Il cilindro di Benedetto XIV
16/06/2009 - “NON DI SOLO PANE VIVE L’UOMO” – Il Compendio della dottrina sociale della Chiesa fu pubblicato nel 2004 ed è ciò che il Catechismo è per la dottrina morale della Chiesa: la voce del magistero che detta norme. Qui scopriamo che “la
“NON DI SOLO PANE VIVE L’UOMO” – Il Compendio della dottrina sociale della Chiesa fu pubblicato nel 2004 ed è ciò che il Catechismo è per la dottrina morale della Chiesa: la voce del magistero che detta norme. Qui scopriamo che “la dottrina sociale trova il suo fondamento essenziale nella
Rivelazione biblica e nella Tradizione della Chiesa” (§ 74), il che vorrebbe dire che le norme dettate dalla Chiesa in campo sociale sono sempre uguali, da duemila anni, e anche di più, ma non troviamo alcuna spiegazione del perché, fino allaRerum novarum (Leone XIII, 1891), la Chiesa non avesse mai provato a trattare in modo articolato i temi sociali, mentre i catechismi si sprecavano. Si legge: “La locuzione «dottrina sociale» risale a Pio XI e designa il «corpus» dottrinale riguardante temi di rilevanza sociale che, a partire dall’enciclica Rerum novarum di Leone XIII, si è sviluppato nella Chiesa attraverso il magistero dei romani pontefici e dei vescovi in comunione con essi” (§ 87). Bene, ma perché non prima, se il fondamento sta già in Cristo? Presto detto: per secoli, il magistero dei romani pontefici ha dettato un’unica norma in campo sociale, e cioè che alle gerarchie del clero dovessero essere assicurati autorità e privilegio nell’ambito delle comunità di tradizione cristiana. Con la secolarizzazione – etimologicamente: con il trasferimento dei beni materiali dai chierici ai laici – autorità e privilegio delle gerarchie del clero hanno avuto gravi perdite, e le cose sono andate sempre peggio, tanto che la Chiesa è stata costretta a guadagnarsi autorità e privilegio nell’unico modo che le era possibile, cioè parassitando in modo diverso ogni sistema sociale, ogni sistema politico, ogni sistema economico, e individuando in questo stesso pleomorfismo parassitario la sua dottrina sociale. Perciò alla Chiesa non dispiace un po’ di socialismo quando il liberismo si fa “selvaggio”, e si fa forte della voce dei suoi figli sfruttati dal sistema capitalistico; e non le dispiace un po’ di liberismo quando l’economia di uno stato socialista si ripromette di sottrarli allo sfruttamento capitalistico ma anche alle cure della Chiesa. L’autonomia sociale dei laici fa paura alla Chiesa quanto l’autonomia morale dell’individuo, ma è paura assai più recente: risale all’emergere di socialismo e liberalismo, quando furono condannati entrambi, con la Quanta cura (Pio IX, 1864), senza apparente possibilità di appello. Ma non c’era stata ancora la perdita del potere temporale, sicché con la Rerum novarum – che viene un ventennio dopo Porta Pia – si compie una rivoluzione (Dio mi perdoni la bestemmia!) copernicana: socialismo e liberalismo contengono entrambi elementi cristiani, e la Chiesa li rivendica come suoi. Anche su lavoro e mercato, su individuo e Stato, gli ammaestramenti di Cristo sono stati molto ambigui, quando non contraddittori: ce n’è abbastanza per proclamare urbi et orbe che il buono che c’è nel socialismo e il buono che c’è nel liberismo stanno insieme nel meglio del meglio che è la dottrina sociale della Chiesa, che però è tutta un’altra cosa: “La dottrina sociale della Chiesa non è una «terza via» tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa costituisce una categoria a sé. Non è neppure un’ideologia, ma l’accurata formulazione dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò, non al campo dell’ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale” (Sollicitudo rei socialis, § 41).
“La sollecitudine sociale – chiosa il Compendio – non ha avuto certamente inizio con tale documento [la Rerum novarum], perché la Chiesa non si è mai disinteressata della società; nondimeno, l’enciclica Rerum novarum dà l’avvio ad un nuovo cammino: innestandosi su una tradizione plurisecolare, essa segna un nuovo inizio e un sostanziale sviluppo dell’insegnamento in campo sociale” (§ 87). Sarà ma, in circa 300 pagine di testo, meno di 200 citazioni sono dal Vecchio Testamento, circa 150 dai Vangeli, altrettante dagli Atti degli Apostoli e meno di 20 dalla pur sterminata produzione letteraria cristiana che va dal II secolo alla Rerum novarum (Leone XIII, 1891), mentre ben 1232 citazioni sono da quella (compresa) ad oggi.
IL CONTRADDITROIO –Tutte le volte che Benedetto XVI ha aperto bocca sui temi dell’economia mondiale, non ha potuto dir niente che non fosse l’ambiguo e il contraddittorio che sta nel Compendio della dottrina sociale
della Chiesa, che era stato scritto quando non era all’orizzonte la crisi economica mondiale attuale, che ora qualche ottimista vede all’inizio della fine. Ai primi segni del suo inizio, poté ripetere solo: “Occorre eliminare le cause strutturali legate al sistema di governo dell’economia mondiale, che destina la maggior parte delle risorse del pianeta a una minoranza della popolazione. […] Per incidere su larga scala è necessario «convertire» il modello di sviluppo globale; lo richiedono ormai non solo lo scandalo della fame, ma anche le emergenze ambientali ed energetiche” (Angelus, 12.11.2006). Neanche una parola sul come. Anche sui fondamentali, nient’altro che il solito brodo riscaldato: “Il magistero ha sempre richiamato la dimensione umana dell’attività lavorativa riconducendola alla sua vera finalità, senza dimenticare che il coronamento dell’insegnamento biblico sul lavoro è il comandamento del riposo. Esigere dunque che la domenica non venga omologata a tutti gli altri giorni della settimana è una scelta di civiltà” (Discorso alle Acli, 26.1.2006). Ok, la domenica tutti a messa, ma la crisi come si supera? Silenzio.
VOILA’ - Mentre le destre di tutto il mondo facevano un passetto indietro sul libero mercato rivelando quanto fosse strumentale e specioso il loro approdo al liberismo, Benedetto XVI aggiungeva: “Occorre eliminare le cause strutturali legate al sistema di governo dell’economia mondiale, che destina la maggior parte delle risorse del pianeta a una minoranza della popolazione”, ma senza un solo cenno al come, per ripetere la solita formula di pauperismo e corporativismo. E questa è la scommessa che pare meno rischiosa: pauperismo e corporativismo, vedrete che Benedetto XVI non saprà cavare che questo dal suo cilindro.













il problema è di ottica: un laico guarda il mondo è pensa che sia pieno di ingiustizie e non può non pensare che un organismo come la chiesa possa e debba fare qualcosa.
Un fedele (homo viator) può guardare il mondo e pensare si che è brutto ma che ha un valore relativo perchè il nostro fine non è terreno ma ultraterreno. In questo senso una preghiera è più importante di tante opere di solidarietà.
In sostanza tutto dipende dal rapporto che si sceglie tra la dimensione terrena e quella ultraterrena.
La teologia della liberazione, venendo incontro alle esigenze sociali di un continente sfruttato e saccheggiato dal ricco occidente, non ha potuto fare a meno di investire una grande parte del suo capitale spirituale nel sociale con tutti gli inconvenienti che ne conseguono (roba tipo chiedere ai ricchi di essere un poco meno ricchi).
Di contro se trasponiamo tutto sul piano metafisico queste questioni sociali non solo sono irrilevanti ma sono finanche dannose perchè possono spingere a conflitti che portano i germi della dissoluzione sociale (e magari pure del peccato).
Amen
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già, già , già
io insegno sempre,,,,,,,mo’ ce giochiamo ai bussolotti le probabilità che er Papa (Dio lo conservi sano) dica pingo o dica palo….
a quanno ‘o damo ? a 5 a 1 ? a 10 a uno ?
nai lo dicere pe’ fare tispetto mio amico Marvizzen
ve fazzio aspettaren molti jiuorni, molto tempen
vorrei capire quella testa di ciuccio di Giamba che ci ha capito nelle raffinatezze filologiche malviniche
con osservanza
“Così con l’aggettivo laico. Un laico cos’è? È un non-chierico. Ma nella relazione tra chierico e non-chierico a chi spetta fare da padre e da maestro? Chi dei due è tenuto a baciare la mano all’altro?”
Non credo che ci sia ancora la vecchia mentalità della Chiesa che tende a distinguere nettamente tra “padroni” e “non”!
Il laico, svolge un ruolo che gli è proprio e che deriva dall’appartenenza ad una famiglia in cui non ci sono presenze attive o passive; ed è essenziale considerare un punto: la “condotta di vita” del laico, il quale attraverso diversi servizi, anche politici, fa nascere interrogativi in coloro con i quali viene a contatto!
quante puttanate (scusate)
(mi riferisco all’enciclica)