Gli stupri di Tor Carbone e un mostro che ha i giorni contati. Perché vogliamo prenderlo.
Ti compiaci. Lo so. Sei fiero di te. Mezza Roma ti sta cercando e tu sei lì che
te la ridi di quello che abbiamo in mano. Il tuo Dna? Bazzecole. Prima dobbiamo prenderti. Lo sappiamo entrambi. E tu te la ridi con gusto. Quante violenze abbiamo scoperto? Tre. Sono di più. Anche questo siamo in due a saperlo. Quante ne hai già violentate? Sei, sette, otto. Sì, almeno otto credo. Hai sempre contato sul fatto che molte non ti avrebbero denunciato. Hai avuto ragione. Almeno in parte. Mi sembra di vederti: lì tranquillo, fra i buongiorno e i buonasera a salutare perfetti estranei come se nulla fosse. Lo so che lavoro fai. Più o meno. Ti vedo in un tabacchi, dietro il vetro di un’edicola, all’interno di un bar. Ti vedo e so quello che ti passa per la testa. Le vedi, ti piacciono, ti fanno anche dei sorrisi. Sono dei semplici sorrisi di circostanza, ma tu ci costruisci un film sopra. Pensi che vogliano dire altro. Sono ammiccamenti. Flirtano con te. Ne sei sicuro. Ti vogliono. Ti desiderano. E ti convinci di queste fantasie. Così quando tornano azzardi: una battuta, un gesto, uno strusciamento. Ma loro non ti volevano, né ti hanno mai desiderato. Loro non hanno mai pensato a te in quel modo. Loro non ti hanno mai pensato. Erano sorrisi e gesti di circostanza. Sei tu che nella tua malattia non l’hai capito. Tu che hai voluto fraintendere. E ti ostini a volerlo fare. Il rifiuto delle tue attenzioni è una cosa che non accetti. Non la puoi accettare. Loro che rifiutano te. Te. Impossibile. Così decidi di seguirle. Una ad una. Aspetti che tornino ancora, esci con una scusa e gli vai dietro. Tanto poco importa. Tabacchi, edicola o bar che sia è tuo, dei tuoi genitori. Puoi uscire e andartene quando vuoi. Così parti. E aspetti. Finché non le vedi tornare a casa. Un giorno, due giorni, tre giorni. Intanto perlustri la zona. Studi le telecamere, i vicini, le vie di fuga. E solo quando capisci che lì puoi sentirti sicuro agisci. Lei si dirige verso casa, parcheggia la macchina nel garage, tu entri di soppiatto, indossi il passamontagna e tiri fuori la bestia che è in te. Quello che sei veramente.
Oppure no. Oppure non è niente di tutto questo. Non sei un edicolante, un
tabaccaio, un barista. E del resto come potresti esserlo? Avresti dovuto scegliere le ragazze, seguirle e poi decidere di violentare solo quelle che parcheggiano la macchina in un garage. La cosa non sta in piedi. Non può stare in piedi. Tu le avevi già viste, questo è sicuro. Ma come le hai trovate? Qual è stato il tuo primo contatto con loro? Le hai notate facendo una consegna in un palazzo? Magari fai il corriere, hai scelto il posto e poi solo dopo hai deciso quale vittima colpire. Magari non l’avevi neanche mai vista prima. Ma non ci credo. Ti copri. E sento, lo sento da dentro, per puro istinto, che non lo fai per paura che possano fornire un identikit di te. Lo fai perché loro ti hanno già visto. O, almeno, tu pensi di sì. Forse hai fatto una consegna in quel palazzo, oppure sei un idraulico, un muratore, un antennista e tu di loro ti sei accorto. Loro magari a malapena ti hanno notato. Non ti riconoscerebbero mai, ma tu sei convinto di sì. Per questo il passamontagna. Per questo il giubbotto pesante o la felpa. Hai dei tatuaggi sulle braccia. Se non si sono accorte di te avranno notato loro. Sono tante le cose che penso, troppe. Ti vedo mentre le cingi a mani nude, gli tappi la bocca con la scotch, gli urli contro frasi oscene e gli ordini di stare zitte e buone che tanto finirà presto. Ti vedo mentre le minacci, mentre gli urli contro che se fiateranno andrai a prenderle sotto casa, tanto sai dove abitano.
Ti vedo. E sento le nocche della mano indurirsi, le vedo tingersi di rosso e
riesco ad ascoltare le mie pulsazioni sulle tempie. Immagino la barbarie che compi, le ripercussioni che avrà su quelle giovani donne e la rabbia esplode in me. La mia impotenza mi distrugge. Possiamo stare qui ore ed ore a tracciare profili, ma so che non ti prenderemo grazie a loro. Non ti prenderemo sapendo che magari provieni da un ceto medio-basso, che hai sempre avuto difficoltà di approccio con le donne, che tuo padre picchiava tua madre e così via. Cose a cui, se devo essere sincero, nemmeno credo. Penso piuttosto tu sia un ragazzo del tutto normale, proveniente da una famiglia comune che non ha mai avuto particolari problemi, ma questo è un altro discorso. Perché in tutta onestà, a me di chi sei e le ragioni che ti spingono a farlo non mi interessa per nulla. Per me sei solo uno squallido uomo incapace di rispettare la bellezza e la sensibilità dell’altro sesso. Per me sei solo un poveraccio. E di te mi importerebbe zero se non ti fossi reso colpevole di crimini terribili. E so che ti prenderemo, perché di questo puoi esserne certo, perché siamo scesi in strada, abbiamo fatto domande, abbiamo seguito le tracce che tu stesso hai lasciato. Non sono molte, ma ti posso assicurare che basteranno. Devi darci ancora qualche giorno. E vedrai che dalla tua faccia scomparirà quel sorriso. È una promessa.








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Così vicino…in fondo potrei anche averlo incrociato per strada, o addirittura avergli parlato. E’ agghiacciante.
http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/cronaca/violenza-sessuale-7/uomo-questura/uomo-questura.html?ref=hpspr2
Clap clap clap
Pare che ci troviamo di fronte ad uno stupratore politicamente corretto.
Madonna che silenzio. Bisogna dire che il titolo fu azzeccatissimo: la bestia che è in voi.
Ohibò.
“Madonna che silenzio. Bisogna dire che il titolo fu azzeccatissimo: la bestia che è in voi.
Ohibò.”
Almeno nel PD lo stupratore coordina solo un “circoletto”… si sa voi invece fate le cose in grande