Il caso di Andrea Matteucci che ha condensato nei suoi delitti tutte le teorie e le classificazioni della criminologia.
Ci sono avvenimenti, fatti, delitti, che visti da vicino sembrano ricalcare i
film di serie b, con quelle trame tanto strampalate quanto inverosimili. Altri che per l’efferatezza con cui sono compiuti, sfuggono a qualsiasi classificazione o tassonomia che dir si voglia. In questi casi diventa lampante quanti sbagli sia in grado di commettere la comunità scientifica, quando tenta di incanalare dentro le rigide barriere delle teorie la complessità dell’essere umano. Anni di speculazioni possono venir gettate al vento in un soffio nel momento in cui si scontrano con la dura realtà. Poi sopravvengono altri fatti, altri delitti, altri assassini, che invece si adattano perfettamente a quelle teorie. Esse calzano così alla perfezione che sembrano essere state cucite loro addosso come un abito su misura. Ma l’abito è stato confezionato molti anni prima. Questo è uno di quei casi.
COME PUO’ FORMARSI UN SERIAL KILLER - La sociologia e la psicologia sono decenni che vedono riempirsi le pagine dei propri manuali di teorie che sostengono come l’ambiente e i rapporti personali siano la base per la formazione dell’individuo. La stessa base in cui vanno rintracciati la maggioranza dei problemi che gli si potrebbero presentare una volta adulto. Teorie ecologiche, delle associazioni differenziali o con un’altra infinità di nomi altisonanti, esprimono concetti simili, puntando l’accento ora sull’ambiente, ora sulla famiglia quali cause. Così la criminologia, che per sua natura è una scienza interdisciplinare, abituata a far proprie pezzi di teorie già esistenti per unirle in altri insiemi, tende a vedere nella famiglia e nell’ambiente le cause principe della deriva delinquenziale di un individuo. Un lavoro di analisi a cui si giunge studiando l’evento criminoso e cercando di rintracciarne la genesi, correndo anche il rischio, a volte, di arrivare a comprendere troppo e finire con il giustificare l’agire criminale. Un rischio concreto perché, come scrisse un grande criminologo italiano, Gianluigi Ponti, “l’eccesso di comprensione porta all’incapacità di esprimere un giudizio”. Ma questa, forse, è un’altra storia.
LE CAUSE SCATENANTI - La nostra, invece, parte dal serial killer. O
meglio, dalle sue teorie. Pagine e pagine ne sono state scritte su di loro. E ancora oggi si continua a discutere su come classificarli, se in base al loro agire, se in base al numero delle loro vittime, se in base alle cause che hanno scatenato la loro follia criminale, o se in base a tutte queste cose insieme. Fra queste classificazioni ce ne sono alcune interessanti. Sono quelle che dividono i serial killer in organizzati e non: i primi abituati a pianificare con cura ogni singolo aspetto del delitto, dalla scelta dell’arma a quella della vittima fino ad arrivare al momento dell’uccisione; i secondi più soggetti all’impulso, a scoppi improvvisi di violenza. Ci sono varie teorie, poi, che fanno risalire all’infanzia, a particolari maltrattamenti subiti dall’assassino seriale da bambino, le cause del loro agire. Teorie che parlano di ceti sociali medio-bassi per la maggioranza di essi. E poi altre teorie ancora che parlano di un istinto di morte alla base dell’agire di questi assassini. Teorie per cui atti di necrofilia sono normali e comuni negli omicidi condotti dalla maggior parte dei serial killer. Ora, se tutte queste si prendono e si uniscono, quello che ne può venire fuori è un individuo reale, in carne e ossa: il suo nome è Andrea Matteucci.
IL PRIMO DELITTO - Caso davvero da manuale. Il padre ha precedenti penali, ma ha abbandonato la famiglia quando lui era piccolissimo. La madre è una prostituta. Esercita in casa e per questo lui viene mandato dalla sorella giù a Foggia dove ci rimane fino all’età di cinque anni. Poi la madre lo va a prendere e lo mette in un collegio religioso fino a quando ne ha nove. Quando poi torna a casa, deve vivere un inferno: la madre lo tratta male, lo fa assistere ai rapporti con i clienti, gli racconta di aver evirato un uomo, il suo ex convivente che a suo dire la maltrattava, e di averne ucciso un altro. A 14 anni Andrea inizia a mostrare i primi problemi. Ruba una bicicletta a un suo vicino e, secondo la madre, aveva anche ucciso il cane di una sua vicina. Va a lavorare in una macelleria, ma prova a derubarla e così finisce in comunità e lì rimane fino a 18 anni. Vive una situazione difficile Andrea. Tutto ciò non può non incidere profondamente la sua personalità. Le teorie lo dicono, Andrea lo prova sulla propria pelle. Quando esce dalla comunità torna a casa e trova lavoro come meccanico. La situazione non è cambiata di una virgola. La madre continua a trattarlo come un “niente”, un “cagone” come lo chiamava. Andrea inizia a covare una rabbia profonda. Inizia a stare male e sente montargli dentro qualcosa che non capisce. Poi, la sera del 30 aprile 1980, comprende perfettamente quello che sente. Esce da casa e incontra Domenico Raso, un commerciante che lui conosce. Domenico è esplicito: mi piaci, ti pago, andiamo lì dietro. Andrea accetta. Girano l’angolo e per Domenico è la fine. Andrea lo ha afferrato per i capelli e gli ha piantato un coltello nella schiena, una volta dopo l’altra, tante volte quanto bastano a placare quello che sentiva, a fermare quella rabbia.



