Le regole: tutti le vogliono, ma le proposte languono

17/06/2009 - La crisi ha prodotto miliardi di perdite, milioni di disoccupati e, dopo anni di trionfo del laissez faire,  tanta voglia di regolazione, sia per i mercati finanziari che per quelli delle materie prime. Le proposte sul tavolo, però, sono inefficaci

     
 

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La crisi ha prodotto miliardi di perdite, milioni di disoccupati e, dopo anni di trionfo del laissez faire,  tanta voglia di regolazione, sia per i mercati finanziari che per quelli delle materie prime. Le proposte sul tavolo, però, sono inefficaci e deludenti

Ora ci siamo: tra oggi e domani il ministro del tesoro americano [[Tim Geithner]] presenta il suo “libro bianco” sui mercati finanziari. Appena un gradino più sotto alcuni produttori di petrolio, capeggiati dalla nostra Eni, propongono un’agenzia per stabilizzare i prezzi del petrolio liberandoli dalla “speculazione”. La strada per una riforma delle regole che siano davvero efficace sembra piena di difficoltà.

SE NON PUOI BATTERLI, CONFONDILI – Partiamo dagli Usa, dove “la più grande riforma dal mercato finanziario dagli anni 30” dovrebbe portare a una riduzione della volatilità e del rischio sistemico. Le banche dovranno rispettare criteri più stretti sul capitale, la liquidità e il massimo indebitamento possibile. Gli [[Hedge funds]] dovranno registrarsi e sottostare alla supervisione federale. Carte di credito, mutui e prestiti personali saranno invece controllati da una nuova agenzia, l’unica grande novità. Infine i debiti cartolarizzati saranno venduti al massimo al 95% e la quota restante dovrà rimanere nel portafoglio del cartolarizzatore. Ottimi propositi, ma che non reggono ad un’analisi più stretta. Il sistema di regolazione rimane frammentato e pletorico. Una grande banca integrata dovrà sottoporsi alla [[Federal Reserve]] per le questioni di capitale e la vigilanza, alla Fdic per la protezione dei depositi, alla Sec per le azioni, obbligazioni e i bilanci, la Ctfc si occuperà ancora dei futures e degli altri derivati, poi ci sono le nuove regole per far registrare gli Hedge funds e la supervisione della nuova agenzia per i prodotti al pubblico. A tutto si aggiungono le regolazioni statali che spesso replicano quelle federali. L’architettura d’insieme mostra tante intersezioni che rappresentano altrettante opportunità per nascondere la verità. In teoria i grandi gruppi, come Citigroup o Bofa, dovrebbero essere sorvegliati nel loro insieme attraverso un “consiglio” con i rappresentanti di tutte le autorità sotto la presidenza della Fed. L’efficacia di questo coordinamento è tutta dimostrare, senza contare che la legge definitiva sarà ulteriormente complicata dal passaggio parlamentare. Manca un pezzo importante, nessun limite per le “entità fuori bilancio” che spesso nascondono le vere perdite delle banche, gli hedge saranno registrati solo se superano una certa taglia, con l’evidente intento di barattare la totale libertà di azione di un Hedge con il minor rischio che comporterebbe il suo fallimento. Le nuove regole probabilmente impediranno nuovi casi “Lehman”, ma non scandali come quelli di Madoff, né tanto meno la crisi sistemica di tutte le istituzioni creditizie.

TRA IL DIRE E IL FARE…C’E’ L’OCEANO – Rimane poi il problema del “global standard” ovvero imporre i requisiti minimi ovunque. Sui rischi e l’indebitamento delle banche l’accordo con l’Europa è scontato, visto che nel Vecchio continente siamo molto più avanti. Sul resto però, come la regolazione dei fondi speculativi o dei derivati gli interessi di paesi come Inghilterra, Lussemburgo e Svizzera sono troppo forti, specie ora che intravedono la possibilità di un ritorno del “business as usual” con la stabilizzazione dei mercati. Gli Usa metteranno a repentaglio il vantaggio di essere il principale mercato finanziario del mondo impedendo a fondi e capitali esteri di operare solo se passano attraverso istituzioni americane? Un buon esempio di quanto poco rivoluzionaria sia questa riforma sono le agenzie di rating che sono già più avanti delle richieste che arriveranno negli Usa in termini di maggior regolazione. E gli effetti pratici non si vedono.

E POI IL PETROLIO – La proposta dell’Eni è semplice: il prezzo ideale del petrolio è tra i 60-70 dollari, la fascia in cui non colpisce le economie consumatrici e consente ai produttori di investire e guadagnarci. Una soglia difficile da tenere perché la volatilità del prezzo “spot” stabilito giorno per giorno impedisce programmi d’investimento pluriennali. Il tutto tiene bassa la capacità produttiva e favorisce la volatilità rispetto ai picchi della domanda. L’agenzia dovrebbe incamerare i guadagni nel momento in cui i prezzi sono superiori alla soglia per sovvenzionare i produttori quando scendono. I consumatori e i governi non dovrebbero più preoccuparsi delle fluttuazioni e questo, secondo i sostenitori, dovrebbe anche togliere interesse alla speculazione sulla materia prima per eccellenza.  Sarebbe pericoloso eliminare il segnale di prezzo dal petrolio. Quotazioni alte aiutano ad aumentare la differenziazione e l’efficienza, come dimostra il fatto che economie simili (Italia, Germania, Francia) riescano a produrre con quantità di energia molto diverse. In parole povere i più poveri sono sempre più efficienti.  Senza contare l’effetto benefico che il petrolio oltre i 100 dollari sulla ricerca dell’energie alternative, dal solare al nucleare. Inoltre verrebbe da dire che il prezzo del petrolio non è nemmeno troppo alto vista l’alta tassazione su benzine e prodotti raffinati, a cui si aggiungono i sovrapprezzi dettati dalle regole sulle emissioni di Co2. E poi c’è l’aspetto politico, finora il prezzo alto è servito a far sì che i produttori vendessero anche a clienti non graditi (russi e cinesi, arabi e americani, nigeriani e inglesi). Se il guadagno fosse imposto e fisso allora sarebbe più facile decidere di indirizzare il proprio greggio a paesi alleati e tagliare fuori i nemici. Infine il filtro dell’agenzia sarebbe parziale, i prezzi di riferimento dovrebbero essere ritoccati periodicamente e questo farebbe rientrare dalla finestra il ruolo della speculazione. Vedo vantaggi per i produttori, che con prezzi minimi certi avrebbero stabilità negli investimenti e minor concorrenza dalle altre fonti, oltre a una riduzione del crollo dei consumi che sta avvenendo negli Usa e in Europa.

     
 

1 Commento

  1. rebyjaco scrive:

    Le regole, cosa sono le regole?
    A occhio e croce, dovrebbero essere delle “”norme”" al servizio del buon funzionamento delle attività umane.
    Chi fa le regole? Nel nostro Paese, gli stessi che POI le infrangono, le cambiano, le interpretano e se ne prendono gioco.
    Qualcuno pensa che le Banche (tanto per cambiare) accetteranno e rispetteranno delle regole che impediscano LORO di STRAGUADAGNARE alla faccia dei propri clienti? Lo stesso vale per i petrolieri (tanto per rimanere nell’ambito dei ladrocini più conosciuti).
    Questa mattina, a La 7 omnibus, parlavano della RAI. Una “”ROBA “” che sentita dalla bocca di coloro che l’hanno guidata o partecipato ai consigli, fa vomitare (letteralmente). Che altro si può dire. Tanto per rimanere in tema, con le “”Regole”" che imporrà il Governo attuale, il Furto a Mezzo Furbizia, sarà premiato, non sarà MAI scoperto, e se qualcuno sarà così cretino da farsi scoprire, verrà depenalizzato da Angiolino TUTTOFARE. Chi ha il POTERE nel nostro paese, si fa le regole, i maiali, fanno quello che fanno, tanto poi attraversano il ponte sul Tevere e si fanno dare l’assoluzione.

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