Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità si tratta della seconda causa di morte al mondo per lesioni accidentali, con oltre 400mila decessi all’anno. Eppure il fenomeno viene ancora affrontato da più parti con superficialità e pressapochismo.
Uno degli aspetti più tristi del periodo estivo è la sequela di annegamenti che avvengono sulle spiagge italiane (una lunga lista si può trovare qui). Quasi tutti hanno avuto nella propria vita un qualche rischio di affogamento o hanno assistito, spesso impotenti, allo spettacolo di una persona che ha perso la vita in mare. D’altra parte i giornali riportano spesso questi fatti di cronaca anche se, a causa della loro “normalità”, vengono riferiti solo in casi particolari: per segnalare l’eroico comportamento di chi è morto per salvare qualcun altro, o per il presunto razzismo di chi è rimasto indifferente verso l’annegamento di due bambine solo perché rom (anche se qui si può trovare una confutazione abbastanza credibile della grave discriminazione connessa a questo episodio).
VITTIME IN CALO, MA RESTA DIFFICILISSIMO SALVARE - Il fatto è che, incredibilmente, il fenomeno degli annegamenti in Italia è largamente sconosciuto: solo in un lavoro universitario si può trovare un’analisi rigorosa e completa del problema. Secondo questo lavoro negli ultimi anni c’è stata una forte flessione di vittime: da più di 1200 annue negli anni ‘70 a circa 400-500 attuali. Pur con questa flessione si ha ancora oggi un numero di vittime annue quasi pari a quello delle morti bianche non connesse ad incidenti stradali. 
Le cause sono svariate: dalla mancata attenzione verso i bambini piccoli - che possono annegare in pochi centimetri d’acqua - allo stato confusionale da alcol o droghe, che spesso coinvolge adolescenti che si tuffano imprudentemente in fiumi o laghi, fino all’imperizia di tanti turisti o bagnanti occasionali i quali, non conoscendo le insidie del mare, si fanno sorprendere dalle sue correnti. Lo studio analizza anche l’efficienza dei servizi di soccorso in una zona ad altissima rilevanza turistica come quella di Rimini. Il risultato è che, anche implementando un servizio costoso ma efficiente di ambulanze di soccorso, quando si arriva spesso è troppo tardi.
COLPE E RIMEDI - Bisognerebbe puntare invece molto di più sulla prevenzione: secondo alcuni alcuni studi americani, per salvare i bambini basterebbe semplicemente informare meglio i genitori dei rischi connessi e recintare le piscine per evitare cadute accidentali. Ma si potrebbe andare ben oltre con la diffusione di corsi di nuoto (uno degli elementi che ha contribuito alla drastica riduzione delle morti per annegamento degli ultimi anni) i quali, visti i gravi rischi connessi, dovrebbero essere integrati nel percorso formativo di ogni studente fin dalle elementari. Nonostante la drammaticità del problema e la relativa semplicità delle soluzioni non si è autorizzati a sperare in un miglioramento della situazione. Il fenomeno non è studiato nemmeno a livello statistico. Basti pensare che sul sito dell’ISTAT non esiste alcuna analisi in merito e che i media preferiscono raccontare gli episodi tragici perdendo l’opportunità (una volta tanto) di denunciare il colpevole disinteresse delle istituzioni.

























