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La rubricadi Pietro Marmo (marblestone)
pubblicato il 5 luglio 2009 alle 09:17 dallo stesso autore - torna alla home

Non è che non apprezzi i profumi, la fragranza dei fiori o quella di un viso appena lavato, di un corpo che si abbandona al piacere dell’amore. Né sottovaluto il tattostenotype Lo stenotipista, una stretta affettuosa o la preoccupazione di una mano che resta qualche secondo in più sulla spalla a voler sostituire parole di consolazione che non si possono trovare. Fanno parte della mia vita, mi aiutano a ricostruire i visi e le situazioni ma non sarebbero nulla se non potessi ascoltare la voce. Per questo gli applausi e questo rumore che copre tutte le parole mi fanno piacere si, ma mi confondono

ESSERE CIECHI – Perché per uno stenotipista cieco come me la voce è il senso del lavoro, la ragione per cui posso essere ancora utile alla società. Ma è anche qualcosa di più, è uno strumento per capire le persone, per sentire le loro emozioni. Forse per questo il giudice spesso mi chiama in disparte, mi sollecita un segno diverso da quelli che trascrivo su questo computer fatto apposta per quelli come me. Mi chiede un parere perché dopo tanti anni so distinguere una voce impostata da una sincera, un dramma costruito ad arte dalla disperazione di una persona che chiede ad un tribunale un brandello di giustizia. Allora una pausa, un sospiro tradiscono lo sforzo di capire se gli altri stanno seguendo, il tono che diventa rauco e poi si riprende tradiscono lo sforzo di celare nella dignità la rabbia a lungo repressa, la pomposità e il finto sdegno di avvocati che non credono a quello che dicono si rivelano in sbalzi di voce troppo veloci. Così, dietro una testa che, impassibile, resta dritta davanti agli attori che i suoi occhi non possono visualizzare si materializzano i ricordi di chi cieco non è stato dalla nascita ma solo in età avanzata, per una improvvisa malattia, ma che ha conservato tutti i possibili film che la voce dispiega in maniera precisa.

gormley blind light 2007 Lo stenotipistaIL MATRIMONIO DI MIO FIGLIO - Per questo, solo per questo, seduto nell’aereo che mi avrebbe portato al matrimonio di mio figlio, avevo un quadro ben preciso dei posti, dei passeggeri e perfino dei movimenti delle hostess o degli steward che timidi e imbarazzati cercavano in qualche modo di intrattenere un vecchio cieco. Ma quando avevo ormai sentito le cinture che tutte insieme liberavano i corpi costretti ad ore di immobilità in un lungo volo, quando ero pronto ad aspettare che tutti i passeggeri si accodassero per uscire disordinatamente, prelevando dalla cappelliera i più corpulenti bagagli possibili, proprio allora sentii delle voci diverse. Un inglese più giovane e deciso, in un discorso ripetuto tante e tante volte nell’ansia di una prova generale, richiamò tutte le persone ai loro posti. Un istinto ignoto alla mia persona, una prontezza di riflessi che solo un innato spirito di sopravvivenza mi poteva donare mi fece sfilare la mano sinistra dalla giacca riannodando la manica come se non avessi il braccio.


UN CIECO CON UN BRACCIO SOLO – Nessuno sospetta che un cieco faccia finta di avere un braccio mancante e ancora meno che sia in possesso di un cellulare. Quando li ritirarono tutti, perquisendo giacche e pantaloni che ne fornivano solo uno, picchiando con colpi violenti ma trattenuti quelli che avevano barato, non pensarono che chi non ha occhi ma solo orecchie ha ancor più bisogno di un cellulare. Nella hall dove allargava il suo sorriso insieme alla moglie che finalmente mi aveva convinto a venire alla missione che realizzava i loro sogni, mio figlio guardava l’aereo che tardava, dopo un atterraggio in inusuale orario, a raggiungere il gate. D’improvviso il suo cellulare cominciò a sparare messaggini ad una velocità incredibile. Al passo di 160 caratteri per volta parlavano di un attacco terroristico portato avanti da 4 persone travestite da addetti alla manutenzione. Ne descriveva i movimenti, le diverse nazionalità, i nomi, le posizioni nell’aereo, i progetti mormorati in un inglese che altri non sentivano nemmeno. Quando sentii il primo sibilo del gas il mio cuore fece un tuffo. Chiesi a Dio che mi facesse risentire la voce di mio figlio, della mia nuora e, sebbene fosse troppo, i vagiti di un nipotino che era già in arrivo. Dicono che sono stato l’unico a non restare accecato dall’esplosione, da restare fermo ed impassibile a raccontare a mio figlio2eoxzwi Lo stenotipista che le teste di cuoio avevano finito, che avevano bloccato tutti i terroristi e facevano scendere tutti i passeggeri velocemente, da scivoli apparsi dal nulla con un rumore sordo di una esplosione. Infine si rivolsero a me e, con una infinita dolcezza mi dissero che potevo smetterla di digitare, che era tutto finito.

GLI APPLAUSI - Quando il sensore delle porte a vetro ha sentito la nostra presenza restituendomi un fruscio e il colpetto della fine della corsa dei pannelli sono scattati gli applausi. Cento persone o più fanno troppo rumore per chi cerca l’urlo di liberazione di un figlio, la carezza di mia nuora che delicatamente copre una lacrima che la troppa ansia aveva tenuto muta. Ora che li sento sotto le mie braccia ho spento l’udito, le mille voci che mi cercano per una intervista e aspetto solo il fresco di una serata equatoriale dove cento bimbi mi ricorderanno in un canto perché ci tengo tanto a vivere.

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