Da molti anni i Comuni stanno delegando pezzi importanti della loro attività ad SpA a partecipazione pubblica. Un fenomeno poco alla ribalta, a parte quando si tratta di spartirsi posti appetitosi nei CdA. Ma dove è in atto un processo non tanto virtuoso neppure da un punto di vista economico
Le Società partecipate dagli enti pubblici territoriali, non fanno parte formalmente della Pubblica amministrazione, ma ne costituiscono un pezzo importante, influenzando ricchezza e benessere di un territorio. Hanno ottenuto una grande autonomia gestionale, senza vere politiche di indirizzo e controllo da parte dei loro “proprietari” e finanziatori, che non sono Sindaco e Giunta comunale, ma i cittadini. Un’analisi dell’Isae mostra le tante ombre di questo comparto, soprattutto la scarsa razionalizzazione ed efficienza che porta, in molti casi, ad un aggravio di costi che fa quasi dire: “Si stava meglio quando si stava peggio”.
IL VARIEGATO MONDO DELLE SPA PUBBL
ICHE LOCALI – Le aziende e i consorzi di proprietà pubblica sono tante: secondo la banca dati Consoc del Ministero della Funzione Pubblica, circa 6.752, (2.991 consorzi e 4.461 SpA) nel 2008. I componenti dei consigli di amministrazione sono 23.400, una bel paesone. La loro spesa complessiva, secondo la banca dati dei Conti Pubblici Territoriali del Ministero dello Sviluppo Economico è di 60,4 miliardi di euro nel 2007, in gran parte nel Centro-Nord, dove rappresentano il 4,4% del Pil (il 2,4% nel Sud). Alcune, concentrate nel centro-nord e nei settori gas ed energia, sono multi-utilities quotate in borsa, fanno utili e sono per l’ente locale una fonte di entrata, grazie ai dividenti societari. Ma molte, piccole ed anche grandi, nei settori trasporti, servizi ambientali, acqua, hanno forti passivi di bilancio, che appesantiscono le finanze locali, anche per le poche possibilità di agire sulle leve tariffarie, a causa della forte rilevanza sociale del servizio erogato. E’ un settore importante e delicato, con molte implicazioni in tema di apertura del mercato alla concorrenza, dell’impatto sul debito pubblico e sul Patto di stabilità interno. Un settore oggetto di tanti interventi legislativi che, avviati negli anni novanta, si sono susseguiti con particolare frequenza a partire dal 2001.
LE MAGAGNE DELLE PRIVATIZZAZIONI – Anni in cui andava di moda lo slogan “meno Stato più mercato”. Anni in cui la privatizzazione era considerata la panacea di tutti i mali: contro gli sprechi, i disservizi, i ritardi. Numerose indagini della Corte dei Conti e della magistratura hanno però portato alla luce molte magagne. Le recenti vicende sulle nomine di alcune grandi utilities in Lombardia, i disservizi e i deficit accumulati in alcune imprese pubbliche per la raccolta dei rifiuti e per la erogazione delle acque nel Mezzogiorno mostrano che non è tutt’oro quello che luccica. Ma anche senza considerare le patologie giudiziarie, spesso privatizzare un servizio pubblico dà più danni che vantaggi. Perché non è una privatizzazione, ma un travestimento della vecchia gestione diretta. A volte accade perché i privati non hanno interesse. A volte perché sono “esclusi a priori”. Così, tutto resta in mano a imprese pubbliche locali, in cui si amplificano le vecchie logiche note ai “bei tempi” dell’Iri, oltretutto moltiplicandole su base locale. Con costi notevoli per i cittadini: dal 1996 al 2006 le tariffe dei servizi pubblici locali sono cresciute, secondo un rapporto dell’Unioncamere, del 40%, il 15% in più dell’inflazione.
UN QUADRO PREOCCUPANTE – Il recente rapporto Isae, di cui si è già parlato qui, sul tema delle esternalizzazioni ricostruisce i collegamenti finanziari tra Comuni e società partecipate. Ne esce un quadro non tranquillizzante. In primo luogo, per l’inadeguatezza della strumentazione contabile, che rischia di svuotare di senso ed efficacia i vincoli posti dal Patto di stabilità interno per il coordinamento della finanza pubblica. In secondo luogo, perché i dati mostrano che, nonostante le cospicue spese per l’acquisizione di partecipazioni e i conferimenti di capitale, i Comuni non sembrano aver ridotto in modo significativo i costi di produzione, in termini di spesa per il personale e anche di oneri straordinari (in cui, generalmente, sono contabilizzate i ripiani di perdite di gestione). Il problema riguarda soprattutto le aree meridionali del Paese e le Isole, i comuni piccoli. Ma con sacche anche nei comuni grandi e nel Centro-Nord.
LA MOLTIPLICAZIONE DEGLI OPERATORI - In pratica, le esternalizzazioni non sono state accompagnate da una riorganizzazione delle funzioni e delle risorse, ma hanno scatenato un complicato processo di moltiplicazione degli operatori, anche nei Comuni più grandi (più di 60mila abitanti). Nel Nord, dove è comunque cospicuo e crescente il flusso di utili e dividendi, si registrano positi
ve riduzioni di spesa nelle voci (oneri straordinari e trasferimenti ad aziende) che individuano i legami tra Ente e partecipate, ma non ci sono segnali di contenimento della spesa del personale. E comunque, l’attivismo dei grandi Comuni nell’acquisire partecipazioni con il fine di incamerare consistenti flussi di dividendi (che a volte restano solo sulla carta) sta allargando i confini del capitalismo pubblico. Nei comuni più piccoli, l’acquisizione di partecipazioni azionarie e i conferimenti di capitale crescono notevolmente. Crescono troppo. Presi uno a uno, si tratta di cifre modeste. Ma siccome sono tantissimi, c’è il rischio che si avvii un processo di accumulazione di tensioni e di problemi prospettici, con gestioni sempre più deficitarie, e la necessità di ripiani sempre più cospicui. Con danni anche alla sostenibilità del debito pubblico
CHE FARE? – Un sistema economico sano è un sistema dove lo Stato fa bene lo stato e il mercato fa bene il mercato. Le forme ibride andrebbero evitate il più possibile, perché – e noi italiani lo sappiamo meglio di chiunque altro – lo “Stato padrone” non sa fare il suo mestiere. E un privato non è adatto a fornire “servizi pubblici”. L’esternalizzazione di funzioni, quindi non è una panacea. Anzi, può creare più problemi di quanti ne risolva. Ma non è neppure uno spauracchio. Va governata, gestita. Per questo, oltre che per spartirsi i 24 mila posti nei Consigli di Amministrazione, servirebbe la politica. Più che pubblicare on line i compensi dei manager, servono scelte sensate. L’Isae prova a dare alcune – condivisibili – indicazioni. Vanno razionalizzate ed omogeneizzate le regole contabili, con l’obbligo di predisporre bilanci consolidati di Comuni e società partecipate, come – molto giustamente – prevede tra i suoi principi la “Legge Calderoli”. Va definitivamente sistemato il quadro normativo per l’assegnazione della gestione dei servizi pubblici di rilevanza economica, in favore dell’asta ad evidenza pubblica, per evitare che esternalizzazioni faccia rima con furbacchioni. E, aggiungiamo noi, chiarendo in confini tra gestione e indirizzo/controllo. Infine, i Comuni piccoli (sotto 5 mila abitanti) andrebbero inseriti all’interno del Patto di Stabilità Interno, perché i non pochi problemi logistici ed organizzativi sarebbero certamente superati dai benefici che – anche in termini di “controllo” della spesa pubblica – ne deriverebbero. Aspettiamo che qualcuno si muova. Con un certo pessimismo.






















Mi trovi assolutamente d’accordo. Un qualsiasi bene d’interesse collettivo va gestito in maniera collettiva secondo i criteri vigenti. La privatizzazione del servizio pubblico crea solo ulteriori deleghe e profitti a discapito dei fruitori e degli utenti.
Il problema è culturale prima ancora che strutturale.
In Paesi con un elevato senso etico della res publica, il pubblico funziona a livelli d’eccellenza paragonabili a quelli del privato.
In Paesi come l’Italia, la presunzione che il privato persegua l’interesse collettivo è una pia illusione. Certo, diventano più efficienti, ma i benefici li godono non gli utenti del servizio, bensì i proprietari d’impresa ed i loro referenti politici.
In nessun posto il privato fa l’interesse collettivo, solo che nel Nord-Europa gli organismi di controllo (pubblici) sono generalmente pervasi da un’etica ed una cultura ben diverse dalle nostre.
In questo Paese la privatizzazione del servizio pubblico non è altro che una grande abbuffata nella quale interessi e patrimoni collettivi vengono depredati dal grande sistema di potentati corporativo che va dal PD alle logge massoniche, dalla mafia alla guardia di finanza, dai sindacati confederali alle puttane, nani, ruffiani, giullari di corte, oroscopi, ruote della fortuna ed economisti nostrani.
Qualunquismo? No, sistema.
Grillismo? No, grazie.
Rivoluzione sociale? Questione di tempo.
@Z:
Grazie.
Un sorriso festivo
C.