Interni

Il cilindro di Benedetto XIV

16 giugno 2009

Tra due settimane sarà reso noto il testo della tanto attesa enciclica sociale di Benedetto XVI. Annunciata più di un anno fa, ha subito mille riscritture: l’incertezza circa gli esiti a breve e a lungo periodo della crisi economica mondiale consigliava la massima prudenza. Tuttavia possiamo ragionevolmente aspettarci un pastrocchio ambiguo quanto pretenzioso. Il presente articolo è la scommessa.

“Provvisoriamente”, la rubrica di Luigi Castaldi su Vaticano e dintorni

Il liquidatore della teologia della liberazione.


Nel corso di un’intervista, nel novembre del 2001, il cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, così commentava la sorte della teologia della liberazione: “Poiché la teologia della liberazione era e voleva essere politica – affermava – nel momento in cui la costellazione politica mutò radicalmente, questa teologia crollò nello spazio di una notte”. Tecnica retorica assai carina: comprimere la storia sicché si possa dire che teologia della liberazione e marxismo simul stabant, simul ceciderunt. Sì, ma quando è crollato il marxismo? Col muro di Berlino (1989)? A voler essere bizzarri, con la fusione del nocciolo del reattore di Chernobyl (1986)? In ogni caso, la stroncatura della teologia della liberazione è anteriore (1984), e l’immagine offertaci da Joseph Ratzinger è fallace. Lo è, soprattutto, perché nel 1984, in America Latina, dove la teologia della liberazione è nata e dove (finché ha potuto) ha respirato, il marxismo non stava malaccio, anche perché il cattolicesimo gli stava a braccetto con quel movimento teologico che ai tradizionalisti sembrava un movimento sindacale. E dunque? E dunque Sua Eminenza ci rifilava una panzana. Mica una sola.


MODERNITA’ - “Non direi che [la teologia della liberazione] sia completamente sparita”, aggiungeva, per chiarire con realismo o per scaramanzia che “i problemi rimangono” e “dunque quelle questioni sono destinate in qualche modo a ripresentarsi. Ma, nella sua forma originaria, essa ha perso la sua attualità”. Che devastante carica aveva, originariamente? Quali erano le ragioni che avevano portato Leonardo Boff davanti al tribunale presieduto da Joseph Ratzinger per essere prima condannato ad “ossequioso silenzio” e poi costretto a levarsi il saio francescano? “La liberazione è innanzi tutto e principalmente liberazione dalla schiavitù radicale del peccato. […] In realtà, di fronte all’urgenza dei problemi, alcuni sono tentati di porre l’accento in maniera unilaterale sulla liberazione dalle schiavitù di ordine terrestre e temporale, per cui sembrano far passare in secondo piano la liberazione dal peccato, e così non attribuirle più, praticamente, l’importanza primaria che invece ha. […] Lo scandalo delle palesi disuguaglianze tra ricchi e poveri – si tratti di disuguaglianze tra paesi ricchi e paesi poveri oppure di disuguaglianze tra ceti sociali nell’ambito dello stesso territorio nazionale – non è più tollerato. […] La mancanza di equità e di senso di solidarietà negli scambi internazionali torna a vantaggio dei paesi industrializzati, in tal modo la differenza tra ricchi e poveri non cessa di acuirsi. Ne conseguono il sentimento di frustrazione, nei popoli del terzo mondo, e l’accusa di sfruttamento e di colonialismo economico mossa ai paesi industrializzati. […] L’aspirazione alla giustizia e al riconoscimento effettivo della dignità di ciascun essere umano richiede, come ogni aspirazione profonda, di essere chiarita e guidata”. Indovinate, qui, chi è deve darle chiarimenti e guida? Bravi, avete fatto centro: la Chiesa“L’aspirazione alla liberazione, come suggerisce il termine stesso, si ricollega ad un tema fondamentale dell’Antico e del Nuovo Testamento. Così pure, presa in se stessa, l’espressione «teologia della liberazione» è un’espressione pienamente valida: essa designa una riflessione teologica incentrata sul tema biblico della liberazione e della libertà e sull’urgenza delle sue applicazioni pratiche”. Come non avere simpatia di questo mascalzone? Prima di fottere i teologi della liberazione, scippa loro il marchio, lo sequestra. [Fa così pure con l’Illuminismo. Illuminismo è illuminazione? E chi illumina più di Cristo? Cristo è forma piena e realizzata di Illuminismo, i cosiddetti illuministi erano solo una banda di pervertiti. Così con l’aggettivo laico. Un laico cos’è? È un non-chierico. Ma nella relazione tra chierico e non-chierico a chi spetta fare da padre e da maestro? Chi dei due è tenuto a baciare la mano all’altro? Ergo, l’immagine della sana laicità sta nel laico inginocchiato davanti al chierico, eventualmente senza i ceci sotto le ginocchia, per graziosa concessione alla modernità.]


POVERTA’ - Scippa il marchio della liberazione ai teologi della liberazione, e prima di imporre loro il silenzio li taccia di eresia: “La povertà per il Regno è magnificata. E nella figura del povero, noi siamo portati a riconoscere l’immagine e come la presenza misteriosa del figlio di Dio che si è fatto povero per amore nostro”. Volessimo per caso abolire la miseria e bruciare l’immagine del povero Cristo (nel senso di Cristo povero)? La liberazione vera è dal peccato, dicevamo, ma “ponendo come primo imperativo la rivoluzione radicale dei rapporti sociali e criticando, per questo, la ricerca dellaperfezione personale, ci si mette sulla via della negazione del significato della persona e della sua trascendenza, e si distrugge l’etica e il suo fondamento che è il carattere assoluto della distinzione tra il bene e il male. Per altro, poiché la carità è il principio della perfezione autentica, questa non può essere concepita senza l’apertura agli altri e senza lo spirito di servizio”. Insomma, il marxista rende inutile il samaritano, e senza un povero da soccorrere – ammesso sia possibile, poi – alla Chiesa che resta, il turibolo?

“Il sentimento angoscioso dell’urgenza dei problemi non deve far perdere di vista ciò che è essenziale, né far dimenticare la risposta di Gesù al Tentatore: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»”, o di chi ne fa le veci. Il marxismo è un concorrente, i teologi della liberazione sono traditori. I poveri sono sempre stati clienti della Chiesa e alla Chiesa non posso mancare clienti. Urge dunque “mette[re] in guardia contro una politicizzazione dell’esistenza, che misconoscendo tanto la specificità del Regno di Dio, quanto la trascendenza della persona, finisce per sacralizzare la politica e per sfruttare la religiosità del popolo in favore di iniziative rivoluzionarie”, e questo non è bello, perché spetta alla religione servirsi della politica, non viceversa: levato il gran mucchio di et-et e di nec-nec, la dottrina sociale della Chiesa non detta altro.

7 commenti a Il cilindro di Benedetto XIV

  1. lelith

    il problema è di ottica: un laico guarda il mondo è pensa che sia pieno di ingiustizie e non può non pensare che un organismo come la chiesa possa e debba fare qualcosa.
    Un fedele (homo viator) può guardare il mondo e pensare si che è brutto ma che ha un valore relativo perchè il nostro fine non è terreno ma ultraterreno. In questo senso una preghiera è più importante di tante opere di solidarietà.
    In sostanza tutto dipende dal rapporto che si sceglie tra la dimensione terrena e quella ultraterrena.
    La teologia della liberazione, venendo incontro alle esigenze sociali di un continente sfruttato e saccheggiato dal ricco occidente, non ha potuto fare a meno di investire una grande parte del suo capitale spirituale nel sociale con tutti gli inconvenienti che ne conseguono (roba tipo chiedere ai ricchi di essere un poco meno ricchi).
    Di contro se trasponiamo tutto sul piano metafisico queste questioni sociali non solo sono irrilevanti ma sono finanche dannose perchè possono spingere a conflitti che portano i germi della dissoluzione sociale (e magari pure del peccato).
    Amen

  2. Pingback: diggita.it

  3. ADIPOLPO ADINOLPO

    già, già , già

    io insegno sempre,,,,,,,mo’ ce giochiamo ai bussolotti le probabilità che er Papa (Dio lo conservi sano) dica pingo o dica palo….

    a quanno ‘o damo ? a 5 a 1 ? a 10 a uno ?

  4. 16

    nai lo dicere pe’ fare tispetto mio amico Marvizzen

    ve fazzio aspettaren molti jiuorni, molto tempen

  5. SACRIPANTE

    vorrei capire quella testa di ciuccio di Giamba che ci ha capito nelle raffinatezze filologiche malviniche

    con osservanza

  6. “Così con l’aggettivo laico. Un laico cos’è? È un non-chierico. Ma nella relazione tra chierico e non-chierico a chi spetta fare da padre e da maestro? Chi dei due è tenuto a baciare la mano all’altro?”

    Non credo che ci sia ancora la vecchia mentalità della Chiesa che tende a distinguere nettamente tra “padroni” e “non”!
    Il laico, svolge un ruolo che gli è proprio e che deriva dall’appartenenza ad una famiglia in cui non ci sono presenze attive o passive; ed è essenziale considerare un punto: la “condotta di vita” del laico, il quale attraverso diversi servizi, anche politici, fa nascere interrogativi in coloro con i quali viene a contatto!

  7. Penelope

    quante puttanate (scusate)

    (mi riferisco all’enciclica)

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