25 giugno 2009
Nei rapporti tra Stati Uniti e Spagna, quanto avvenuto in Confederations Cup rappresenta un’impresa senza precedenti, dall’impatto (calcisticamente parlando, s’intende) paragonabile a quello della guerra ispano-americana del 1898. Quando gli Usa, potenza emergente e alquanto inesperta nell’operare in territori al di fuori dei propri confini, si trovarono a fronteggiare la Spagna, già invincible armada ed ex impero che ancora voleva difendere le proprie conquiste. Una “splendid little war”, come scrisse l’ambasciatore John Hay, che sancì definitivamente il declino dell’impero spagnolo e, dall’altra parte, evidenziò l’emergere di un nuovo protagonista sullo scacchiere internazionale, che sarebbe poi diventato potenza principale nel secolo a venire.
GUERRA! – Il campo di battaglia, questa volta, era il Sud Africa. E in palio, nessun territorio, ma l’accesso alle finali di Confederations Cup. Difficile credere che la sorprendente vittoria 2-0 degli Stati Uniti sulla Spagna in semifinale rappresenti una riedizione calcistica di quanto avvenuto oltre un secolo fa: la nazionale iberica campione d’Europa rimane la squadra da battere, numero uno nel ranking FIFA, tra le più accreditate per la conquista del titolo mondiale l’anno prossimo, mentre gli Usa, pur sbalorditivi, pur esuberanti, ormai capaci di tutto dopo la rocambolesca qualificazione alle fasi eliminatorie, rappresentano tutto fuorché una potenza del pallone…almeno per il momento. Tuttavia, dopo l’incontro con le Furie Rosse, fino a futura smentita, è del tutto lecito essere spaventati dalla squadra allenata da coach Bradley: “Finalmente, lo slogan pubblicitario ‘Non calpestarmi’ che da tempo caratterizza la nazionale di calcio americana può essere indossato orgogliosamente – e accuratamente” ha scritto Martin Rogers su Yahoo Sports, facendo riferimento allo slogan utilizzato dalla Nike (preso direttamente dalla “Gadsden Flag”, storica bandiera statunitense) per tentare di promuovere il soccer in territorio nordamericano.
RISULTATO STORICO – C’è già chi parla di “più grande vittoria nella storia del calcio americano”. È il caso di Jamie Trecker di FOX Sports, che così ha commentato il successo che ha messo fine alla striscia di imbattibilità spagnola, perdurante da 35 partite e che, di conseguenza, ha regalato agli States la possibilità – remota o concreta, questo ancora si ignora – di conquistare il loro primo trofeo targato FIFA di livello superiore alla già più volte agguantata “Gold Cup”. “Questa era la vittoria che i fans americani morivano dalla voglia di vedere”, prosegue Trecker nel suo euforico articolo, “Era contro una squadra importante, in un torneo importante, e su suolo straniero. Il risultato di questa notte è stata la più grande vittoria nella lunga e intermittente storia del calcio americano, e la prima volta che gli Usa abbiano battuto un team al numero uno del ranking dai tempi della famosa vittoria 1-0 sul Brasile nella Gold Cup. Quella notte, il portiere Kasey Keller fu l’eroe, fermando oltre 35 tiri in porta”. Questa volta, però, non è stato un colpo di fortuna, o la prestazione straordinaria del portiere Tim Howard (comunque superlativo). Questa volta, è stata un’ottima performance collettiva, una prova di carattere, qualcosa di insolito per la rappresentativa americana di calcio, solitamente inconsistente quando si tratta di tornei di rilievo, e qualcosa di sorprendente per questa formazione, protagonista di prove opache (vedi Brasile) o sfortunate e confusionarie (vedi Italia) nella stessa Confederations Cup.
E ORA? – Gli americani, infatti, avevano già pronte le valigie. Dopo l’immeritato 1-3 contro l’Italia, peraltro per causa di un nativo del New Jersey, ma soprattutto dopo l’umiliante, ma prevedibile, 0-3 contro il Brasile, gli Usa erano certi che, a prescindere dal risultato contro l’Egitto, sarebbero stati eliminati. E invece, per una strana congiuntura astrale, che ha unito la pessima prestazione di una inguardabile Italia alla netta vittoria statunitense sull’Egitto, lo United States Soccer Men’s National Team si è trovato in semifinale, contro la temibile Spagna. La quale, a detta dei più, avrebbe messo fine all’avventura, in questo caso prolungata oltremodo, della compagine americana. Le cose, tuttavia, sono andate diversamente. Gli spagnoli, forse del tutto impreparati ad affrontare un avversario che non fosse l’Italia o il Brasile, sicuramente certi di vincere agevolmente, hanno evidentemente sottovalutato la squadra rivale, della quale difficilmente conoscevano pregi e difetti, e sono stati costretti a difendersi dalle giocate di atleti quali Jozy Altidore, Landon Donovan o Clint Dempsey. Nomi che dicono poco, o forse nulla, al tifoso medio, del tutto irriconoscibili se paragonati a quelli più altisonanti di altre formazioni, che però, almeno per una notte, si sono dimostrati capaci di sconfiggere – del tutto meritatamente – quella che, assieme al Brasile, è oggi la squadra più in forma sullo scenario calcistico mondiale. Forse investiti dalla missione divina di diventare protagonisti anche nel calcio, forse come segnale del destino manifesto adattato al soccer, forse benedetti da quel genere di fortuna che accompagna le squadre meno favorite, gli americani hanno eliminato gli spagnoli. Una vittoria che, come ha detto lo stesso Donovan, campioncino americano che raramente trova spazio e attenzione nel vecchio continente, ricorda l’impresa eroica della nazionale americana di hockey nel 1980, quel miracolo che vide una rappresentativa di atleti collegiali battere i veterani professionisti dell’Unione Sovietica alle Olimpiadi Invernali di Lake Placid.




ed io che credevo che gli States ancora si cullassero sulla semifinale dei Mondiali 1930 (unico stato non europeo o sudamericano, colla Corea, ad aver raggiunto tale traguardo finora) o all’1-0 all’Inghilterra del ’50…