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pubblicato il 11 luglio 2009 alle 00:01 dallo stesso autore - torna alla home

Vista per voi un’altra pellicola che difficilmente vedrà la luce del grande pubblico in Italia, ma che meriterebbe l’attenzione di molti appassionati e non solo. Un viaggio verso la più ancestrale paura dell’uomo, il buio, con un mezzo così anticonvenzionale per il genere come l’animazione d’autore.

Si può parlare tanto e male dei francesi per mille giustissime ragioni, ma anche loro fanno quunooyy Fear(s) of the dark: animazione horror made in Francealcosa di buono. In particolare è lodevole il coraggio che una certa casta di produttori horror sta dimostrando in terra transalpina. Il film di cui vi parlo oggi, Fear(s) of the dark, non è che una goccia nel mare di produzioni assai simili. Spicca tra esse per il suo anticonformismo spinto: trattasi infatti di un film horror episodico, la cui regia è stata affidata a un manipolo di artisti dell’animazione mondiale. Il fatto che tra essi rientri anche l’italianissimo Lorenzo Mattotti non può che farmi scendere una lacrimuccia pensando a quanto male sta messa la scena produttiva italiana. Ormai lontani dai fasti degli anni ‘70 e ‘80 si guardava alla Spagna come nuova patria del cinema di genere più genuino. E invece è spuntata, e ormai si è affermata, la Francia a partire dagli ultimi cinque anni con quellAlta tensione di Aja diventato un vero e proprio film profetico.

GLI EPISODI – Guardiamo dunque da vicino che cosa ci offre nel piatto questo Fear(s) of the dark. Abbiamo da una parte quattro episodi: la storia di un giovane disadattato appassionato di inset31110817 Fear(s) of the dark: animazione horror made in Franceti che fa le sue prime esperienze di vita vera all’università, una bambina straniera che in Giappone viene terrorizzata da bulli e fantasmi di samurai, i ricordi estivi della caccia al mostro di un giovane e un uomo rinchiuso nel buio pesto della sua casa. Dall’altra due sequenze che si rincorrono inframezzandosi a queste storie, la spina dorsale contenutistica del film: un nobile settecentesco trascinato dai suoi mastini e una voce fuori campo, che con le sue ansie e dubbi modella forme geometriche sullo schermo. Dall’analisi degli ingredienti si potrebbe temere lo stantìo sapore di una zuppa che vorrebbe essere nouvelle cuisine d’alta classe ma che non può assolutamente competere col popolare gusto di una buona pizza alle acciughe.

MONTAGNE RUSSE – In effetti si può dire che il difetto principale della pellicola siano i suoi alti e bassi qualitativi, i suoi salti troppo evidenti tra un autore e l’altro. Non c’è insomma un buon direttore d’orchestra dietro il progetto e pare che ci sia stata troppa carta bianca. E se il primo episodio mischia un tratto alla Valzer con Bashir a un forte sapore del telefilm degli anni ‘90 oltre i limiti, la storia della bambina in Giappone cade in troppo comuni cliché da film sui fantasmi. La storia del mostro è invece più intrigante soprattutto per l’uso della tecnica di disegno, che rende la scena dtred Fear(s) of the dark: animazione horror made in Franceella lotta finale perfetta nella sua scelta di luci ed ombre. Così come l’ultimo spezzone, che a una struttura carica di paura angosciante riesce ad affiancare con una sapiente cadenza ritmica una sana dose di ironia. Il tratto più affascinante rimane comunque la grezza matita degli intermezzi dei cani, la scelta in assoluto migliore per comunicare lo sporco e la paura tipica del genere horror.

LA CHIAVE DI LETTURA POLITICA – Il filo conduttore della femminile e geometrica voce narrante conduce il gioco di raccordo di questi episodi, fornendo nella maniera più esplicita possibile la chiave di lettura politica dell’intero progetto. E ne rappresenta forse il lato peggiore. Perché se da un punto di vista di pura scrittura è caratterizzata splendidamente, esprimendo alla perfezione i dubbi e le ansie di chi, erede e orfano di una cerca cultura del rispetto del bene comune, ha paura di non riuscire ad essere una brava persona. Perfino quando è così facile sapere che cosa è sbagliato ci si rende conto che è difficilissimo evitare di compierlo. Purtroppo la forma in cui queste intriganti riflessioni sono presentate cade nei più banali difetti del J’accuse contro se stessi e contro il mondo. Arguto nelle sue conclusioni (“Impossibile convincere chi già non la pensa come me”), ma di un radical chic odioso fino alla nausea e contornato da una scelta visiva discutibile, che sembra voler fare cultura pop postmoderna fine a se stessa. E’ più ingenuo quindi l’altro filo conduttore, che identifica nel nobile settecentesco il potere trascinato dai suoi militari mastini che ad ogni intermezzo sbranano una parte del mondo che il potere non può comprare: il bambino (la fanciulleduem Fear(s) of the dark: animazione horror made in Francesca innocenza), gli operai (il lavoro nobile e disinteressato), la ballerina (l’arte e l’amore puramente fisico e passionale). Più ingenuo, ma certamente più affascinante e in grado di smuovere l’anima dello spettatore.

IL CONTORNO DELLA PAURA TRANSALPINA – In questa lettura politica nascosta sotto la patina della celluloide, Fear(s) of the dark si riallaccia pesantemente alla recente tradizione della paura transalpina. Questa matrice è riconoscibile con facilità in molti esempi recenti, si pensi al mediocre Frontière(s), ma anche al terribile Martyrs e, perchè no?, pure ad À l’intérieur. Di certo superiore a due su tre di questi esempi (per la visione di Martyrs invece è necessario uno stomaco e una forza di volontà non comuni), Fear(s) of the dark è un promettente nuovo inizio, vera e propria rarità in questa fine di decennio. Sperando che l’horror francese si tenga lontano dalle stantìe declinazioni che in quella terra sta avendo l’azione e la fantascienza, figlia mal clonata di Luc Besson (vedasi ad esempio Chrysalis e Babylon A.D.). Promosso quindi, con valutazione piena e gonfia di speranza.

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