La visione di Martyrs, l’horror shock franco-canadese che ha terrorizzato anche gli stomaci più duri. Un film veramente notevole che però mi sento di sconsigliare quasi a chiunque.
Non sono molte le pellicole in grado di passare oltre il segno di qualsiasi sopportazione visiva. Martyrs è una di queste e riesce a collocarsi nell’apice ideale della filmografia horror di inizio secolo francese. Un apice sia di crudeltà che di qualità, rendendosi spartiacque ideale. Nella prossima stagione gli autori francesi sono quindi chiamati da questa pellicola a una difficilissima prova: recepire l’aria di cambiamento o diventare cinema di maniera. Da quello che
riusciranno a mettere in campo dipenderà il futuro prossimo degli appassionati di quell’horror che si distacca dalle prove per teenager annoiati tipiche dell’oltreoceano: un futuro di buio o di luce.
I MARTIRI – Che cosa succede all’interno di Martyrs? L’inizio è una dichiarazione di intenti: una bambina che fugge da un magazzino abbandonato. Una bambina con vistose ferite, tagli ed ematomi su tutto il corpo. Viene accolta e curata in un orfanotrofio, e trova in un’altra bambina il suo unico collegamento con il mondo reale. Tra le due ragazze, quindici anni dopo, si stabilisce un legame di complicità quasi totale. E una ricerca dei responsabili delle atrocità che ha dovuto subire da bambina. Ma a nulla vale la vendetta e il cercare di correggere gli errori del proprio passato e del proprio presente quando si ha contro un nemico così grande.
LA PRIMA LETTURA – Di primo acchito è facile trovare una lettura simbolica in quello che Laugier, il regista, ci prepara davanti. La vendetta della ragazza infatti cala come una scure su di una famiglia che viene presentata perfetta in tutto e per tutto. Un padre e una madre amorevoli, figli (un ragazzo e una bambina) con i soliti problemi-che-non-sono-problemi di classici adolescenti e tanto amore da Mulino Bianco. E quindi la sedia nella cantina, con una ragazza torturata quasi a morte ogni oltre sopportazione umana, diventa un perfetto simbolo degli sfoghi in privato che è necessario avere quando la facciata conta così tanto. La società dell’apparire impone i sorrisi da famiglia Barilla e a nessuno importa cosa c’è realmente dentro. Il mostro tumefatto, accecato con chiodi piantati nel cranio, diventa quindi l’anima venduta di chi vuole il lifting facciale. E non è facile combattere un muro di ipocrisia del genere, soprattutto quando la propria innocenza è stata strappata via e si è noi stessi portatori di quel male nero dentro l’anima. E quello che è giusto fare (simbolizzato dalla ragazzina amica, Anna) è spesso osteggiato dal rancore scatenante che chiede vendetta (la mostruosa vittima Lucie).




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