di Mauro Senzaterra (Mthrandir)
postato alle 08:40 del 18 Aprile 2008 in SportTorna alla home

Gli arbitri nel nostro sistema calcistico sono gli unici a non essere dei professionisti. Renderli tali servirebbe a evitare situazioni come quelle accadute domenica scorsa.

La probabile sospensione di Rizzoli, reo di non aver difeso l’onore della casta arbitrale punendo esemplarmente Francesco Totti che lo invitava ripetutamente a partecipare alla manifestazione di Grillo il prossimo 25 aprile, rappresenta l’irrinunciabile ciliegina sulla torta indigesta di questo campionato farlocco. Strano mondo questo qua del calcio italiano, perfino più strano dell’intero modello-paese che non smette di brillare per originalità di concezione e che fa da decenni la fortuna di sociologi e di politologi i quali, in un altrove qualsiasi, sarebbero costretti a trovare altro e più utile impiego.

L’ANELLO DEBOLE - Il caso Rizzoli-Totti, costruito sull’immane tragedia di un “vaffanculo” ripetuto biblicamente tre volte, dimostra i limiti di un intero settore economico capace di muovere con disarmante allegria un volume impressionante di quattrini e altrettanto felice di affidare la vigilanza sul rispetto delle regole ad un gruppo di volenterosi dopolavoristi. Non che sia il caso specifico di Rizzoli il quale, anzi, paga l’aver usato la regola aurea del buon senso, ma proprio per questo certifica la conquista dell’ultimo ottomila, quello dell’ipocrisia. Al di là delle lamentazioni del ciuffuto nocchiero della squadra capolista, il cui amore per l’uguaglianza di fronte alla sacralità della regola somiglia parecchio a quello dei maiali orwelliani, resta il grande problema di un sistema giudicante, in campo e fuori, attaccato più alla forma che alla sostanza. Non parlo, ovviamente, dei singoli arbitri, ma di chi dovrebbe lavorare per fare dei giudici di gara dei garanti credibili del gioco e del business. E’ chiaro a tutti che la rinuncia al riconoscimento del professionismo è uno degli anelli deboli della catena e non solo perché sono gli unici del settore a non esserlo (son professionisti perfino gli ultrà), ma perché professionismo significa responsabilità diretta e individuale.

UN MESTIERE COME GLI ALTRI - Se così stessero le cose, c’è da pensare che certi stucchevoli dibattiti sulla disparità di considerazione tra Cassano e Totti o sul peso di un vaffanculo triplice rispetto ad uno soltanto lascerebbero spazio a considerazioni un tantino più consistenti. Nell’interesse di tutti, ça va sans dire. In primis di chi investe soldi e che ha diritto a giudici che tutelino il suo patrimonio. Un arbitro professionista, anche nominato da terze parti, sarebbe più indulgente nei confronti di chi applaude ironicamente alle sue decisioni e, forse, meno tollerante sul gioco violento. In troppi casi le sanzioni disciplinari ai calciatori sono comminate per motivi banali e ignorate per falli violenti e gratuiti: se è giusto pretendere il rispetto personale al giudice, non mi sembra meno importante garantire alle società le tutele adeguate.

PIÙ CHIAREZZA - In secundis c’è il pubblico che si è stufato di dover accettare senza capirle le decisioni arbitrali: non si può pretendere di copiare in toto il sistema vigente nel football americano con il referee che spiega ogni intervento, ma si può tranquillamente prevedere che lo faccia per decisioni rilevanti (calci di rigore, per esempio) o che l’arbitro utilizzi un linguaggio gestuale, come nel basket, che il pubblico possa interpretare. Oggi, chi assiste ad una partita di calcio, interpreta. Accadesse una cosa del genere in un tribunale normale, col giudice che condanna o assolve con un fischio, ci sarebbe la rivoluzione. E’ un paradosso, ma rende l’idea.

In più, un sistema giudicante professionista, investito di una diretta responsabilità professionale, sarebbe meno sensibile ai desideri di combine di fine campionato per motivi del tutto evidenti: i terzi eventualmente danneggiati avrebbero qualche possibilità in più di difendersi. Insomma, con arbitri professionisti non si risolverebbe tutto in un secondo, ma almeno arbitraggi onesti e corretti come quello di Rizzoli a Udine - e lo dico da non romanista - non avrebbero portato alla sospensione dello stesso per lesa maestà dell’Albo. In cambio, con tutta probabilità, quel sistema ci avrebbe liberati da una caterva di assicuratori che scambiano teste per mani e che fischiano penalties per divieto di sosta.

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