Diverse imprese italiane, alcune già fallite, sono rimaste a bocca asciutta per il mancato incasso di crediti – per circa un miliardo – da parte della Libia. Alla quale invece elargiremo altri cinque miliardi per infrastrutture che verranno costruite dagli amici degli amici. E come sempre garantirà lo Stato, tutti noi
La controversa visita del leader libico Gheddafi in Italia si è conclusa con le felicitazioni di tutti, compresa Confindustria, per il rafforzamento dei già ottimi ra
pporti tra il nostro paese e quello africano, soprattutto dal punto di vista economico. Si è ribadito che Italia e la Libia sono l’un per l’altro il partner commerciale prediletto, lo sono oggi, lo saranno ancor di più domani. Tanto che quello che si diceva durante la Prima Repubblica (“L’Italia ha una moglie americana e un’amante araba”) sarebbe il caso di ripeterlo oggi: “La Libia non favorirà la fornitura di gas e petrolio ad altri paesi a spese dell’Italia”, ha rassicurato il colonnello durante la visita. Eppure in questo clima di pacificazione bilaterale sfugge qualche nota stonata. Non sempre la Libia si sarebbe comportato lealmente nei nostri confronti, eludendo più volte qualche accordo stipulato qualche anno addietro.
UN PROBLEMA POLITICO – E si tratterebbe di una questione politica, più che economica. Lo hanno scritto a chiare lettere i nostri parlamentari ad inizio legislatura, un anno fa, nelle loro relazioni che accompagnavano gli articoli di alcuni ddl depositati agli atti del Senato e della Camera, articoli che provavano a sancire che lo Stato italiano si facesse garante di mancati crediti libici incassati dalle aziende italiane negli ultimi decenni, precisamente nel periodo che va dal primo gennaio 1970 al 28 ottobre 2002. Tre di questi ddl sono ora al vaglio della Sesta Commissione parlamentare (Finanze e Tesoro) del Senato, altri solo assegnati. E la predica viene sia dal pulpito della maggioranza che da quello dell’opposizione. Carlo Giovanardi parla di “crediti non derivati da rischio d’impresa ma da un contenzioso ancora in essere tra lo Stato libico e quello italiano per pretestuose richieste dei danni di guerra e del periodo coloniale. Si tratta, quindi, di una questione puramente politica tra i due Stati”. Scrive il senatore Giorgio Costa del Pdl: “Molte delle nostre imprese a causa degli immensi danni sono fallite o si trovano sotto tutela fallimentare con la conseguente perdita dei diritti delle proprie maestranze che hanno lavorato in Libia; altre hanno presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo”. Sotto accusa sarebbe il mancato
rispetto dell’accordo raggiunto il 28 ottobre 2002, col quale “si ritenne che il contenzioso tra i due Stati fosse oramai risolto”. Ma era solo un’impressione: “Purtroppo i successivi ripensamenti da parte libica vanificarono quanto precedentemente concordato”, si legge nello stesso ddl. E gli italiani son rimasti a bocca asciutta.
LA LIBIA NON PAGA – Si parla di un esborso di circa 650 milioni di euro che lo Stato dovrebbe affrontare per ripagare le imprese indebitate: “Nel novembre 2002, in seguito ad una ricognizione dei crediti vantati dalle imprese italiane nei confronti della Libia ed effettuata dal nostro Ministero degli affari esteri in collaborazione con la Banca italo-araba (UBAE) e l’Azienda libico-italiana (ALI), così come previsto dall’accordo, furono accertati crediti per 642 milioni di euro, esclusi gli interessi legali e la rivalutazione monetaria. Il pagamento dei crediti accertati doveva avvenire entro il 31 marzo 2003 ma la Libia venne meno all’impegno assunto arrivando a contestare persino il lavoro effettuato dall’ALI e dall’UBAE, banca di diritto italiano ma con il 52 per cento di proprieta` diretta ed indiretta dello Stato libico, disconoscendo persino le sentenze passate in giudicato delle corti libiche”. Nella stessa polemica direzione va il ddl firmato da sette senatori del Partito Democratico (il primo firmatario è Giuliano Barbolini), in cui non si usano mezze misure: “E’ giunto il momento, non più procrastinabile dopo decenni di meritori ma inutili tentativi, di rendere giustizia morale e sostanziale ai molti nostri concittadini che nel secondo dopoguerra si sono impegnati con insediamenti, attività imprenditoriali e commerci per mantenere vivo, nella pace, il legame tra l’Italia e la Libia dopo la traumatica conclusione del periodo coloniale e bellico”. La cifra da sborsare, anche qui, si aggira intono ai 650 milioni di euro.
CONFISCA ILLEGALE – Al fianco del Gheddafi che esprime parole di apprezzamento per l’Italia e il suo Presidente del Consiglio, dunque, c’è anche il Gheddafi che, salito al potere il primo settembre 1969 con colpo di stato, non ha mai rinnegato, o almeno, nei fatti, non è mai retrocesso rispetto al decreto di confisca del 21 luglio 1970. Come ricorda Italo Bocchino nel suo testo presentato alla Camera a fine 2008 e ripreso al Senato poco dopo da Maurizio Gasparri, il decreto fu “emanato per restituire al popolo libico le ricchezze dei suoi figli e dei suoi avi usurpate dagli oppressori in acconto dei danni coloniali”. E nella relazione ai Ddl firmata di due ex An, inoltre, si sottolinea che dagli anni ’50 in poi “in tutti i
successivi contatti con il Governo libico alla ricerca di un’intesa per i molti superiori interessi che legano i due Paesi, sul piano energetico, politico e commerciale in senso ampio, non risulta sia stato mai affrontato in sede bilaterale il problema del risarcimento di quei beni, diritti ed interessi così illegalmente ed indiscriminatamente confiscati con la citata normativa libica del 1970”. Insomma, tra Italia e Libia è una questione di soldi. Più di quanto si creda.
PIU’ SOLDI PER TUTTI…GLI ALTRI – Inutile ricordare che i parlamentari del PdL che difendevano a squarciagola i diritti delle imprese solo un anno fa, in occasione della visita di Gheddafi hanno stranamente perso la voce. E’ più utile invece sottolineare quanto le rinnovate public relations con il dittatore libico quanto costeranno: i famosi 5 miliardi che i contribuenti italiani dovranno sborsare per realizzare opere pubbliche in Libia, tra cui un’autostrada nel deserto. Le cui commesse, però, assicurano tutti, andranno a imprese italiane: insomma, da una parte ci riprenderemo quello che ci tolgono – suggeriscono i beneinformati. Sbagliando. Perché è altrettanto inutile ricordare che quelle commesse costituiranno il frutto del guadagno di imprese private (in pole position l’Impregilo), che così potranno accaparrarsi lavori e appalti senza attraversare fastidiosissime pratiche come le gare e la concorrenza degli avversari di altri paesi. I crediti mancanti che Gheddafi ha sempre negato alle imprese italiane un tempo attive in Libia se li possono scordare, questi cinque miliardi arriveranno a breve. Come al solito.























Pochi sanno che Gheddafi a differenza dei nostri politici è anche un uomo di grande cultura umanistica:
William Shakesperare was not British but Arabian. His real name was Sheik Speare. He was Sheik Zubairs’s son. His works are, in an infinite number of places, plagiarisms of Arabian fabulists and narrators, as demonstrated by the caracters of Otello, Romeo and Juliet…After many years of study I am in a position to prove this indisputably, through an infinite number of references to Arabian culture that can be easily singled out in Sheik Spear’s Play.
Muhammar Gaddafy
( Giulio Blasi, ”Bakespeare Paradoxical Operations on the concept of the Author” ” esergo da ”Versus” VS quaderno di studi semiotici, n.57settembre- dicembre 1990, pgg. 55-93,Bompiani, Milano 1991 )
Ahhhhh se gliela fa l’impregilo, sicuro che fra due anni ci chiedono altri danni.
Noi Italiani in fatto di crediti che gli altri Paesi vantano nei nostri confronti in tutti i settori dell’economia che non sono stati rispettati, vantiamo il record sul globo teracqueo. Quindi abbiamo poco da far la voce grossa. In più il monito pregresso del passato coloniale resta tale. Fossimo stati capaci come gli Inglesi con i Paesi del Commonwelth. Ma noi solo bongo-bongo e i massacri di Graziani.