Finestrella Confederescions Cap-Volume 1-

14/06/2009 - Non fu che un debutto Dunque. A un anno dai mondiali nel Sud dell’Africa lo stato dell’arte è il seguente. Fuso orario eccellente. Se qui son le 16, lo sono anche lì. Strutture: lo stadio principale sembra uno di quegli

     
 

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Non fu che un debutto

Dunque. A un anno dai mondiali nel Sud dell’Africa lo stato dell’arte è il seguente. Fuso orario eccellente. Se qui son le 16, lo sono anche lì. Strutture: lo stadio principale sembra uno di quegli impianti della nostra C dove il costruttore per risparmiare ha fatto qualche settore in meno. Praticamente niente curve, tutte tribune. E per far sembrare più gente ha reso queste tribunette tese ad arco, così che dal basso non vedi l’ultimo tratto ma lo intuisci. Organizzazione: simpatia. Il che in italiano significa che una claque di giovani e nerboruti liberati dalla segregazione suoneranno le trombe sorridendo a tutto spiano per l’intero svolgimento della gara. A prescindere da tutto, il risultato, la logica, la crisi nel mondo. E’ così che va per tutta Sud Africa-Iraq, la gara inaugurale. Gara da orecchie ed occhi tappati. I sud africani sembrano una riedizione del Brasile agli inizi del secolo scorso giusto il primo allenamento, quando Kakà era ancora vergine ed il pallone appena inventato. E loro non sapevan come fare. E allora rimanevano fermi, al massimo a girarsela, quella strana pratica sconosciuta a forma circolare. Anche perché neanche la corsa era stata inventata. Le maglie son le stesse e di quelle parti è il mister. Cosa sia passato in mente ai dirigenti della federazione che tra un anno sarà obbligata almeno ad arrivare ai quarti del mondiale in casa affidare a un polveroso tecnico del calcio bailado, dal nome come i western che facevano in Sardegna con le comparse di Cinecittà, che si chiama come quello che trombammo al Sarrià nell’82, uno che crede al titic-titoc sino a negare l’evidenza, questa pidocchiosa massa di ipodotati della sfera. Bisognosi al più di sane nerbate di tattiche ultra speculative basate sull’unica risorsa in cambusa. Il fisico.

Il tasso tecnico di questo patetico simil Portogallo è quello legale, l’uno facciamo due per cento in tutto, ben sotto la soglia di un rendimento accettabile. L’unico bianco è un terzino, peraltro il migliore in campo. La stella si chiama come una regione italiana, Molise. Vi dico solo che inciampò nell’unica ripartenza nella quale non si fosse addormentato.

L’Iraq dal canto suo, una raffazzonata Italietta a forma d’oliva, pare giochi per lo più in Qatar, il che è meglio che raccogliere mine antiuomo per rivenderle a Gino Strada come souvenir di guerra. Milutinovic li allena in spagnolo (tanto l’inglese è vietato per motivi politici e comunque non capirebbero uguale) a starsene dietro senza fronzoli, con una lavagnetta dove anziché i movimenti giusti ha messo la collocazione delle mine, tutte rigorosamente nella metà campo avversaria così che se il Vamos non basti.

Tutto il primo tempo è una sagra dei limiti della condizione umana e la fine del sogno Fifa di evangelizzare calcisticamente tutte le terre emerse. Blatter nonostante strattonasse tutti i placidi dirigenti di colore per farli partecipare in foto non ricorda certo lo spirito di Olimpia. Rimango sveglio solo per errore: credo chissà perché di aver scommesso sull’ Africa liberata e il suo successo, non per motivi politici ma per motivi di cassetta (degli organizzatori). Quando me ne accorgo smetto di fare il tifo per le magnifiche e progressive sorti del calcio & democrazia, il futuro me lo metto alle spalle e lascio che tutto s’archivi, vada al passato.

Il buon Galeazzi battezzò nell’intervallo lo zero a zero ma non quello perfetto, e neanche quello vero del campo. Lo zero più zero delle due selezioni di sbandati. Ma, scusa pietosa per lasciare la Rai a Johannesburg a pagargli la trasferta ed i cisburger, dandogli la nobiltà posticcia di quello classico delle inaugurazioni.

Nel secondo tempo sembrò che pure Mandela si fosse fatto sentire, nonostante il gran casino delle trombe. Il ritmo non crebbe, si palesò. Il movimento (almeno quello con palla) fece una ben pagata rentree, una insperata apparizione. E ci furono due occasionissime per i locali. La prima, un nuovo entrato con il cognome in engo o ango, diciamo Orango, sbattè poro pallone sul buon portiere in uscita da manuale, cioè su sino alla fine. Come insegnano a Baghdad con quegli strani oggetti. La seconda, si entrò nei manuali di storia (delle comiche) del pallone con il primo caso di fuoco amico anale, un respingimento col lato B della sfera che stava per inerzia entrando da parte di un mancato acrobata della stessa squadra a sostituire il difensore. Con una di queste goffaggini da calcio afrikano dei film con Lando Buzzanca e i vaffangulo con la gi , finì la gara e il campo, ridotto a serra di patate. Il Sud Africa è un paese strano, sta in Africa e fa freddo, e sta sul nostro meridiano.

Come se il verde l’avessero soltanto pitturato.

     
 

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