L’ultima volta fu tre anni or sono. La location, Kaiserslautern, Germania. L’occasione, i Mondiali di Calcio, l’edizione di calciopoli, della testata di Zidane e, soprattutto, della quarta vittoria azzurra a ventiquattro anni di distanza da Spagna ‘82. Le nazionali di Italia e Stati Uniti si incontravano nella prima fase, quella a gironi, nella seconda gara in calendario
Qualche giorno prima, i media italiani montarono un caso sul nulla, basandosi sull’approssimativa traduzione di alcune dichiarazioni del poco più che ventenne attaccante Eddie Johnson, il quale affermò che per lui, vestire la casacca degli Usa era come indossare la divisa militare (“È un po’ come per noi nella Coppa del Mondo. Siamo qui per una guerra, siamo venuti per combattere, siamo venuti qui per rappresentare il nostro Paese”). Una vera manna dal cielo per i nostri organi di stampa – non solo sportivi – che lessero tali affermazioni, pur non contenenti alcun riferimento all’incontro con l’Italia, come una provocazione nei nostri confronti: “Provano a buttarla in rissa, gli americani”, titolò l’ANSA; “Se è una guerra per loro, la sarà anche per noi”, rispose un battagliero Iaquinta; “Non ci lasceremo mettere in mezzo dalle dichiarazioni provocatorie degli Usa, e soprattutto del ct Bruce Arena” commentò invece un distaccato Totti, poco importa che Arena non avesse aperto neppure bocca. Mesi prima, nel momento del sorteggio, un audace giornalista straniero si azzardò a chiedere al commissario tecnico italiano Marcello Lippi chi fossero i giocatori che più temeva della squadra americana. Con una magistrale prova di diplomazia calcistica, questi rispose che non temeva “nessun giocatore in particolare”, che non era una questione di elementi singoli, che la formazione avversaria era da valutare nel suo complesso, che ogni rivale è temibile e va studiato e via via con altre prevedibili e inutili ovvietà – dalla stampa anglosassone solitamente definite con il termine tecnico “bullshit” – che da sempre caratterizzano le risposte sportive in Italia (tra le più gettonate, notava Massimo Gramellini su La Stampa lo scorso sabato, la frase “I gol fanno sempre piacere, ma mi interessa di più essere stato utile alla squadra”). Il vero significato delle parole di Lippi, non carpito dal pubblico al di fuori dei confini ma ben chiaro a quello nostrano, era che no, effettivamente non si temeva (e non si teme) alcun calciatore appartenente alla nazionale statunitense di calcio, per il semplice fatto che non se ne conosceva (e non se ne conosce) nessuno.
ANDIAMO AVANTI – Al di là delle scaramucce e dello sciovinismo calcistico italiano, che emergono trionfali e puntuali ogni quattro anni, in concomitanza della Coppa del Mondo (argomento del quale, come per la politica, ogni italiano si ritiene grande esperto e, per questo, in grado di esprimere giudizi trancianti), l’incontro finì con un pareggio. Un poco entusiasmante 1-1 in cui fece tutto l’Italia, dal vantaggio di Gilardino (suo unico gol in tutto il torneo), al pareggio su goffa autorete di Zaccardo (al quale probabilmente venne poi consegnata la Green Card onoraria), passando per la gomitata di De Rossi ai danni di McBride, con annesse espulsione del primo e volto insanguinato del secondo, e per i cartellini rossi agli irrequieti Mastroeni e Beasley. Un match per nulla divertente, terminato con il risultato forse più giusto. L’Italia avrebbe proseguito il proprio cammino fino al traguardo finale, storia ormai arcinota ai più. Gli Stati Uniti invece, causa la precedente sonora sconfitta subita dalla Repubblica Ceca di Nedved e la seguente sconfitta di misura contro il Ghana di Appiah, terminarono anzitempo la propria avventura mondiale. Con la magrissima consolazione di essere stati l’unica formazione di tutto il torneo
capace di fermare, seppur solo con un pareggio, seppur grazie a un autogol, coloro che si sarebbero poi laureati Campioni del Mondo.
SITUAZIONE STORICA E CONTESTO – All’epoca, con le truppe americane impantanate in un Iraq fuori controllo e con un’atmosfera di antiamericanismo in grande spolvero, c’era chi scriveva ironicamente che “una sconfitta degli Usa ai Mondiali di Calcio rappresentava un requisito per la stabilità internazionale”. A tre anni di distanza, con l’Iraq progressivamente scomparso dalle cronache internazionali, con Obama al posto di Bush (e Berlusconi al posto di Prodi), quell’aspetto risulta del tutto irrilevante, scongiurando l’eventualità di possibili letture in chiave geopolitica dell’incontro calcistico. Ciò che contraddistingue invece l’edizione duemilanove della partita tra Italia e Stati Uniti, per entrambe l’esordio nel torneo FIFA Confederations Cup, è il diffuso disinteresse nei confronti della competizione e, di conseguenza, delle varie gare. E se la mancanza di interesse del popolo italiano è data dall’infima rilevanza dell’evento, considerato dai più alla stregua di una qualsiasi coppa del nonno, per gli americani il discorso si fa un po’ più complesso. Non è infatti la Confederations Cup in sé, a non scaldare gli animi delle genti nordamericane. A non suscitare alcuna emozione negli statunitensi, cosa ritenuta alquanto preoccupante e del tutto inconcepibile dagli abitanti dello stivale, è proprio il calcio. “Per gli americani, uno sport dove fingere di essere infortunati è una cosa buona non ha alcun senso”, scriveva qualche anno fa Jonathan V. Last, giornalista del Philadelphia Enquirer, sul magazine conservatore Weekly Standard. Una semplificazione, ma anche uno degli infiniti motivi per cui il soccer (un sacrilegio chiamarlo con il termine anglosassone football, che equivale a tutt’altro in terra americana) non ha mai sfondato, a livello di popolarità, in America.
…E ALTRO – Tra le altre motivazioni spesso citate: i bassi punteggi (una partita che termina 0-0 non è concepibile, tant’è che negli Usa avevano escogitato il sistema dello shootout), l’eccessiva durata delle partite, l’assenza di frequenti interruzioni (timeout: l’allenatore parla ai giocatori, questi si riposano, i network mandano in onda le pubblicità, gli sponsor gongolano, i telespettatori possono andare in bagno senza perdersi nemmeno un minuto di incontro). Paradossalmente, questa mancanza di amore avviene proprio nel Paese che vanta il maggior numero di atleti in attività calcistica al mondo e che gode di un pressoché infinito settore giovanile. Un fenomeno, la pratica diffusa inversamente proporzionale all’interesse assente, oggetto di studio dell’imperdibile film “Once In A Lifetime”, documentario sull’incredibile storia dei New York Cosmos di Pelé e Chinaglia (unici capaci di attirare 80 mila al Giants Stadium per una match di soccer), nonché del celebre autore Dave Eggers. Il quale, nello splendido libro “The Thinking Fan’s Guide To The World Cup” racconta che ogni bambino americano gioca a calcio, nessuno escluso. “Ma all’età di 10 anni, qualcosa succede ai bambini degli Stati Uniti. Il calcio è abbandonato, velocemente e senza cerimonie, da circa l’88% di tutti i giovani. Gli stessi ragazzi che giocavano all’età di 5, 6, 7 anni, passano a baseball, football, basket, hockey, hockey su prato e, tristemente, golf. Poco dopo, smettono anche di giocare a questi sport, e iniziano a guardare questi sport in televisione, compreso, tristemente, il golf”.























Tutto quello che si vuole, ma gli USA sono, colla Corea, l’unica nazione non europea o sudamericana che sia arrivata fra le prime quattro in una Coppa del Mondo. Nonché una delle poche ad essersi iscritta a tutte le edizioni (nemmeno Italia e Germania possono dire la stessa cosa).
Fra l’altro il sondaggio citato non è che sia il massimo della logica nelle opzioni. Se gli USA “non riusciranno a vincere nemmeno una partita” inevitabilmente “non si qualificheranno alle semifinali”.
E non dimentichiamoci che nel 2002 le fu scippata la testa di serie a favore della Francia nei sorteggi della prima fase.