Il cassonetto

14/06/2009 - Storie della domenica, la rubrica che nei giorni festivi vi tiene compagnia, facendovi pensare , o rilassare, piangere, ridere, assistere a pezzi di vita inventata. Ma vera. BRUTTA RAZZA. Odio gli uomini. Da quando sono nato nutro per loro un

     
 

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Storie della domenica, la rubrica che nei giorni festivi vi tiene compagnia, facendovi pensare , o rilassare, piangere, ridere, assistere a pezzi di vita inventata. Ma vera.

BRUTTA RAZZA. Odio gli uomini. Da quando sono nato nutro per loro un profondo disprezzo. Per quello che dicono, per quello che fanno, per come si comportano con me. Ma per quanto fossi convinto del mio odio non potevo non farlo. Perché ogni odio ha un limite, un qualcosa che ti fa capire che è stupido ed ingiustificato.

Come quello che mi è accaduto quella sera, la sera più tremenda e bella della mia vita.

cassonetto 2LA RUGGINE E IL FETORE. Non sono giovane e ormai la ruggine, gli acciacchi e rotelle poco oleate sono il mio cruccio quotidiano. Ma nel mio lavoro non c’è mai riposo. In realtà dovrei lavorare solo la sera ma si sa, la gente è indisciplinata, così già dalla mattina arrivano i primi clienti. Sono uomini in pantofole che fanno la passeggiata mattutina con il cane accontentando, in un solo colpo, le mogli che li rimproverano di non fare mai niente in casa, nemmeno gettare l’immondizia, e i figli a cui hanno ceduto una volta per l’acquisto del cane e ne pagano ogni giorno le conseguenze. Il brutto non è allora, con l’aria fresca, ma quando il sole si accanisce sulle lamiere facendo bollire il contenuto. Allora i sacchetti di nailon si squagliano e fanno fuoriuscire tutto nel fetore più generale. E non mi resta che contare le ore che mi separano dalla sera quando arrivano i camion con le persone attaccate sui lati che mi prendono, mi scuotono senza alcuna delicatezza ma almeno lasciano me e i miei compagni dignitosamente vuoti.

UN GIORNO TREMENDO. Così doveva essere anche quella sera quando, ripensando al giorno tremendo di manifestazioni, mi ritornavano alla mente I giovani con il volto coperto e lo sguardo infuocato che ci passavano vicino con le molotov in mano incerti se lanciarli sui poliziotti o dentro le nostre amorevoli braccia che sarebbero state incenerite in pochi secondi. Anche questa volta me l’ero cavata con un semplice ribaltamento, un’altra ammaccatura che si aggiungeva a tutte quelle che mi avevano procurato i 10 anni di servizio per le strade. Riverso a terra contavo le ore che mancavano all’arrivo degli spazzini quando vedo un giovane che pareva venisse a soccorrermi. Il suo viso butterato, la sigaretta tra labbra nervose e le grida disperate di una donna che gli parlava in un’altra lingua, stridevano con la gentilezza di rimettermi in posizione verticale. Ed infatti lo fece solo per regalarmi un sacchetto ben chiuso, abbastanza pesante, che lanciò con disprezzo sul mio fondo.

QUALCOSA SI MUOVE. Contento di essermi ristabilito non dedicai all’uomo, schifoso come tutti i suoi colleghi, più di un pensiero. Ma presto vidi che qualcosa nel sacchetto si muoveva. Pensai ad un animale, ad una carogna ancora viva di cui aveva voluto sbarazzarsi: mi avviai a liberarlo nella speranza che avesse la forza per scappare via. Ma non era una carogna né un animale. Era un bambino, un cucciolo come quelli che tante volte avevo visto tra le braccia di mamme o papà che gettavano la spazzatura. Solo che non ne avevo mai visti di così piccoli. Squarciai il sacco e infilai un paio di stracci che avevano riposto dalla mattina sotto la sua pelle delicata, sperando che, così nudo non avesse freddo.

NON VIENE NESSUNO. La mia agitazione era alle stelle e pregavo che qualcuno si avvicinasse al più presto a buttare l’immondizia in modo che si avvedesse del bambino. Ma non c’era niente da fare, stavo un po’ più lontano dagli altri, in posizione defilata, su una strada senza uscita. Chi ci arrivava lanciava le sue cose senza degnarmi nemmeno di uno sguardo. Forse per questo l’uomo aveva scelto proprio me. Dopo ore di inutile attesa mi affidai alla certezza che almeno lo spazzino dell’ultima ora lo avrebbe individuato dietro la minuscola siepe guardandone il contenuto. Quando sentii il suo pianto lo cullai come potetti cercando di consolare con il movimento la sua giusta fame.

NERVOSISMO. Ma quel movimento tradiva anche tutto il mio nervosismo. E se il bambino stava male? Se non fossero arrivati in tempo? Vedevo quel cucciolo innocente e non mi capacitava di come si potesse abbandonarlo lì dentro. Lo carezzavo con i panni gettati via da qualche persona che se ne era disfatta con rapidità, con sollievo forse perché non occupavano più gli spazi riservati a quelli più nuovi. Ora all’approssimarsi della sua ora più importante, il bambino dormiva tranquillo.

cassonetto 1ARRIVANO I NOSTRI. Il camion si annunciò con il solito fumo e rumore dei cassonetti strapazzati. Mi sentivo emozionato ma, quando vidi che le persone che scendevano erano dei ragazzi distratti, cercai di svegliare il bambino, invitandolo a cercare nella sua ugola la sua salvezza. Ma quelli avevano le cuffie alle orecchie. Si avvicinavano ai cassonetti affidandoli alla macchina infernale senza nemmeno degnarli di uno sguardo.

IL DISASTRO. Ormai ne mancavano tre, due ancora uno, ancora pochi secondi prima della tragedia. Ma quello prima di me, spinto maldestramente da uno dei due, era sfuggito al controllo dell’altro. Quando lo raggiunsero con un balzo e buttarono velocemente il suo contenuto nella macchina mi venne l’idea: con tutte le mie forze riavviai le rotelle non più usate da una vita. Sulle prime sbandarono ma con un colpo di reni riuscii a raddrizzarmi e avviarmi per la discesa. I due non se ne accorsero subito ma sistemato il penultimo cassonetto capirono che con me sarebbe stato ancora più difficile. Uno dei due restò qualche secondo a grattarsi la testa ma l’altro lo risvegliò con un urlo “presto! Si sta avviando verso la strada“. Si, c’era una strada affollata alla fine di quella discesa che avevo preso per salvar il bambino. Non mi preoccupai. Orami avevo la loro attenzione e bastava fermarsi e aprire il coperchio perché stavolta si accorgessero del bambino. Ma avevo fatto uno sforzo enorme per avviarmi e non riuscivo a farne un altro per assestarmi. Vedevo la corsia che si avvicinava e la fila interminabile di camion che la traversavano.

SOTTO UN CAMION. Stavo per sbattere contro uno di quelli quando mi decisi a fare la più eroica delle mie azioni. Chiudendo il coperchio e proteggendo il neonato mi lanciai ancora più veloce e….

…quando arrivai dall’altra parte eravamo ancora interi. Ero riuscito a tuffarmi da un lato e passare sotto la pancia del TIR che stava arrivando su una corsia e anticipare l’auto che transitava sull’altra. Andai a sbattere contro il guardarail dell’altro capotandomi ancora una volta.

Quando riuscirono a bloccare il traffico arrivarono anche gli spazzini a cui presentai, in tutto il suo splendore canoro, il pupo sano e salvo.

cassonetto 5SONO SUL GIORNALE. Il resto della storia l’ho appreso da un giornale che qualcuno ha buttato via. La polizia è riuscita a rintracciare la donna ucraina che aveva partorito questa piccola, Fortuna l’hanno chiamata,  e che era finita nel giro della prostituzione quando era già incinta. La polizia ha catturato il protettore, l’italiano che aveva cercato di disfarsi del bambino, restituendo dignità a quella donna. Sul giornale c’era anche una foto in cui venivo ritratto come il luogo dove era avvenuto l’abbandono.

QUELLA RAGAZZA. Forse quella foto l’ha vista anche una ragazza dai lunghi capelli biondi. Con il suo fagottino adagiato nel marsupio, un cappellino a proteggere la testa delicata dal sole di questo maggio, viene ogni domenica a portarmi dei fiori. Li adagia sul coperchio certa che non dureranno a lungo. Ma appena va via io li lascio scivolare dietro, lontano da occhi indiscreti. Il loro profumo, in mezzo a tanta immondizia, mi riappacifica, ogni volta, con tutti gli uomini

     
 

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