di Vincenzo Ricchiuti
postato alle 01:36 del 25 Agosto 2008 in SportTorna alla home

Il primo atto della sfida che infiammerà la stagione è dell’Inter. Al 90′ Vucinic risponde al goal di Balotelli arrivato nel momento migliore della Roma. Totti torna in campo, giallorossi che avevano pareggiato la prima rete di Muntari con De Rossi. Nei supplementari

Dove eravamo rimasti ? Non sarà certo, come asserisce-argutamente- per l’occasione del suo vernissage sia italiano che casalingo lo Special One, la “finale di Champions”. Nemmeno quella di “una coppa nazionale” (Super-Coppa semmai). Ma questa né coppa né altro, la SuperCoppa Italiana che apre la stagione nuova con la coda di quella precedente in un testa coda, il terzo Inter-Roma di fila nella Milano d’Agosto, per abitudinari, non appare certo una di quelle gare alla “Moretti” che, vuoi per buon augurio, vuoi per educazione nessuno vincerebbe mai. Non è che un debutto, e che debutto, per il filosofo ma vincente Don Josè Mourinho: la Roma, in compenso, ha da onorare la memoria di Sensi paradossalmente (ma poi mica tanto) con una Coppa (considerata) del Nonno.

Che si faccia sul serio (quel tanto per non esser una esibizione) lo attesta la presenza di Ibra in campo e del non pronto Totti in panchina. Debutto italiano anche per Baptista: arbitreranno Saccani in campo, Cerqueti e Collovati (ex, in parti diseguali, di entrambe) per il resto d’Italia.

La prima conclusione è romanista al termine di un’azione innescata da un passaggio nostalgico ai suoi ex compagni da parte di Amantino “Baldrack Obama” Mancini, un altro di quelli (come Cassano) che pur di non fare il Vicere a Roma han rifiutato il posto sicuro per uno scomodo ed insicuro apprendistato da Proconsole dei Barbari da qualche parte della Gallia.

Il 4-3-3 di Mourinho è sornione, brutto e si spera (e sospetta), dunque, intelligente. La Roma è mediamente frizzante nell’impostazione quanto isterica nel (non) concludere. Mentre Collovati sta discettando sullo spreco di Baptista (tenuto troppo dietro), lo spreco vero è quello, al sesto, da parte di Ibracadabra di un sontuosissimo tacco a liberarsi in area per una disgraziatissima conclusione a margine della porta (e della Storia che avrebbe scritto). Il retorico numero dello svedese magico, che se gioca è solo per la bislacca (da marziano) teoria “Giochi o non giochi se chiamo” (tranquilli, Eriksson approcciò anche più forte e poi divenne più romano del Marziano di Flaiano) sui convocati dell’altro magico(quello che sta in panca), non diverte José, che lo snobba.

Eppur si muove la sua squadra, aiutata volenterosamente dai comprensivi romanisti. Meno male che c’è Burdisso, il quale quasi causando un rigore dal nulla su Vucinic, ci rasserena che in Italia almeno certe cose non cambiano proprio mai. E si, perché quest’Inter, nuovo a sapersi, sta facendo sul serio qualcosa che somigli ad un calmo e semplice gioco del calcio. Ibra-Figo è l’Asse di Fiori del Male sul quale si va, a rapidi e insistenti tentoni, a sedurre la dolorosa ed addolorata indolenza in gramaglie giallo-rosse, l’autolesionismo e la spericolata voglia di soccombere della Roma in lutto. Il centrocampo Core de Roma dei tanti fornaretti innamorati ed orfani di Papà Sensi infatti sarà rimasto ai funerali. Juan ricorderà questa serata tutta la vita: Ibra, all’incirca al ventesimo, fa l’ordinazione per Maicon ed il drop di Muntari a saldare il conto dei batti e ribatti ci permette di guardare Don Mourinho finalmente muoversi (faccia e tutto quanto il resto). Arrivati a questo punto, tanto varrebbe che la Roma ritirasse, all’amerikana, la fascia sinistra dall’organico. M. riprende la prima espressione delle due in suo possesso, quella col taccuino. Mancini prova ad imitare Figo facendo Ronaldinho: il risultato è Calloni. De Rossi, il doppiamente vedovo, forse per rispetto sta togliendo sistematicamente il piede: Vucinic, la testa. E’ la Roma, arrivati al trentesimo, a “dominare” tenendo inutilmente il campo e lasciando scampoli di gloria da niente a esercizi da doposcuola di facili contropiedismi da avvoltoi della domenica: la Camelot quadrata e talentuosa di M. vien troppo bene per essere almeno verosimile. Lo schema divenuto classico e quindi neutralizzabile dell’appoggio su Maicon dal centro lo chiude, e di testa (sic), persino Figo. Stanko, forse per risvegliarlo (hai visto mai) e non annoiarsi più, azzoppa De Rossi. Ma, nonostante il vorticoso girotondo di posizioni inflitto alla Piazza Navona giallorossa dal suo Mister, lo schema giusto, per i suoi, è quello unico del diritti, in fondo, in doccia. A fondere (e confondere) le lacrime (un po’ per tutto).

L’intervallo vedrà l’ecumenica Inter esprimere il cordoglio anche a nome della Roma per la citatissima dipartita, e presentare la Carta dei diritti dei (propri) tifosi. Se volete girare(per stadi) liberi ed affrancati dai ben noti vincoli alla circolazione, per quest’anno vi convenga diventare interisti, chè loro pare possano. Ritorna, a tal proposito, in campo (qualora vi ci fosse scesa) la Roma alla Carte, cotta e mangiata, per il secondo tempo.

Mourinho lo studia come Dalì la Gioconda: un sopracciò, un baffo. Cambi non ce ne sono. Baptista, reso Battista da un malinteso senso di rispetto verso i veterani, decide di emulare in libera intrapresa d’iniziativa il dirimpettaio Ibra: la ballerina se ne frega del restante della compagnia e non fa il cameriere a nessuno. I suoi assist, concessioni al volgo collega, sono gentili come sputi. Pecca di egoismo sciupone come un porco in viaggio di nozze. Ma l’Inter a questo punto può tranquillamente permetterselo. L’Inter è un Cantico collettivo dei Cantici, infatti: tutta una delizia. La Roma, solo una speranza. Totti, ripreso dalla telecamera per un attimo. Gli eventi però precipitano. E’ l’ingiustizia che muove il mondo: il pessimo ed affranto De Rossi spedisce un pugno chiuso in un telegramma all’incrocio, dove non riesce ed osa coscientemente quasi più nessuno. Pareggio, ingiustizia (che fa muovere mondo e scores) è fatta. Balottelli entra a rinfrescare il laticlavio di Figo: Mancini esce tra i fischi, rinverdendo i fasti del Beneamato Juary. Dopo una conclusione socialdemocratica di Battista, M. sembra chiedere a Baresi (che di suo, da plebeismo in avanzato stato di composizione si sta guardando la partita), “ Parlami di me”. La difesa altissima, rimasta praticamente a friggersi nella camera ardente a Roma, soffre letalmente di un tradimento dell’a ciglio asciutto Super Mario di colore. Due a uno per i nerazzurri, entra Totti o Toti, l’ultima stampella. Quando Burdisso “non ce la fa”, sembra fatta per i colori di casa ma Vucinic, in compagnia (non a caso ma per volontà di Dio) del mio vecchio amico Stanko, pareggiando in rocambolesco ed affollato condominio mi spedisce a fare le ore piccole per ricopiare il pezzo all’Internet point. Una conclusione qualsiasi, invoca il vostro cronista (che si sente ai processi di Bologna), a questo punto. Supplementari, “le emozioni”, diciamolo, un po’ rompicoglioni al giorno d’oggi, “dei supplementari”. Che poi, non se ne fan più come una volta: non son più quei particolari dai quali si giudicano i giocatori. Balottelli insolentisce, Doni smanaccia, Varriale sbaglia “Spalletta”, Ibra ha ancora voglia e birra, Totti se ne sta nello sprofondo del nemico come una decorazione o uno spaventapasseri, Balottelli è tutto Ego che cola e fantastico l’eclettismo con cui tira punizioni e bottiglie dei tifosi e botte degli avversari, Mourinho (come è scritto ovunque) c’è. Si arriva ai rigori, benché Ibracadabra e SuperMeninB(leck)allottelli siano letteralmente fuori dalla grazia di Dio, mettendola a piacimento e totale libero arbitrio sia alla destra che alla sinistra (della squadra ) del (Fu) Padre. Benché Okaka vada quasi in porta da solo in uno stralunato solo “oltre il giardino”.

I penalties lo fanno meglio( decidere una sorte): Ibra di lusso, Battista è un prezioso(per il futuro) generale più fortunato che bravo, Stanko (“è il suo momento”) appunto sbaglia, Totti dedica. Ma ci mette troppa convinzione. La palla arriva direttamente al Sor Sensi in cielo. Dove spedisce l’Inter, a fargli compagnia e coraggio, Javier Zanetti. Uno che, invece, non muore proprio mai.

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