La Spagna non supera l’esame di maturità, il Brasile non ne aveva bisogno
La Spagna ? Una moda. Un nido di giovanilistici Zac Efron à la page, pronti nel loro schema di gioco a scimmiottare tra piume, colori e batter di ali la cova di uova. Che non si dischiudono mai. In piccolo, questa piccola Spagna è un po’ come la Francia di quando i bei tempi erano belli davvero perché c’era al comando Monsieur Platini. Titolo europeo di consolazione compreso. Gran fraseggio. Gran palleggio. Champagne a fiumi nelle scarpe fatate. E poi a mezzanotte era tutto finito. Alla stretta finale la carrozza ridiventava una zucca, i cavalli da corsa dei sorci e la principessa una serva. Che torna nell’angolo. Manca un finalizzatore. Senza goal si ritorna al punto di partenza, senza il giusto punteggio nel gioco dell’oca non basta il gioco, alla fine del gioco, alla fine del giorno, alla fine del tempo ritorni oca. Manca un cannoniere. Torres ? Torres non basta. Torres non è Ibra, non è neanche il vecchio Santillana. Torres, non so voi altri ma io gli ho visto fare degli stop di palla da oratorio. Torres, i difensori amerikani con due calcetti, tre anticipi e un mezzo litro buono di fiato sul collo l’hanno esiliato fuori area senza molto sforzo. Torres non è Ibra, non so cosa vi sia preso, ignoro cosa vi sia saltato in mente. Ignoro le dinamiche di voi altri che vi sdilinquite dinanzi uno come Xabi Alonso. Voi che non siete della Juve non potete immaginare quanto sia costato nell’ambiente juventino di quest’anno non averlo preso, quest’Alonso, al mercato per il 2009. Una tragedia secca. Tanto ha fatto piangere la cosa che alla fine quel povero Ranieri, reo di avergli preferito Poulsen, di non essersi pentito e di non aver cessato di esercitare su st’Alonso il suo pensiero debole romano, secco ci è rimasto. Un tormentone, peggio. Un luogo comune.
Ed eccolo lì. Dispensatore di palloni in orizzontale. Modesto, succube di un Donovan che prenderesti subito al posto di D’Agostino. E poi gli altri eccentrici della lega soccer. Questi si che eran da guardare, altro che la Spagna. Quelli che non ti aspetti. Scafati. Anzitutto questo, scafati, rotti a ogni esperienza senza averne fatte alcuna. Un miracolo di autostima. Un capolavoro di filosofia utilitaristica. Calmi, dunque. Non rassegnati, rassegnati è un’altra cosa. Rassegnati vuol dire disperati e i disperati son gli spagnoli che hanno un cazzo e ne vorrebbero due, non la vedono la porta, non ne sanno la misura, non gli amerikani che preferiscono vederne un pezzettino e con lentezza e metodo ricostruirne a mente una bastevole misura. Una versione anche ridotta ma che possa e sappia bastare. Calmi.
Robustissimi, altro che pinocchi alla mercé degli imbroglioni. Mentalmente pronti. Ordinati. Senza fretta. Partiva un contropiede ? Con calma. Non cercavano colpi, non volevano per forza fare male, stavan lì , a misurare ogni passo, con la coscienza dei buon padri di famiglia che sì, puoi fare male ma meglio che fai le cose semplici, che dopo c’è un’altra occasione, che non è necessario correre a sfiatarsi solo per ansia di colpire, che forse è meglio che poi tieni palla, e se la perdi bene. C’è onore anche per gli altri della squadra, conta tutto, vale tutto. E allora torni a casa in area di rigore con la sicurezza che l’allarme c’è e il gas spento che tanto gli spagnoli sono ancora lì, son fuori. C’è equilibrio nella squadra, hai una difesa che protegge bene, aspetta lo spagnolo, non lo segue, fa il proprio gioco e non il loro, non lo segue mai, lo frustra, si fa inseguire, lo fa sbagliare. Tanto prima o poi l’errore capita. Se a te pazienza, e allora quell’errore non prova gusto se non trova rabbia e dolore presso di sé. Così va altrove, ne prova un altro, ne trova uno, due. Chi si contenta raddoppia. Chi vuol godere muore.
Nell’altra semifinale, è il Brasile a vestirsi da bambino grande, ometto giudizioso che all’occorrenza si fa piccolo piccolo per sfangarla meglio contro un Sud Africa sin troppo tronfio, meritevole, lezioncina, acqua azzurra acqua chiara, sin troppo Nobel, sorpresa che si ripete, Mandela all’ultimo sospiro, bianchi e neri tutti uguali, altare della patria, padre della patria. Tutto dovuto. Tutto assordante. Sin troppo gonfiato come la rana per non meritare di scoppiare via con un piccolo siluro schizzato come gioco d’acqua a fare i cerchi all’ultimo stacchetto dello stagno. E giù le lacrime dei (neo) tromboni tra le trombette. Chi si contenta vive.
Solo chi soffre muore.




Giusto Enzo: chi si contenta vive e chi soffre muore.
Giustissimo