E la bandiera del tricolore è sempre stata la più bella
12/07/2009 - Giorgio, ‘Ngelu e il simbolo oltraggiato. Quando il cuore d’Italia piange le offese estere e quelle interne Vedendo Giorgio Napolitano assistere ai funerali di stato di quei poveracci che sono stati bruciati in casa grazie alla perizia e alla cura
Giorgio, ‘Ngelu e il simbolo oltraggiato. Quando il cuore d’Italia piange le offese estere e quelle interne
Vedendo Giorgio Napolitano assistere ai funerali di stato di quei poveracci che sono stati bruciati in casa grazie alla perizia e alla cura di chi tiene così bene le cisterne che trasportano liquidi altamente infiammabili, ho pensato allo Stato, quello che ti abbraccia quando soffri, ti aiuta quando hai bisogno e ti piange quando muori. Quello che non vedevo più da tanto e che, per quanto disincantati si possa essere,
serve disperatamente alle nostre anime perse e afflitte.
CUORE D’ITALIA - Sentendo quello che dice il giornale The Guardian (Guardiano di che? Del nosocomio per anglici affetti da Invidia della Cappella Sistina?) sul fatto che noi italiani siamo immeritevoli di stare nel G8, il mio cuore tricolore ha sanguinato. Io sono una persona che si commuove ogni volta che sente Fratelli D’Italia e il Va Pensiero, soprattutto in questi tempi in cui mi sento in particolare sintonia con gli schiavi ebrei circondati da una torma di eretici, sempre più sinistramente, anzi a voler essere precisi destramente, torvi.
RIMANDATI A SETTEMBRE - Non si può nemmeno dire che siamo alla frutta, perché purtroppo è finita anche quella. Non un’anguria, né un melone né una pesca e nemmeno un acino d’uva. No more fruit, e mi sa che abbiamo già bevuto pure il caffè. Nella mia scheda elettorale ho attaccato un post it con sopra scritta la celebre terzina di Dante:
Ahi, serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiero in gran tempesta
non donna di provincie ma bordello.
O meglio, di pecunia non ve n’è neppur per soggiornar in rancido ostello, le provincie sono allo sfracello e il nocchiero pensa al bordello.
Le cose non dovrebbero andare così. Dovrebbero andare meglio, ma non a parole, bensì nei fatti. Però s’appressano le ferie, e quindi chissenefrega. Non è così? Ci pensiamo a settembre. Ecco, sì, bravi, rimandate tutto a settembre, e vedrete che ridere.
DEAR GEORGE – Nell’abisso della desolazione ho scoperto di voler bene a George The President, perché rappresenta l’ultimo baluardo di quell’etica a cui ti appelli con vigore quando a dover essere lapidato per una colpa è un altro, mentre quando chi va contro la morale sei tu allora essa diventa in automatico una cosa bacchettona e superata. Il caro Giorgio è il custode ultimo della nostra bandiera, il nonno della nostra patria orfana di padre, ma prolifica nel generare figli di maitresse a mai finire. Oltre a lui, nel mio immaginario c’è un altro vecchio che mi aiuta a non abbandonare del tutto la speranza: il mio bisnonno Angelo detto ‘Ngelu, spavaldo contadino cremonese e socialista. Il mio bisnonno Angelo era fante nel ’15-’18 ed era stato mandato a crepare dalle parti del famoso Piave. Lì sta in trincea con i compagni d’armi, il freddo e i pidocchi. Un giorno, mentre è di guardia, vede nella trincea opposta gli austriaci che trafficano con una bandiera italiana tutta stracciata, strappata a qualcuno che hanno catturato o ammazzato.
CROCE DI GUERRA - Quando ‘Ngelu si accorge che gli austriaci dileggiano il tricolore e ci fanno addirittura la pipì sopra, come un lampo si accende nella sua mente il concetto di oltraggio. Appena scende il buio, ‘Ngelu esce dalla trincea, striscia verso il nemico, acchiappa il pezzo di stoffa sfilacciato e puzzolente e scappa indietro. A questo punto i crucchi si accorgono di quanto accade e, mostrando la consueta noblesse asburgica, gli sparano nella schiena, ma lui, pur ferito gravemente, trascina su suolo amico l’amato vessillo. Il mio bisnonno non morì quel giorno, ma nel 1972, investito da una macchina mentre attraversava la strada in centro a Milano. Guarì da quella
ferita, continuò a combattere e, per questa e altre azioni eroiche, ebbe la croce di guerra, la medaglia d’oro al valor militare e altre tre onorificenze di cui mi sfugge il nome. Finita la guerra, il suo passatempo preferito diventò guardare il cielo e imparare i nomi delle costellazioni.
MEGLIO LUNATICI – L’episodio del ratto della bandiera me lo raccontò lui per primo e, insieme allo sbarco dell’uomo sulla Luna, rappresenta il primo ricordo della mia vita. Superare i confini che la natura ci impone e insieme amare la patria che ci ha generato: due insegnamenti sommi, e non solo per un contadino. Grande nonno ‘Ngelu, se vedessi come siamo ridotti! Ora si ritiene cosa meritoria avvoltolarsi nella pochezza del proprio meschino orto, mettendo sempre più paletti e reti divisorie, e si bolla quasi come ridicolo operare come servitori dello Stato, mentre è assurto a motivo di vanto essere bravi a servirsene, dello Stato, per scopi vari ed eventuali, preferibilmente privati e personali. Così è, accidenti. Con tutto l’affetto che ho per Giorgio e soprattutto per te, nonno, mi chiedo se, vedendo questo gran bordello, oggi ti getteresti ancora al salvataggio della bandiera o se piuttosto non preferiresti partire per la Luna.













“o sono una persona che si commuove ogni volta che sente Fratelli D’Italia e il Va Pensiero”
…
“Il caro Giorgio è il custode ultimo della nostra bandiera, il nonno della nostra patria orfana di padre”
!
“metresse”
!!!
“uando ‘Ngelu si accorge che gli austriaci dileggiano il tricolore e ci fanno addirittura la pipì sopra, come un lampo si accende nella sua mente il concetto di oltraggio. Appena scende il buio, ‘Ngelu esce dalla trincea, striscia verso il nemico, acchiappa il pezzo di stoffa sfilacciato e puzzolente e scappa indietro.”
Ma sei sicura fosse socialista? Perché se lo era ed è uscito dalla trincea per rubare il tricolore han fatto bene a sparargli.
Del resto di quello si trattava: una guerra imperialista nel nome di una bandiera.
Gli italiani avranno fatto lo stesso con le bandiere austriache e non vedo come le azioni del tuo bisnonno possano commuovermi di più di quelle del bisnonno della signorina Mueller di Klagenfurt.
Magari qualcuno non sa che le eroiche gesta dell’esercito italiano nella prima guerra mondiale, in favore delle terre irredente, ebbero come conseguenza l’occupazione militare di territori di lingua tedesca e slava.
A casa mia questo si definisce imperialismo nazionalista e col socialismo non ha proprio nulla a che spartire.
A questo punto voglio raccontarti quello che so di mio nonno.
Contadino bresciano dall’animo mite, venne reclutato e andò in guerra, per servire la patria; l’alternativa era il carcere, nella migliore delle ipotesi.
Prima a Mentone, poi in Grecia, poi sul “fronte yugoslavo” a combattere Tito e la lotta partigiana, infine in Provenza, attendendo lo sbarco alleato.
Mio nonno era cecchino/mitragliere, molti battaglioni ai tempi avevano una sola mitraglia, in dotazione al “migliore”, gli altri usavano il moschetto, il fucile.
Ebbene, nonostante le mie insistenze, mio nonno non ha mai descritto un fatto di sangue, uno scontro a fuoco, una qualsiasi azione militare.
Dice di non sapere se ha mai ucciso qualcuno.
Lo so io…non ti fanno mitragliere per sparare ai fagiani.
L’unica cosa che dice sempre, quando si va sull’argomento (rigorosamente in dialetto) è: “in guerra, la vita di un uomo vale meno di quella di un pollo”.
Non gli ho mai sentito dire una frase riguardo ad una qualsiasi cazzo di bandiera.
La vita di un uomo equivale a quella di un pollo.
Non di un italiano, non di uno yugoslavo, di un crucco o di un greco.
Di un uomo.
Era di stanza in Provenza quando venne l’armistizio. Gettò il fucile e prese la strada di casa. La sua compagnia lo abbandonò nottetempo, lui e un epilettico, due fardelli inutili. Lui troppo mite, l’altro troppo d’impaccio. Si portarono tutto, cavalli e vettovagliamenti, li lasciarono soli, in balia di loro stessi. Quella compagnia, ironia della sorte, venne intercettata dai rastrellamenti nazisti.
Mio nonno ed il suo compagno epilettico vagarono per un paio di mesi tra le alpi, lavorando come boscaioli e vivendo dell’elemosina del nemico francese.
Tra mille peripezie riuscirono a tornare in Italia, il suo compagno si fermò nel lodigiano, da dove veniva, mio nonno fece ritorno alla sua cascina a coltivare i suoi campi, nascondendosi quando passavano le truppe motorizzate tedesche.
Aveva ammazzato troppe persone per il suo animo mite. Aveva visto troppi uomini morire come fossero polli nel nome di una bandiera.
Non rivide mai più il suo compagno lodigiano che trasse in salvo, non prese parte alla resistenza, non fu un repubblichino, non ricevette medaglie né onorificenze. Seguitò ad accudire le sue vacche, le sue oche, i suoi polli.
Era mia nonna a tirargli il collo, lo ricordo bene…
Mio nonno non osava toccare un animale, un coniglio, una faraona, faceva la polenta, ero io che aiutavo mia nonna a spennare i volatili morti.
Mio nonno è ancora vivo, a 90 anni è sereno e mite come sempre, ormai non gli chiedo più della guerra. So che non ne vuole parlare, so che è l’unica bugia che abbia mai detto.
Si porterà il suo segreto nella tomba, non saprò mai quanti titini ha ammazzato, quante bandiere ha rubato.
So però cos’è un pollo e so che non vale una bandiera.
Vale molto di più
Il primo ricordo non dipende dalla nostra volontà, averne uno così intenso, e significativo, dà la sensazione, a mio avviso, di avere una piccola sicurezza in più.