Sergio aveva compito in classe
01/07/2009 - “ Io non farò mai niente per impedire ad Almirante di parlare” “Io non farò mai niente per impedire ad Almirante di parlare; ho bisogno che parli, perché non c’è nulla nella mia storia che mi tiene vicino a lui,
“ Io non farò mai niente per impedire ad Almirante di parlare”
“Io non farò mai niente per impedire ad Almirante di parlare; ho bisogno che parli, perché non c’è nulla nella mia storia che mi tiene vicino a lui, ma non c’è nulla della mia storia che mi deve impedire di far parlare chiunque. Questa, compagni, è la democrazia”. Questo invece è Melega. Un padre poi pentito degli anni in cui uccidere un fascista non è più reato. Perché bisogna proteggersi. Il Mis sta all’8 e 2 e Almirante gioca sporco, gioca pulito. Miete consensi, c’è il golpe, ci sarà. E allora va fermato il fascismo a ogni costo e in ogni dove. Dagli autogrill ai licei. Non bisogna farli mangiare, non si può lasciarli andare. Non s’è inventata la democrazia per i fascisti. Non sono, non siamo così scemi. Prevenire, schedare, è meglio che farli parlare, è meglio che curare.
E questo ragazzo che sta andando a scuola nell’inverno del ’75, non un
inverno qualsiasi ma quello a Milano, è Sergio, un figlio di quegli anni di cui parla Melega. Porta i capelli lunghi. Perché s’è un po’ rotto degli schemi. Se stai a destra devi essere ricco, stronzo, decerebrato, col capello corto e la spranga. Se stai a sinistra puoi invece permetterti tutto nel consenso generale. Lui, Sergio, se ne frega. E i capelli li lascia andare al vento. Che problema c’è. Chi l’ha detto poi. Che si debba sopportare tutto ad esempio. Sergio ha diciannove anni e non sopporta più quasi niente. L’unico me ne frego lo dice al barbiere. Per tutto quanto il resto, ragiona e se la prende su. Non sopporta che la democrazia preveda esclusi. Il conformismo. Il non poter parlare senza autorizzazione. Le ronde democratiche. L’antifascismo peggio del fascismo. L’antifascismo, un fascismo uguale e decoroso. A scuola sua, il Molinari, lui stava tanto bene. Amato. Vezzeggiato. Un eroe, quando passava i compiti e per salvare gli altri il suo veniva sequestrato. Poi è cambiato tutto perché Sergio ha cominciato ad esserci. A porsi domande. Ad esprimere un pensiero. Come coi capelli: Sergio se ne frega dei tanti barbieri.
Sergio quella mattina ha compito in classe. Non sa la traccia ma sarà la solita, è un istituto tecnico, cosa volete sia il tema d’italiano. Traccia a piacere, che il prof va a fumare fuori. Ragazzi, parlate a ruota libera. Del tempo. Della primavera. Fascista ? Se lo è, Sergio è il peggior prototipo di fascio in circolazione. E’ il fascista nuovo. La Destra nazionale. L’almirantiano. Il fascio in doppiopetto. Che parla di elezioni, di democrazia, consensi. Che fa politica e non le risse. Che espone piano i suoi concetti e non urlando i suoi livori. Sergio sta a destra come molti ragazzi di quegli anni. Perché non si può fare e perché non si può fare ? Sergio è il peggiore. Non è tarchiato, non è un violento, non è ricco, va a scuola con un modesto motorino, non ha padre e madre reduci e nostalgici, a casa sua manco una foto della Buonanima, non è cresciuto con i treni in orario ed Evola non sa manco dove stia di casa. Parla di Repubblica presidenziale e non di eia eia alalà. E’ un mite, non ha conti in sospeso, è uno sporco fascista ma nessuno ha mai pianto a causa sua. E’ un ragazzo che legge il Giornale, che trova interessante Montanelli e non il Mein Kampf. Che vota e fa votare. Che se ne sta in silenzio soltanto perché aspetta il proprio turno per parlare. Se a tutto questo aggiungi i capelli lunghi, Sergio è una provocazione che cammina, un sovversivo, un fascio e un criminale. Tutto intorno a lui è diverso. Lui sta andando a scuola, che ha tema d’italiano. E’ freddo, è inverno. Si aspetta molto Sergio da quel freddo, che lo preveda dalla democrazia e lo nasconda dalla tolleranza, che lo protegga nel buon senso, nella quiete dopo il fuoco, nella riflessione dopo l’incendio, si aspetta molto da persone e cose Sergio. Che ci volete fare, è giovane. Può aspettare. Che sian coerenti coi loro nomi. Se è democrazia, democrazia sia. Se vogliono pace ed uomini nuovi, uomini veri, liberi, vivi, per dio vivi, sul serio vivi la smetteranno di fargli la guerra. E di volerlo morto.
Minimizza, Sergio. Passerà. Tutto. E allora si potrà anche sorriderne. Di tutto questo. Si son sbagliati, mamma. A volermi uccidere solo perché tra poco a scuola scriverò quello che tutti loro, che dico, tutta Italia mamma, pure a Milano, ammetteranno poi. Che le Br sono assassini e che i morti son tutti uguali. Diran tutti così, mamma, papà, saranno tutti fasci come lo sono io ora, in questi giorni prima di morire.
D’altronde cosa ne potevo sapere che quel tema che sto scrivendo perché sono un uomo che pensa e ho diritto e il prof è via e nessuno più mi parla e io ho tanta voglia di parlare e c’è chi aspetta il compito e chi si aspetta che quel che penso io scriva e quello che si aspetta questo son io mamma, è ancora troppo presto perché non aspetti più.
D’altronde.
D’altronde cosa ne potevo sapere che quel tema che sto scrivendo visto che
il prof non c’è sarà sequestrato dai ragazzi di sinistra in corridoio, affisso in bacheca, esposto al pubblico ludibrio, processato persino dai miei prof e mi costerà la vita come fascio dai chirurghi di Avanguardia Operaia, gente più grande, che mi userà su commissione non conoscendomi mica per farsi tra democrazia e libertà una posizione, studenti in medicina col pallino delle chiavi inglesi nella presunzione di saper dove colpire per non pagare pegno. Che per non sfregiarmi il viso mi fracasseran la testa. Impedendomi, nel caso fossi rimasto vivo, ancora di parlare. Che questo foglio quando sarà finito mi farà morire senza un funerale, via i lunghi capelli come la mia ancora lunga vita, muto e scemo di trauma cranico infine morto di polmonite con le finestre aperte per motivi medici, perché il caldo è mio nemico, vero, applaudito in consiglio comunale come giustamente ucciso, additato a morte ai miei assassini proprio dai miei compagni beneficati al banco. Calma. Il foglio è ancora bianco. E poi. Non drammatizziamo. In fondo, se è vero che il mio tema al prof mai arriverà, almeno non sarà mai corretto. Il foglio è bianco, il tema dato e forse faccio ancora a tempo. A vivere. Invecchiare. Ma cosa scrivo, mamma ? Cosa vivrò nei vostri giorni ?
D’altronde di cosa mai potrei scrivere, mamma Ramelli, ora che tutto sta per cominciare.













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