La tragica fine di un grande quarterback
07/07/2009 - I SUCCESSI DA PROFESSIONISTA - Un talento di questo calibro non poteva restare inosservato, e la chiamata per il campionato dei professionisti non tardò ad arrivare. Houston Oilers, terza scelta assoluta del 1995, contratto da sette anni. Una prima stagione
I SUCCESSI DA PROFESSIONISTA - Un talento di questo calibro non poteva restare inosservato, e la chiamata per il campionato dei professionisti non tardò ad arrivare. Houston Oilers, terza scelta assoluta del 1995, contratto da sette anni. Una prima stagione caratterizzata dal non gioco e da lunghe permanenze in panchina: per mettere piede in campo, McNair dovette attendere i minuti finali di una partita di novembre, con altre fugaci apparizioni in sostituzione del titolare Chris Chandler. Dopo un altro anno da riserva, il 1997 fu la prima stagione da titolare degli Oilers: 8 vittorie, 8 sconfitte, 2.665 yard di passaggio per lui – il meglio dai tempi di Warren Moon – e solo 13 intercetti, minimo storico per la franchigia. Gli anni successivi, 1998 e 1999, gli Oilers cambiarono sede (da Houston a Nashville) e nome (da Houston Oilers a Tennessee Titans), ma non quarterback: per McNair, altre due stagioni in crescita, prima con un miglioramento delle statistiche personali, quindi con la conquista, da parte della squadra, del secondo posto della AFC Central e l’accesso ai playoff. La fase eliminatoria fu, per Houston, a dir poco memorabile, iniziata con la vittoria a sorpresa nella partita di Wild Card contro i Buffalo Bills (un’impresa poi nominata “Music City Miracle”) e terminata con l’accesso al Super Bowl XXXIV. Dove, contro i rivali Rams, fallirono l’impresa di vincere il titolo solo all’ultima giocata, quando Kevin Dyson non riuscì a concretizzare un passaggio del buon McNair. Il quale, arrivato a un soffio dall’essere il primo quarterback afroamericano a vincere un Super Bowl (cosa mai successa finora, pura casualità che però alimenta molti pregiudizi razziali), si consolò con il rinnovo del contratto, sei anni per 47 milioni di dollari. Seguì il suo migliore anno da professionista, con le cifre più alte in più o meno ogni voce statistica – cosa che portò alla convocazione per il Pro Bowl, nel quale però non riuscì a giocare a causa di un malanno alla spalla – ma con una deludente sconfitta ai playoff contro i Baltimore Ravens. Tennessee riuscì a raggiungere la offseason ancora nel 2002, corsa terminata con una sconfitta contro gli Oakland Raiders nell’AFC Championship, cui seguirono alcuni guai con la legge per McNair, arrestato per guida in stato di ebbrezza e possesso illegale di arma da fuoco, accuse poi comunque ritirate. Nel 2003, un’altra stagione positiva, un altro accesso alla fase finale (eliminazione contro i New England Patriots) e, per lui, la prestigiosa onorificenza di MVP della lega, premio condiviso con il quarterback degli Indianapolis Colts Peyton Manning.
GLI ULTIMI ANNI - Dopo un paio di stagioni caratterizzate da infortuni, nel 2006 Steve decise di cambiare aria e firmò un contratto con i Baltimore Ravens, dove si trasferì in cambio di una scelta al quarto giro nel draft del 2007. Titolare in ogni gara della nuova squadra nel 2006, lanciò il più lungo passaggio touchdown nella storia dei Ravens (89 yards), e contribuì in maniera determinante a raggiungere
il record di 13 vittorie e 3 sconfitte, AFC North Championship, con corsa ai playoff interrotta dai Colts. Per lui, nel maggio di quell’anno, un altro arresto, ancora per guida in stato di ebbrezza, sebbene alla guida dell’auto non fosse lui, ma suo cognato (stranezze legislative del Tennessee). Nel 2007, poche apparizioni, numerose assenze per guai fisici e prestazioni al di sotto delle aspettative furono i primi segnali di una carriera agli sgoccioli: nell’aprile del 2008, dopo tredici anni di onorato servizio nella National Football League, McNair annunciò il suo ritiro dall’attività.
UN IDOLO IMPERFETTO - Una carriera impeccabile, fatta di grandi traguardi raggiunti sul campo e di una straordinaria professionalità. Una serietà dentro e fuori dal terreno di gioco, che rende ancor più sconvolgente la notizia della sua uccisione, soprattutto tenendo conto dei particolari che, giorno dopo giorno, emergono dalle indagini. McNair era – e tuttora è – un idolo delle folle del Tennessee, amato dai tifosi dei Titans, un campione sportivo dalla notevole resistenza fisica e determinazione. “Il suo lascito un tempo impeccabile sta cambiando in sesso, sangue e morte” ha titolato l’editorialista sportivo Jay Mariotti su FanHouse.com, un particolare riferimento alla sua immagine di amorevole padre di famiglia macchiata dalla relazione extraconiugale con la ventenne irano-americana. Ma c’è chi non si lascia condizionare dai fatti privati della vita personale di McNair – che, apparentemente, sarebbero stati la causa scatenante del fattaccio – e chi preferisce ricordarlo come “uno di loro”. È il caso di David Climer, giornalista del Tennessean, periodico dello stato che ospita Memphis. “Uno di noi. È così che ricorderemo Steve McNair. Sì, era un quarterback star della NFL, ma era anche una persona come tutte le altre che chiamava ‘casa’ Nashville”, ha scritto Climer, “è questo che rende tutta questa storia così triste. Aldilà delle circostanze, si tratta di una profonda perdita per la nostra comunità”. E, con essa, per tutto il mondo sportivo americano. Sarebbe infatti una profonda ingiustizia se McNair fosse ricordato solo in quanto uomo sposato con una relazione extraconiugale con una donna di vent’anni più giovane: “un difetto non definisce una persona, e questo non dovrebbe eliminare tutto il buon lavoro che McNair ha fatto e quello che la sua carriera NFL ha significato per l’avanzamento di altri quarterback neri” ha scritto Jemele Hill su ESPN.com, mentre il suo storico coach Jeff Fisher, colpito profondamente da quanto accaduto, ha dichiarato: “Lo Steve McNair che conoscevo vorrebbe che dicessi ‘Mi dispiace, non sono perfetto. Prendiamo tutti decisioni che talvolta non rappresentano i migliori interessi. Per favore, perdonatemi’. Lo Steve McNair che conoscevo vorrebbe che dicessi ‘Celebrate la mia vita per tutto ciò che ho fatto sul campo, per quello che ho fatto per la comunità, per il compagno di squadra che ero’. Questo è quello che lo Steve McNair che conoscevo vorrebbe che dicessi”.













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“Il quale, arrivato a un soffio dall’essere il primo quarterback afroamericano a vincere un Super Bowl (cosa mai successa finora, pura casualità che però alimenta molti pregiudizi razziali)”
Nel 1988 Doug Williams fù il primo quarterback di colore a vincere il Superbowl con i Redskins.