Gli USA e il soccer, tra pregiudizi e sorprese

Un disamore diffuso, che tuttavia non ha impedito ad alcuni volenterosi di costruire una più che degna struttura calcistica negli Stati Uniti, dai vari esperimenti di campionati professionistici – ultimo quello della Major League Soccer, in apertura ospitante elementi quali Roberto Donadoni, Walter Zenga e Nanù Galderisi, poi protagonista della follia-Beckham, ma sempre esprimente un livello di gioco poco dissimile, per quanto riguarda il talento e la tecnica, dalle miriadi di campionati sudamericani che vengono puntualmente razziati dai nostri talent scout – fino alla USMNT, sigla che sta per United States Men’s National Team, ovvero Squadra Nazionale Maschile degli Stati Uniti. Mai dotata di grandi mezzi, né tantomeno di fuoriclasse degni di nota, la squadra americana riesce comunque a recitare dignitosamente il suo ruolo di potenza minore, non abbastanza forte per ambire a grandi traguardi, ma non abbastanza scarsa per fare da formazione materasso. E, incredibilmente, nonostante l’enorme disinteresse di cui sopra a fare da sfondo, a diventare leader incontrastata di quell’area calcistica globale che comprende America settentrionale, centrale e Caraibi, meglio nota come CONCACAF (Confederation of North and Central America and Caribbean Association Football). D’accordo, diranno i più, troppo facile fare gli imperialisti anche nel calcio, quando si ha a che fare con avversari del calibro di El Salvador, Honduras, Puerto Rico o Isole Cayman. Vero, verissimo, trattasi di una federazione composta quasi esclusivamente da squadre poco temibili – cosa che, se da una parte permette di conquistare facili successi, dall’altra contribuisce a non elevare il livello di gioco nordamericano: non è un caso se gli Usa sono così contenti di disputare tre incontri “dal sapore mondiale” in Sud Africa – con l’unica eccezione del Messico, unico vero avversario in CONCACAF. Ma anche, ormai da anni a questa parte, vittima sacrificale degli Stati Uniti. Difficile a credersi: gli Usa, paese anti-calcio per antonomasia, da quasi un decennio sono la bestia nera del Messico, paese che vive per il calcio. Una vergogna, per la nazione tricolore, che sta ormai trasformandosi in vero e proprio complesso: è normale, quasi prevedibile, essere presi a schiaffi dagli americani nella pallacanestro, nel football americano, nel baseball, magari anche nell’hockey (Cuba permettendo), ma non nel futbol. Quello è inaccettabile.

MOMENTI STORICI – Ed è proprio grazie a una vittoria 2-1 sul Messico il 24 luglio del 2007, in uno stracolmo Soldier Field di Chicago (stadio dei Bears della NFL), davanti a 60 mila paganti, che gli Stati Uniti si aggiudicarono la Gold Cup, loro quarto successo e secondo consecutivo nel trofeo divisionale considerato dalla FIFA al pari di campionati europei e Coppa America, che permette appunto l’accesso alla Confederations Cup. Ad attenderli, in Sud Africa, quello che i commentatori americani hanno definito un girone “brutale”, con Italia, Brasile ed Egitto, nel quale è d’obbligo almeno una vittoria per poter sperare di accedere al turno successivo. Le previsioni, non solo degli esperti, sono alquanto pessimistiche. Sul sito di FOX Sports, alla domanda “Quanto andranno avanti gli Stati Uniti nella Confederations Cup?”, la risposta più cliccata, con il 41% delle preferenze, è “non riusciranno a vincere nemmeno una partita”, seguita da “non si qualificheranno alle semifinali” (33%), “perderanno in semifinale” (12%), “vinceranno il torneo” (12%) e “perderanno in finale” (2%). Se le aspettative non sembrano essere delle migliori, gli Usa potranno puntare tutto, oltre che sull’innegabile talento di alcuni suoi giocatori – alcuni di essi protagonisti anche in campionati europei, da Tim Howard (Everton) a Clint Dempsey (Fulham), passando per DaMarcus Beasley (Glasgow Rangers) e Freddie Adu (Benfica) – sulla già citata ignoranza avversaria nei loro confronti. Sebbene gli osservatori italiani vadano pazzi per i nomi stranieri ed esotici, spendendo fantastilioni in talenti emergenti dei paesi più sconosciuti, per gli Stati Uniti vige ancora il pregiudizio che vuole che gli americani non sappiano giocare a calcio. E le uniche eccezioni, almeno quelle riguardanti l’assai conservatrice Italia (almeno calcisticamente, si spera), sono più che altro episodi di costume, quali Alexi Lalas al Padova o la brevissima e sfortunatissima parentesi del goleador Roy Lassiter al Genoa.

L’AGGUATO – Puntare tutto sull’effetto sorpresa, quindi. Al Mondiale nippocoreano del 2002 questa strategia diede i suoi frutti, portando gli States fino ai quarti di finale (eliminati dalla Germania). E lo stesso avvenne nel 1995 quando, invitati speciali alla Copa America, ancora euforici per il grande successo della World Cup dell’anno prima, Lalas e compagni stupirono il mondo battendo 3-0 i campioni in carica dell’Argentina di Balbo, Batistuta e Simeone, terminando primi nel girone e raggiungendo persino le semifinali, nelle quali si arresero solo di fronte al Brasile campione del mondo, vincente con un risicatissimo 1-0 del romanista Aldair. All’edizione 2009 della Confederations Cup, si ripete lo schema classico: ci sono gli Stati Uniti, sono nostri avversari, sono – forse giustamente – sottovalutati e presi poco o per nulla in considerazione. Nel caso questi si rivelino deludenti e perdano ogni partita, saranno bollati come i soliti americani che non sanno giocare al nostro sport. Nel caso invece le cose dovessero andare come nei due esempi sopraccitati, con gli Usa in grado di mettere in difficoltà squadre più blasonate e magari a fare strada nel torneo, saranno la formazione sorpresa e non mancheranno affermazioni giornalistiche quali “se l’America inizia a vincere anche nel calcio, siamo fritti”. E chissà, forse qualcuno deciderà, un giorno, di imparare addirittura i nomi dei giocatori che compongono la nazionale americana.

Un commento a Gli USA e il soccer, tra pregiudizi e sorprese

  1. Rado il Figo

    Tutto quello che si vuole, ma gli USA sono, colla Corea, l’unica nazione non europea o sudamericana che sia arrivata fra le prime quattro in una Coppa del Mondo. Nonché una delle poche ad essersi iscritta a tutte le edizioni (nemmeno Italia e Germania possono dire la stessa cosa).

    Fra l’altro il sondaggio citato non è che sia il massimo della logica nelle opzioni. Se gli USA “non riusciranno a vincere nemmeno una partita” inevitabilmente “non si qualificheranno alle semifinali”.

    E non dimentichiamoci che nel 2002 le fu scippata la testa di serie a favore della Francia nei sorteggi della prima fase.

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