Storie della domenica, la rubrica che nei giorni festivi vi tiene compagnia, facendovi pensare , o rilassare, piangere, ridere, assistere a pezzi di vita inventata. Ma vera.
STRANIERI – La prima volta che li vidi, mi sembravano tutti uguali e così diversi da noi che ero in grado di capire s
ubito chi era dei nostri e chi dei loro. Tutti scortesi, veloci, dagli sguardi arrabbiati e cattivi. Ma era una impressione sbagliata. Ce ne sono di buoni e di cattivi, come in tutte le razze. E chi la pensa diversamente si sbaglia: finisce per difendersi dallo straniero cattivo e cadere nella rete del conterraneo fintamente gentile.
CLANDESTINA – Sono arrivata in Italia, clandestina ovviamente, e ho cominciato come mendicante con questa mia figlia nata dal rapporto con l’unico uomo della mia vita, Goran, un uomo bello, alto e forte, che non mi ha mai picchiata né tradita con le prostitute. Era buono, troppo buono per sfuggire alla guerra, troppo bello per resistere a quell’orrore. Vedo ancora i suoi tratti nella foto che porto in petto, nel profilo della mia bambina che, forse, sentendo la disperazione del mio cuore, non mi fa mai mancare il suo sorriso, quello stesso che, tanto tempo fa, mi vide felice all’altare. Ma non ho tempo per indugiare in ricordi così lontani. Sono qui per raccontarvi di quelli vicini, di come la Madonna ci guarda e ci sostiene nei momenti più bui. Me e questa figlia che prima mi ha regalato per alleviare la tragedia, e ora mi ha restituito per non darmene una più grande.
LA MIA STORIA – Ero in Italia da due
mesi. Sola, senza capire la lingua, mi ero aggrappata a questo amico di mio marito, il suo migliore amico, che mi aveva trovato un lavoro. Pulizie in una casa che era un campo di battaglia dove mi rispettavano e, forse, mi volevano anche bene. La sera dormivo nel campo abbracciata alla mia bimba, la mattina mi alzavo presto, la affidavo agli anziani e andavo a lavoro. La sera ricominciava il ciclo delle stagioni: la primavera nel ritrovarla, l’estate calda del suo corpicino di notte, l’autunno dei preparativi prima di andar via, l’inverno della separazione da lei. Ma venne un giorno in cui all’inverno successe un inverno più scuro, terribile e senza speranze. L’amico di mio marito scomparve, dopo aver preso la mia bimba, dicendo che l’avrebbe portata da me per una sorpresa: ma né da me, né a casa sua tornarono mai.
PERCHẼ? - C’è qualcosa che può trasformare un uomo normale, gentile ed amichevole, in un mostro? Quale motivo può indurre un uomo a rapire una bimba alla madre? Io non ne conoscevo per cui pensai ad un incidente, ad un contrattempo, ad una visita ad un altro campo. Andai negli ospedali per sapere se c’era una bambina e un uomo ma, se mi rispondevano, era per dirmi che non ne sapevano nulla, altrimenti mi cacciavano via senza alcun rispetto per un essere umano, per il dolore di una madre. Piangevo e mi disperavo ma le mie forze non diminuivano. Alla fine, in un altro campo, la triste verità fugò ogni dubbio. Qualcuno aveva sentito che proprio quell’uomo era stato cacciato dalla Francia, che era stato scoperto a sfruttare bambini per accattonaggio, che era alla ricerca di nuove vittime. La mia bimba era una di quelle.
DALLA POLIZIA – Non mi persi d’animo. Andai da quella polizia ch
e tante volte ci aveva tenuto d’occhio, fermato e insultato ma che non poteva restare indifferente davanti a cotanta tragedia. Ma non bastò la disperazione dei miei occhi, non furono creduti i tremiti della mia bocca. Mi dissero che noi vivevamo di questi rapimenti e che loro non volevano entrare nelle nostre beghe familiari. Non ci potevo credere, non volli cedere finché fui cacciata, buttata fuori, spinta a terra, un braccio in un canale di scolo che deviò il suo corso per insozzarmi i vestiti
LA FORZA DI UNA MADRE – Una mamma però non si può ammazzare nemmeno con le peggiori umiliazioni. Caduta nel dolore, si rialza nella speranza. Così mi avviai dalle uniche persone che mi avevano trattato con umanità. Ricordo ancora la sorpresa di quel brav’uomo, la preoccupazione che si leggeva nel suo sguardo, quando mi vide sconvolta alla porta, la premura con cui mi fece entrare e sedere ad una poltrona, l’attenzione con cui mi ascoltò e, ancor più, lo sdegno ad ascoltare come ero stata trattata. Prese il cappello e disse che gliel’avrebbe fatta vedere lui, che avrebbe denunciato tutti se non si fossero mossi, che ancora c’era umanità in Italia. Prese una foto della bimba che lui stesso aveva fatto e s’incamminò lasciandomi ad aspettare lì in poltrona che lui tornasse. Che foga aveva quando uscì, volava sulle ali della mia speranza.
SCONFITTA – Un’ora dopo entrò un uomo diverso: allargava le braccia, scuoteva il capo, diceva di vergognarsi di essere italiano. Avevano trattato male anche lui, sospettando che fosse una sorta di protettore, uno sfruttatore alla ricerca di una bimba che gli avevano sottratto. Pure era riuscito ad imporre che accettassero la sua denuncia. Ma non ci sperava, bisognava battere altre strade. Ci saremmo sentiti l’indomani dopo quelle altre sue ricerche.

Grazie Pietro, per avermi emozionato ancora una volta.
Questo tuo racconto mi ha rimandato alla memoria ad un’esperienza che ho vissuto pochi giorni fa: ero sull’autobus ed una donna incinta chiede ad un’altra seduta se può cederle il posto, la seconda le chiede ” Ha il biglietto?” Neanche fosse il controllore. A me è venuto spontaneo intervenire: ” Ma è incinta!”. Questo è il fatto visto dai miei occhi, ora devo raccontarlo con il resto degli altri particolari, perchè, purtroppo esiste anche una sorta di razzismo tra persone di etnie diverse: la donna incinta era di origine macedone, la seconda rumena. Non voleva cederle il posto perché secondo lei ” Per un discorso di equità TUTTI dobbiamo pagare il biglietto!”, ciò, secondo lei doveva darle il diritto di chiedere il ticket ad un’altra persona e se magari non lo possedesse, di non cederle neanche il posto! Il problema non era il biglietto, ma che la signora fosse palesemente una nomade, per forza brutta-sporca e cattiva e per di più “portoghese”, nel senso di utilizzare un servizio pubblico senza pagarlo, ma il riscatto più bello è stata la risposta data dalla incinta all’Inquisitrice, mostrandole il ticket giornaliero: ” Pensa davvero che siamo tutti uguali noi nomadi? Non solo il biglietto lo posseggo, ma è anche giornaliero!”, la cosa che mi ha colpito di più è stata la dolcezza e la pacatezza del tono della sua voce e prima di scendere mi ha anche ringraziato, perché in qualche modo l’avevo difesa..ed io le ho risposto: “L’avrei fatto per chiunque!” Siamo PERSONE.PUNTO.
Buona domenica ed ancora complimenti per i tuoi racconti profondi!
Rainbow, ti ringrazio per la tua storia.
Oggi un mendicante è venuto vicino a me con un bambino dicendomi che non era per lui ma per ii figlio che non è straniero ma italiano.
Ma insomma davvero siamo arrivati che per farsi fare l’elemosina bisogna farsi passare (in maniera anche improbabile) per italiani?
Si è detto che il problema dell’immigrazione va affrontato e i governi precedenti di centrosinistra non l’hanno fatto. A parte che non è tanto vero (e incredibilmente per la seconda volta il governo di centrodestra farà la sanatoria…) quello che è assurdo è stato istigare il razzismo, malattia che, una volta spenta l’eco del terrone/polentone sembrava davvero minoritaria in Italia. E invece ora grazie ai modelli politici non si deve nascondere il razzismo ma lo si può addirittura ostentare.
Bene, dl sangue delle tragedie di rassismo che accadono (a volte addirittura mortali) i leghisti hanno le mani lorde.
Sarà per lo stile alla Carolina Invernizio, ma la storia non convince. Più verismo e più fonti controllabile, altrimenti rimaniamo nel racconto d’appendice.
Fonti controllabili?
Cosa ci sarebbe da controllare? Siamo curiosi : ) Illuminaci, Mr Brambilla!
Se hai riportato una storia vera, anche se scritta coma se fosse un racconto d’appendice, dovresti dare almeno qualche indicazione che faccia capire che la protagonista è una persona vivente. Se hai solo scritto un racconto di fantasia, allora uno si può domandare a che serve scrivere roba del genere nel 2009.
Tutte le storie della domenica sono assolutamente inventate.Se c’è qualche riferimento alla realtà esso viene indicato in calce al racconto.
Il secondo quesito mi sembra pertinente. Prima di rispondere però ti devo chiedere cosa sarebbe servito scriverlo 10 anni fa, a cosa serve scrivere i commenti ad un discussione, o cosa serve scrivere in generale. Io ho provato a dar voce ad una storia possibile, a descrivere come una rom è un essere umano come gli altri e come (qui se la storia sia verosimile o meno non tocca a me giudicarlo) potrebbe salvarsi dalla peggiore delle tragedie spacciandosi, in qualche modo, per italiana.
La prima persona a cui serve scrivere è, normalmente, l’autore. Mi serve per non esprimere fastidio quando vedo una rom per strada a chiedere l’elemosina, a non girare il viso quando in tivù vedo una strage in Ruanda, Darfur, Etiopia considerando che quelle lacrime valgano di meno dell’Abbruzzo o di Viareggio.
Viviamo in un mondo in cui siamo portati a pensare che ci sono razze umane e altre di terroristi o sottosviluppati. Se qualcuno (me compreso), leggendo questo racconto ci riflette un po’ su allora serve scrivere anche nel 2009.
Altrimenti, caro Ambrogio, è stato solo un po’ di tempo sprecato, per me e per te
Quello del mendicante è un mestiere che rende. Al di là di tutte le retoriche pauperiste, il mendicio rende, specialmente se fatto con l’ausilio di bambini, per cui non ci si dovrebbe sentire così in colpa davanti a certi spettacoli. magari ci si dovrebbe chiedere se c’è lo sfruttamento dell’attività da parte di qualche organizzazione criminale, piuttosto. Questa è una realtà che si deve accettare, anche se a qualche anima pia sembrerà di prendere un ceffone.
I problemi non si risolvono piangendosi addosso, ma affrontandoli seriamente, per quelli che sono, non per come ci piace che siano.
Leggere fa riflettere, sia esso un racconto frutto dell’immaginazione o tratto dalla realtà. Anche un commento può essere un momento per uscire fuori da sé e guardare il mondo da un’altra prospettiva, spesso diversa dalla tua: é crescere. In questo caso é anche piacere di scrivere per il nostro amico Pietro. La trovo una storia verosimile: si possono cercare soluzioni o meglio ancora, “atti preventivi” ad un problema serio come l’accatonaggio minorile dei rom, ma rimane comunque difficile che molte persone riflettano ed agiscano umanamente verso di loro. Nel film “L’uomo senza volto” del 1993 mi ricordo la frase proferita dal protagonista, il Professor McLeod, interpretato da un Mel Gibson con metà volto sfigurato, al ragazzo a cui voleva regalare la sua amicizia, aprirsi e fidarsi: “Se tu vedi solo questo in me, allora vuol dire che non mi vedi”…penso proprio che questo discorso dovrebbe valere per molte, per tutte le PERSONE.
Un sorriso ad Ambrogio ed a Pietro.