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La rubricadi Donato De Sena
pubblicato il 12 giugno 2009 alle 09:29 dallo stesso autore - torna alla home

Il carisma dell’avvocatessa friulana protagonista di una brillante affermazione alle ultime Europee è proprio quello che manca al Partito Democratico, troppo spesso caratterizzato da linee politiche non condivise e poco chiare, tipiche della vecchia classe dirigente. Che non molla

Chissà se qualcuno nel Partito Democratico avrà stramaledetto [[internet]] e la tecnologia dopo la rapida e dirompente diffusione sul web del video dell’intervento della 38enne consigliere provinciale di Udine, Debora Serracchiani, in occasione dell’Assemblea Nazionale dei Circoli del PaD%27ALEMA VELTRONI Il Pd è pronto per la Serracchiani?rtito Democratico di fine marzo. Il successo dell’intervento la proiettò per incanto, nel giro di pochi giorni, dall’anonimato alla ribalta del panorama politico nazionale.

PROMOSSA ALL’ESAME – Non era fuoco di paglia quello appiccato dall’elevato numero di visualizzazioni del discorso comparso in tutti i [[social network]]: la conferma definitiva, qualora ci fosse stato ancora qualche dubbio, è giunta con lo spoglio delle schede elettorali, la notte tra il 7 e l’8 giugno. L’esito delle Elezioni Europee, in cui ha raccolto più preferenze (quasi 150.000) del suo capolista Berlinguer, ma anche e soprattutto del Presidente del Consiglio [[Berlusconi]] ha sancito, infatti, che quel successo della Serracchiani non era semplicemente dovuto alla popolarità donatagli da un video e da qualche sporadica apparizione a Ballarò. Con questo risultato la base del partito ha dimostrato di essere stata al suo fianco, in un’elezione in cui le candidature calate dal palazzo (loft) troppo spesso equivalgono ad un diversivo, ad un contentino, da assegnare a tutti i cosiddetti “trombati” della politica nazionale. Lei, la rampante democratica, incarnando le speranze dell’elettorato insofferente per i quadri di dirigenti troppo stantii (diremmo obsoleti se fossero macchinari), non meritava di essere sottoposta ad un esame che, se avesse dato un esito negativo, avrebbe potuto compromettere del tutto le ambizioni di scalata dell’organigramma Democratico. A parte il traghettatore [[Franceschini]], alla guida ci sono i Fassino, i D’Alema, i Parisi, i Castagnetti, i Rutelli, i Bersani, gente che oramai le sue carte le ha giocate già diverse volte, mentre i volti nuovi restano lì alla finestra in attesa del ricambio generazionale. I numeri freschi provenienti dal Friuli sono l’espressione della voglia di liberarsi di quello scempio che è la degenerazione di ogni questione organizzativa, e a volte anche politica, del Pd nella semplice spartizione o riequilibrio delle forze tra dalemiani, veltroniani, ulivisti, rutelliani.

I SOGNI SON DESIDERI – Adesso, dunque, si sogna una Serracchiani vice-segretario o addirittura segretario, una Serracchiani che col suo linguaggio diretto, la sua dialettica, le sue puntuali argomentazioni e soprattutto una buona dose di carisma, potrebbe compensare il gap comunicativo che il centrosinistra e il Pd e i suoi antenati hanno sempre pagato nei confronti di Silvio, il comunicatore per eccellenza. Lei ha dimostrato di essere all’altezza del Pd, il Pd ora, magari col congresso autunnale, è chiamato alla prova del nove: dimostrare di essere pronto per la Serracchiani. E non è semplice riuscire nell’impresa: perfino in una elezione aperta e democratica come le primarie correnti e correntucce interne possono avere il loro peso. Ad esempio, in occasione delle primarie che videro [[Veltroni]] vincere con percentuali bulgare nell’autunno 2serracchiani web Il Pd è pronto per la Serracchiani?007, per il successo dell’ex Sindaco di Roma fu determinante il passo indietro del dalemiano Bersani, che ritirò poco prima la candidatura spianandogli la strada verso una cavalcata trionfale. Può la Serracchiani oggi ambire direttamente a cariche di spicco nel Pd sottraendosi a logiche del genere? E’ una domanda legittima.

UN PARTITO PIU’ SNELLO - Di sicuro possiamo affermare che le capacità per contribuire affinché l’immagine del Pd sia quella di un partito più coeso lei le ha tutte. I tempi, si sa, son cambiati, ma nonostante viviamo da circa 15 anni nella Seconda Repubblica, per quanto riguarda l’organizzazione dei partiti i sintomi della prima si vedono ancora. Era il 1994 quando la gloriosa e inarrestabile “macchina da guerra” messa a punto da Occhetto prese una storica batosta dal televisivo Polo delle Libertà berlusconiano. Oggi gli ex diesse e Margherita devono ancora concludere il processo di snellimento dell’apparato. Senza preferenza, con campagne combattute nei media e candidati nominati dalle segreterie centrali, la neo-eletta parlamentare europea potrebbe segnare il superamento definitivo dei vecchi macchinosi apparati di partito. Assemblee, comitati, coordinamenti, direzioni, lasciano oggi il tempo che trovano.

LA SUA RICETTA – Lei, la Serracchiani, ha mostrato fin da subito di avere le idee chiare al riguardo: “Io penso che il problema di questo partito non sia stato Walter Veltroni, ma credo che sia mancata la leadership intesa come il mezzo per una linea politica di sintesi. Una linea di sintesi che, pur nella più ampia discussione e nella più approfondita mediazione, è necessaria in un partito come il nostro“, aveva dichiarato nel famoso discorso di tre mesi fa. Spiegava così il crollo del Pd culminato con le dimissioni di Veltroni. “Mai una linea chiara, mai una linea netta e soprattutto mai una linea unica“. Era stata netta anche sugli alleati: “La differenza tra noi e l’Italia dei Valori sta nel fatto che noi parliamo in tanti e iniziamo sempre i nostri discorsi con “Io”; loro aprono il discorso solo in due modi: Berlusconi ha detto, “L’Italia dei Valori dice”. La differenza è enorme“. Era proprio quello che la base voleva sentirsi dire da tempo.

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