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Big in Japan

Ultimamente ascolto spesso un’ormai datata nuova versione di una vecchia canzone che mi piaceva quand’ero ragazza. Si intitola Big in Japan. Allora la cantava un gruppo che si chiamava Alphaville, poi l’hanno cantata i Guano Apes. Il titolo è un modo di dire anglosassone che serve per identificare quei gruppi musicali che, non avendo più successo in patria, lo trovano in Estremo Oriente, dove vendono milioni di dischi. Big in Japan è il cantante americano che se la tira perché è primo nella classifica di Okkaido mentre a New York non se lo fila più nessuno. Lui fa finta che non gli interessi niente di quanto succede a New York, ma invece gli interessa moltissimo e massimamente gli brucia vivere una dorata decadenza in Estremo Oriente.

AMERICANOCENTRISMO – Per esteso l’espressione serve a identificare chi ha successo in un luogo, spesso limitato e lontano, mentre invece vorrebbe fama vera e universale (o per meglio dire occidentale), nonché chi è apprezzato dagli estranei e dai lontani, mentre chi gli sta vicino lo considera un povero fesso o qualcosa del genere. Diciamo che nell’accezione evangelica di Nemo propheta in patria l’espressione Big in Japan può risultare in qualche modo confortante e nobilitante, perché ha come presupposto che uno sia bravo e, a dispetto di ciò, non sufficientemente apprezzato da chi gli è più vicino. Invece nel significato di “sfigato non considerato da chi fa tendenza il quale si consola con encomi minori”, essere indicato come Big in Japan dovrebbe intristire chi in tale modo viene identificato. Una domanda sorge spontanea: ma quanto sono americanocentrici gli americani (tanto centrici da aver identificato con se stessi un intero eterogeneo continente) ed eventualmente anglocentrici gli inglesi da ritenere che sia un povero disgraziato uno che non ha successo nel loro territorio ma riesce in altro luogo della Terra e magari in un paese cosiddetto esotico?

BIG IN USA – Abbiamo vissuto per decenni, o sarebbe meglio dire per troppo tempo, in un sistema autoreferenziale in cui l’Occidente anglofono dettava mode e modelli di vita. Noi stessi abbiamo creato tanti piccoli sistemi autoreferenziali in cui se non sei come gli altri ma non ti sei arreso al piattume che tutto divora allora sei un Big in Japan. Siamo chiusi in scatole cinesi che stanno dentro scatole cinesi, ma riteniamo scarso per antonomasia ciò che è asiatico, ciò che piace agli asiatici piuttosto che ad altri popoli che non siamo noi occidentali. Non è ridicolo? E mentre ironizziamo sul concetto di Big in Japan non ci accorgiamo che il nostro gusto non deve più essere necessariamente il gusto con la g maiuscola, che il nostro pensiero non è più ritenuto la chiave di volta della storia. E se i sino-nipponici iniziassero a definire Big in Usa qualcosa che non è più in voga da loro cosa penserebbero gli statunitensi, che ci terraformano il cervello da più di cinquant’anni con i loro film, telefilm, musicisti e compagnia cantante? Penserebbero che sono impazziti o non capirebbero nemmeno? Le cose stanno cambiando molto rapidamente, e più i cambiamenti urgono più è necessario che i profeti in patria mutino prospettiva. Stanno cambiando i profeti e stanno cambiando le patrie, questo è il punto. Cambia tutto, anche il modo di comunicare, ma noi stentiamo a capire che il perno del mondo non è più uno, che il punto di vista prioritario non è più il nostro punto di vista.

PROFETI SENZA PATRIA – In un certo senso ci spaventa che il mondo anglosassone stia perdendo mordente, perché siamo cresciuti con i poliziotti di New York, con la scientifica di CSI, con il mito di Hollywood e della Casa Bianca, con tutte quelle incomprensibili sigle che capiscono solo negli USA, che anche questa è una sigla. Noi stessi siamo diventati profeti di una patria che non era la nostra. E se non essere profeta in patria presto non fosse più visto come un disconoscimento del proprio valore, ma semplicemente un diverso dislocamento delle proprie virtù? Se essere Big in Japan (o in China o in India) non fosse più un segno di decadimento, ma un’affermazione in un mercato alternativo? Forse a questo punto bisognerebbe diventare profeti senza patria e augurare ai propri figli di diventare Big in Japan o in Brazil.