Altri guai per l’industria della moda in Italia: dopo Prada, protagonista di equilibrismi verbali per nascondere il bisogno di concessioni dalle banche, arriva i turno di Valentino. Con un risultato sorprendente: le “locuste” si stanno comportando in maniera più trasparente del padre padrone.
SIGNORI, SI CAMBIA! – Permira è uno dei maggiori gestori di fondi di private equity inglesi ed ha acquistato Valentino al picco della bolla, nel 2007. Dopo meno di due anni
dall’operazione, avrebbe contattato i maggiori creditori della maison per rinegoziare i termini dei 2.5 miliardi di euro di debito, comprendendo sia il debito incorso per l’acquisizione della società sia quello pregresso. Pare che le performance industriali di Valentino siano migliori del resto del settore, ma il peggioramento delle condizioni economiche ha portato la società inglese a volersi premunire. Da qui la scelta di giocare d’anticipo e proporre una serie di modifiche ai parametri di performance a cui sono legati il volume ed il costo delle linee di credito in essere. Quello che accade normalmente in questi casi è che, a fronte di una maggiore flessibilità operativa, il debitore accetti di pagare interessi maggiorati rispetto agli accordi iniziali.
PERCHE’ NOI VALIAMO – La storia di Prada è più interessante e dura da anni. L’episodio più recente riguarda il tentativo di ristrutturazione e proroga del debito della capogruppo, arrivato a circa 1.1 miliardi di euro. Nessuna acquisizione spericolata con largo utilizzo della leva finanziaria: soltanto un aumento costante dei debiti negli ultimi anni, nonostante la profittabilità proclamata dal gruppo e l’inconcludenza dei progetti di quotazione in Borsa, dopo quindici anni di tentativi andati
a vuoto. E’ infatti dalla metà degli anni 90 che il gruppo nato dal genio di Miuccia Prada cerca l’approdo in Borsa, ma ogni progetto si è sempre scontrato con un problema fondamentale: la proprietà ha sempre cercato di collocare ad un prezzo ritenuto troppo alto dalle banche d’affari incaricate del dossier. Come accade oggi con il bond Fiat, anche per Prada la dirigenza ritiene che il mercato sottostimi l’azienda. Questo potrebbe essere possibile, sopratutto nel breve periodo ed in assenza di comunicazione aziendale adeguata. Quindici anni di fallimenti nella quotazione, nonostante due periodi di mercato euforico ed un tono decisamente positivo per il lusso negli ultimi cinque anni, potrebbero far sorgere dei dubbi sul realismo e l’eccessiva autostima di chi gestisce e possiede l’azienda. O, in alternativa, far sorgere altri sospetti. Osservando tuttavia l’attività sul mercato dei capitali, si scopre che Prada ha saputo comunque far fruttare la propria volontà – a parole – di quotarsi. Ad esempio, nel 1998, la consociata lussemburghese emise un bond da 250 miliardi delle vecchie lire, scaduto nel 2003. Pare che il bond derivasse dalla trasformazione in obbligazioni di un prestito-ponte, ossia del finanziamento concesso all’azienda in attesa della quotazione, tanto da contenere clausole che davano il diritto di ottenerne ili rimborso impiegando i fondi derivanti da una ipotetica IPO. La quotazione non arrivò mai ed il bond fece in tempo a giungere a rimborso, nel 2003, anno in cui venne rimborsato attingendo ad un altro prestito ponte, fornito – si dice – da una primaria banca d’affari internazionale, erogato sempre in attesa della “imminente” quotazione. Che, sino ad ora, non è mai arrivata: forse perché le linee di credito rimanevano abbondanti, fornite da banche ingolosite dalla prospettiva delle ricche commissioni derivanti da una IPO che non si è mai conclusa?
RIPASSI PIU’ TARDI – Nel frattempo, i debiti sono aumentati fino a 1.1 miliardi di euro (i maligni potrebbero insinuare che le regate costano) e la fase euforica del mercato è giunta brutalmente alla fine. Le banche i principali creditori di Prada, che sono al momento il
gruppo Unicredit ed Intesa Sanpaolo, hanno probabilmente cominciato a rivedere la situazione e a chiedere lumi per il rimborso della prima tranche da 350 milioni di euro, in scadenza ad inizio 2010. La risposta di Carlo Mazzi, vicepresidente esecutivo, è stata immediata: possiamo posticipare il pagamento? Il ragionamento per cui questo sarebbe “business as usual” si basa su due argomentazioni. La prima è che questa sarebbe la “normale attività di una società”. Non esattamente: è normale rinegoziare i prestiti, come ha fatto Permira per Valentino, non chiedere proroghe sui pagamenti di un prestito di fattoin scadenza; si tratta, per fare un’analogia, della differenza fra aprire un nuovo mutuo estinguendo il vecchio ed andare invece a chiedere alla banca di poter sospendere il pagamento delle quote di capitale. Differenza sottile, ma rilevante. La seconda è il percorso accidentato della quotazione: “naturalmente, se il mercato fosse migliore, potremmo procedere con la IPO ed ottenere così i mezzi finanziari dal mercato invece che dalle banche”. Posizione sorprendente, visti i tentativi degli ultimi quindici anni ed il modo in cui sono “falliti“. Se questi stratagemmi sono il “business as usual” di Prada in fatto di gestione finanziaria, dovremmo pensarci due volte prima di scagliarci in continuazione contro i “cattivi speculatori” sembrano più trasparenti e suonano più professionali di certi “capitani coraggiosi” .






















Il debito veste Prada (e Valentino)…
Altri guai per l’industria della moda in Italia: dopo Prada, protagonista di equilibrismi verbali per nascondere il bisogno di concessioni dalle banche, arriva i turno di Valentino. Con un risultato sorprendente: le “locuste” si stanno comportando in…