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Culturadi Mariangela Vaglio (Galatea)
pubblicato il 30 giugno 2009 alle 16:30 dallo stesso autore - torna alla home

Di tutto un po’, a volte troppo, ma sempre godibile. In attesa di qualcosa di meglio, Alias è un buon passatempo. Ecco perché

Avete presente il cubo di Rubik, quell’aggeggio insulso con le facce formate da quadratini di diverso colore, che negli anni ‘80 era diventato una mania collettiva, perché, nonostante fossi pienamente conscio che era una cazzata immane, una volta che l’avevi preso in mano e scomposto l’armonia iniziale dei colori, anche se non te ne fregava niente dovevi ricomporla? Ecco, Alias è identico, come impostazione. Quando vedi una puntata, pensi: “Madonna, iphone wallpaper alias Alias, ovvero il fascino del puzzle senza senso  che cretinata!”. Ma ormai è troppo tardi: vedi anche quella dopo, e poi quella dopo, e via, fino alla fine della serie. Alias è peggio della cocaina, dà dipendenza.

DI TUTTO, TROPPO - Presi singolarmente, tutti gli elementi che compongono la serie non sono affatto in grado di giustificare l’effetto finale. Sì, si parla di spie, ma di telefilm di spie ce ne sono tanti; sì, c’è un ritmo mozzafiato, ma quello è pure troppo, perché delle volte non si riesce manco a tirare il fiato fra una azione e l’altra, e forse proprio questo è ciò che funziona, perché lo spettatore non ha l’agio di riflettere a mente fresca quanto pretestuose sono le giravolte della trama. Trama che definire cervellotica, ecco, è peccare di ottimismo: provate a leggervi d’un fiato il riassunto su Wikipedia e vi renderete conto che Rocambole, in confronto, era uno che si teneva calmo. Sono proprio Rocambole e le sue immaginifiche avventure i modelli, non si sa quanto consci, di Sidney Bristow e dell’allegra corte dei miracoli che la fa da contorno: dove c’è, proprio come in Rocambole, un genio del male che però non si capisce mai bene fino in fondo da che parte stia. E poi, a scendere: organizzazioni segrete terroristiche che si travestono da servizi segreti buoni, mentre la Cia si traveste da organizzazione terroristica, maghi rinascimentali che hanno lasciato progetti di macchine fantascientifiche e profezie, cloni e scienziati genetici, dna usato a come viene viene per creare ibridi, ibridare agenti segreti, fecondare donne a loro insaputa, ideare virus di guerre batteriologiche. E in mezzo, tutto l’armamentario tipico del romanzo rocambolesco d’avventura di ottocentesca memoria: figli sconosciuti che tornano dal nulla, agnizioni di genitori, conversioni di cattivi, finte identità, doppi giochi.

BUONA ATTESA – Alias non è una serie, è un supermercato in cui si15357  alias l Alias, ovvero il fascino del puzzle senza senso  trova di tutto, ma, essendo frutto dell’era post moderna della televisione, tutto è frullato assieme, in un cocktail che è piacevole proprio perché non cerca altro che dare intrattenimento di buon livello artigianale. Per questo la serie, conclusa da anni, pur andando in replica ha sempre schiere di fans. I quali si beano di rivedere le puntate già viste non solo perché Jennifer Gardner è una bella gnocca e Michel Vartan è proprio un gran bel vedere, ma perché il gioco è divertente in sé e per sé, e poi, oltre che cercare di trovare un bandolo nella trama, c’è anche il sottile divertimento di scovare le chicche ed i cammei disseminati negli episodi, e per una Lena Olin che fa Irina madre snaturata della protagonista, ci sono anche Quentin Tarantino, Isabella Rossini, Sonia Braga che compaiono in fulminee partecipazioni, qui e là. Insomma, se è un pomeriggio d’estate e fuori il caldo accalda, dentro, all’ombra, Alias che scorre sul video mentre uno si sorbe una bella bibita fresca è l’ideale. Specie finché Dan Brown non si decide a scrivere il seguito di Angeli e Demoni.

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