Non è che non apprezzi i profumi, la fragranza dei fiori o quella di un viso appena lavato, di un corpo che si abbandona al piacere dell’amore. Né sottovaluto il tatto
, una stretta affettuosa o la preoccupazione di una mano che resta qualche secondo in più sulla spalla a voler sostituire parole di consolazione che non si possono trovare. Fanno parte della mia vita, mi aiutano a ricostruire i visi e le situazioni ma non sarebbero nulla se non potessi ascoltare la voce. Per questo gli applausi e questo rumore che copre tutte le parole mi fanno piacere si, ma mi confondono
ESSERE CIECHI – Perché per uno stenotipista cieco come me la voce è il senso del lavoro, la ragione per cui posso essere ancora utile alla società. Ma è anche qualcosa di più, è uno strumento per capire le persone, per sentire le loro emozioni. Forse per questo il giudice spesso mi chiama in disparte, mi sollecita un segno diverso da quelli che trascrivo su questo computer fatto apposta per quelli come me. Mi chiede un parere perché dopo tanti anni so distinguere una voce impostata da una sincera, un dramma costruito ad arte dalla disperazione di una persona che chiede ad un tribunale un brandello di giustizia. Allora una pausa, un sospiro tradiscono lo sforzo di capire se gli altri stanno seguendo, il tono che diventa rauco e poi si riprende tradiscono lo sforzo di celare nella dignità la rabbia a lungo repressa, la pomposità e il finto sdegno di avvocati che non credono a quello che dicono si rivelano in sbalzi di voce troppo veloci. Così, dietro una testa che, impassibile, resta dritta davanti agli attori che i suoi occhi non possono visualizzare si materializzano i ricordi di chi cieco non è stato dalla nascita ma solo in età avanzata, per una improvvisa malattia, ma che ha conservato tutti i possibili film che la voce dispiega in maniera precisa.
IL MATRIMONIO DI MIO FIGLIO - Per questo, solo per questo, seduto nell’aereo che mi avrebbe portato al matrimonio di mio figlio, avevo un quadro ben preciso dei posti, dei passeggeri e perfino dei movimenti delle hostess o degli steward che timidi e imbarazzati cercavano in qualche modo di intrattenere un vecchio cieco. Ma quando avevo ormai sentito le cinture che tutte insieme liberavano i corpi costretti ad ore di immobilità in un lungo volo, quando ero pronto ad aspettare che tutti i passeggeri si accodassero per uscire disordinatamente, prelevando dalla cappelliera i più corpulenti bagagli possibili, proprio allora sentii delle voci diverse. Un inglese più giovane e deciso, in un discorso ripetuto tante e tante volte nell’ansia di una prova generale, richiamò tutte le persone ai loro posti. Un istinto ignoto alla mia persona, una prontezza di riflessi che solo un innato spirito di sopravvivenza mi poteva donare mi fece sfilare la mano sinistra dalla giacca riannodando la manica come se non avessi il braccio.

Non ho commentato ogni domenica ma leggerti è un vero piacere e un piacevole appuntamento settimanale ^_^
Un caro saluto, Lisa
“Perché per uno stenotipista cieco come me la voce è il senso del lavoro, la ragione per cui posso essere ancora utile alla società. Ma è anche qualcosa di più, è uno strumento per capire le persone, per sentire le loro emozioni.”
Chi vive nel buio, non appanna le emozioni, ma esalta l’autenticità e la profondità del “sentire”: è un andare al fondo nel conoscere anche le nostre sensazioni ma invisibili, perchè siamo distratti da una vita alquanto frenetica!
Bel racconto Pietro!