Liguori e quel popolo di imbecilli che legge Repubblica

In effetti in mezzo al frastuono le piccolezze sfuggono. E quindi è passato quasi inosservato che la settimana scorsa Paolo...

In effetti in mezzo al frastuono le piccolezze sfuggono. E quindi è passato quasi inosservato che la settimana scorsa Paolo Liguori, oggi direttore del TgCom, abbia esternato a proposito del caso Noemi-Patrizia-Silvio e dell’attenzione dedicatagli da Repubblica: “Io sono convinto che i lettori di Repubblica siano un popolo di imbecilli, perche’ continuano a leggere un giornale che gli racconta un sacco di panzane“, ha detto all’Agr. “Repubblica sono 15 anni che dice che Berlusconi stupra, violenta, inganna, spaccia droga, ruba soldi – ha detto Liguori -. Lo dice impunemente, perche’ nessuno le chiede conto. Sono convinti che gli italiani siano un popolo di imbecilli, perché seguono Berlusconi“. Deliziosamente assurdo come soltanto l’ex direttore di Studio Aperto, poi figurante tifoso romanista durante le trasmissioni sportive di Mediaset, sa essere, Liguori è riuscito nello stesso momento a dare del “popolo di imbecilli” sia i lettori di Repubblica che agli elettori di Silvio, e questo la dice lunga sulle sue capacità lessicali.

Ma la cosa più interessante è quel “nessuno le chiede conto” rivolto al quotidiano di Ezio Mauro, che è allo stesso tempo minaccioso – visto che sembra sottendere una specie di “impunità giudiziaria” nonostante le ripetute calunnie – e ridicolo, tanto ridicolo. Perché immagina, a non voler seguire la pista “giuridica” nell’interpretazione delle parole, una specie di “tribunale del popolo” dove finalmente i giornalisti di Rep. debbano finalmente rispondere di tutto quello che hanno fatto. E in bocca a lui, tutto ciò, suona davvero strano. Liguori è infatti tipico un caso schizofrenia clinica. Nel ‘68 è tra i fondatori (con il nomignolo di “Straccio”) del gruppo degli “Uccelli”, una congrega di allegri bontemponi che durante gli scontri di Valle Giulia attraversavano gli schieramenti di polizia travestiti da pastori e con pecore al seguito. Poi diventa giornalista e militante di Lotta Continua (il nickname stavolta è Paolo il Bello), occupandosi di politica interna. E il 16/1/80 racconta i problemi del PSI parlando di un Craxi che non gli sembra molto intelligente: “Il Craxi-pensiero, come si vede, è molto debole”. Il 9/2/80 si occupa dei finanziamenti dell’ENI alla Stampa e al Corriere della Sera: “Il petrolio ha molti derivati. Compresa la carta stampata?”. Ma il suo capolavoro è un reportage scritto con Bruno Ruggiero sulla P2: “Cane non mangia cane”, si intitola. E all’interno scrive: “Perché non si è mai riusciti in Italia ad impedire la cospirazione politica? Perché prospera sempre più la politica del ricatto?”. Come perché? Ma è chiaro: “Sin dai tempi del Sifar i capi di tutti i servizi segreti sono ‘fratelli’ di Gelli”, e quindi non c’è niente di meglio da aspettarsi che logge massoniche comandino e ricattino il potere. “Un’inchiesta che prometteva bene è quella su Edgardo Sogno, – racconta Paolo – ma Luciano Violante è stato ostacolato dal SID” quando stava per scoperchiare la pentola del contropotere golpista di stampo italico.

Prima giravolta negli anni ’90. Diventa direttore del Sabato, settimanale di Comunione e Liberazione, e in un’intervista a Prima Comunicazione dell’ottobre ’91 dichiara: “De Benedetti, Romiti e Berlusconi hanno molto più potere di chiunque altro in Italia e controllano gran parte dei mezzi di comunicazione. Chi parlerà delle loro manovre? Io me ne sono fatto un dovere”. Ovviamente, il fatto che il giornale si regga in piedi grazie ai fondi assai generosi che rimedia lo Squalo, alias Vittorio Sbardella (ex pugile, il più “rustico” esponente romano – in Sicilia c’era di peggio, anche se non si sapeva – della corrente andreottiana) Poi, nel 1992, la svolta: diventa direttore di Studio Aperto (Italia 1), e la sua linea editoriale accompagna la discesa in campo del padrone. Studio Aperto diventa in poco tempo il tg più sanzionato dall’Authority delle TLC per servilismo nei confronti del padrone, peggiore a tratti di quello di Fede. Il 5/3/94 smista, da conduttore una telefonata di Berlusconi: riesce a farlo parlare per 10 minuti e 20 secondi senza interromperlo mai. Si scatena contro le “toghe rosse” e quel Violante che prima elogiava diventa il nemico pubblico numero uno, l’autore di tutti i complotti della zona Euro ed oltre. Il suo telegiornale, l’11/1/96, si “dimentica” di dare la notizia dell’avviso di garanzia a Dell’Utri e della condanna di Paolo Berlusconi. In un’intervista uscita su Cuore 15/7/95 gli domandano: “Non hai avuto problemi a passare da Lotta Continua a Forza Italia?”. Risposta: “Non me ne frega niente degli ideali. Viviamo in una società dove si teorizza addirittura la fedeltà agli ideali. Visto che gli ideali cambiano bisogna essere fedeli alle persone”. Ma la fedeltà non basta, specialmente nel lungo termine. Anche perché ci vuole poco a trovare qualcuno più servo di te: nel 2003 gli tolgono la guida di Studio Aperto e diventa (per poco) capo della redazione sportiva di Mediaset e direttore di TgCom. Dove prospera (si fa per dire) ancora oggi. Ecco: di tutto questo, a Paolo Liguori detto Straccio, nessuno ha mai “chiesto conto“, come direbbe lui. Se si cominciasse, brrrrr.

Immagine da HCJ