano, perchè fa sentire inseriti nel progetto beatifico divino, cioè la risurrezione e il regno dei cieli!

    Bell’articolo!

  3. Ottimo! Grazie.
    D’altra parte il Papato deve curare anche il marketing…

  4. frequenta meno libertyfirst, stai cominciando a scrivere in modo incomprensibile come fa lui (di solito chi gli dà ragione non è perché è d’accordo, ma solo perché non avendo capito una mazza non può contraddirlo… non fare la stessa fine) :)

  5. libertyfirst scrive:

    Redmail: ridevo perché conosco Stefania.

    Leonardo: o ti stai zitto o metto in giro la voce che sei monetarista.

    Stefania: ce ne vuole per rendere interessante una discussione del genere, e quindi penso che dovresti dirigere il settore marketing del Vaticano, ovviamente il reparto di alto livello e non quello che stampa il merchandising di Padre Pio. :-)

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