Tra Il Cairo e Main Street

11/06/2009 - Il discorso di Obama al Cairo ha riscosso il favore dell’opinione pubblica mondiale, ma il focus dell’Amministrazione rimane la politica interna. Il record negativo sull’occupazione statunitense spinge la riforma sanitaria, il punto cardine dell’agenda democratica Il mondo è innamorato di

     
 

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Il discorso di Obama al Cairo ha riscosso il favore dell’opinione pubblica mondiale, ma il focus dell’Amministrazione rimane la politica interna. Il record negativo sull’occupazione statunitense spinge la riforma sanitaria, il punto cardine dell’agenda democratica

Il mondo è innamorato di Obama. Il primo presidente nero degli Stati Uniti, di origine africana e con un evidente carisma personale , miete consensi ed anche il mondo islamico ha accolto con grande favore il discorso del Cairo. L’enfasi delle prime reazioni si è subito affievolita, anche perché al netto della retorica nessuna apertura concreta è arrivata dal fronte più radicale della variegata galassia musulmana. Le imminenti elezioni presidenziali in Iran chiariranno se il principale avversario dell‘America – Cina e Russia a parte – punterà sul moderato riformismo dell’ex primo ministro Mousavi o premierà lo scontro promosso da Ahmadinejad. La questione nucleare, e l’appoggio dell’Iran ai movimenti terroristici dell’Islam radicale, rimarranno comunque sul tappeto anche con l’arrivo di un nuovo presidente. L’Amministrazione americana sembra però propendere più per un lungo lavoro di makeup dell’immagine degli Stati Uniti,  un ruolo che riesce eccezionalmente bene ad Obama, che inizia ad assomigliare all’incarnazione del potere carismatico di weberiana memoria. La politica estera, al di là dei bagni di folla europei e dell’apprezzamento generalizzato dell’opinione pubblica mondiale, rimane però ancora in secondo piano rispetto alla difficile situazione interna, nonostante sia l’aspetto più apprezzato dagli americani secondo i sondaggi.

DISOCCUPAZIONE = IMPOPOLARITA’ - Il quadro demoscopico della presidenza Obama rimane molto confortante. Gli indici di approvazione dell’operato si sono stabilizzati su valori molto alti, intorno al 60%, così come il rapporto delle opinioni favorevoli/sfavorevoli premia in maniera netta i democratici rispetto ai repubblicani. Alcuni segnali di inquietudine però si scorgono già, e presto potrebbe arrivare il probabile calo. Storicamente si nota un legame – banalmente intuibile – tra l’andamento del tasso di disoccupazione e l’approvazione dei presidenti. La luna di miele di inizio mandato e l’indubbio fascino della personalità di Obama sono al momento i fattori decisivi, ma l’affascinante patina che ricopre l’attuale inquilino della Casa Bianca potrebbe rapidamente deteriorarsi. A maggio il tasso di disocuppazione è salito al 9.4%, il valore più negativo degli ultimi 25 anni. Nonostante i licenziamenti diminuiscano da alcuni mesi, le imprese non assumono e anche a giugno, così come nei prossimi mesi, l’indice dei senza lavoro dovrebbe essere superiore al 9%. Numeri molto pericolosi, simili a quelli che costarono una brusca sconfitta a Reagan alle mid-term del 1982, dopo che la sfavorevole situazione economica aveva trascinato verso il basso l’apprezzamento dell’ex governatore della California. John Judis, commentatore di The New Republic, ha previsto per Obama un destino molto simile a quello di Reagan, sottolineando l’inevitabile crollo del consenso nel caso di valori così negativi sull’occupazione. L’Amministrazione ne è consapevole, e la controversa semi nazionalizzazione di General Motors è il più palese tentativo di frenare l’impatto negativo della congiuntura sui posti di lavoro. Un’operazione non apprezzata però dall’opinione pubblica, perché la preferenza verso i fallimento era l’opinione maggioritaria riscontrata dalle indagini svolte sul bailout del colosso di Detroit.

SANITA’ AL PRIMO POSTO - In un periodo di recessione e di difficoltà interna ogni Amministrazione americana rinuncia ad un ruolo propositivo e trainante in politica estera, al di là dei compiti necessari che la superpotenza mondiale deve svolgere. Dopo l’approvazione del maxi pacchetto di stimolo economico e il consenso del Congresso all’ambizioso budget Obama sta iniziando a spingere la madre delle riforme, l’introduzione di una tutela sanitaria universale. La universal healthcare è la parola d’ordine di ogni piattaforma presidenziale dei candidati democratici dai tempi di Truman, e mai come in questo momento l’occasione sembra propizia. Il Congresso è in mano democratica, e al Senato, così come alla Camera, i Congressmen conservatori timorosi di perdere i loro seggi conquistati in bastioni repubblicani sono meno numerosi rispetto all’epoca Clinton, quando la riforma disegnata da Hillary naufragò miseramente dopo un’aspra e lunga battaglia. Con una mossa che conferma la sua deferenza verso il potere legislativo Obama ha chiesto al gruppo senatoriale democratico di redigere un testo che si basi su alcuni punti fermi: libertà di scelta nelle cure, copertura universale e sostenibilità finanziaria. Un programma abbastanza vago, così come l’accordo strappato al complesso sanitario industriale sulla volontaria riduzione dei costi e conseguentirisparmi. Il presidente ha però deciso di agire, e Organizing for America, la struttura che ha preso il posto dell’organizzazione elettorale guidata da David Plouffe, per supportare l’Amministrazione Obama, ha convocato sabato 6 giugno il primo meeting  per lanciare una campagna sulla riforma sanitaria

IL FONDO PUBBLICO –  Le figure chiave al Senato saranno Max Baucus, il presidente del potentissimo comitato finanziario, e Ted Kennedy, il leader democratico che si è battuto storicamente più di tutti per introdurre la copertura sanitaria universale. Lo strumento richiesto da economisti ed esperti liberal è l’avvio di un fondo assicurativo pubblico, sul modello di Medicare, che competa con le compagnie private e riesca ad offrire una copertura minima anche a chi non sarebbe in grado di affidarsi al privato. Alcuni senatori moderati del gruppo democratico si sono apposti ad una simile ipotesi, sponsorizzata, seppur sottovoce al momento, anche da Obama. Il presidente ha però rimarcato l’importanza di mantenere l’introduzione della tutela universale della salute nelle modalità tipiche dell’American way, fermando così le suggestioni più stataliste sostenute dai gruppi di interesse liberal. I repubblicani sono contrari all’introduzione di un fondo pubblico, ma hanno mostrato volontà di collaborazione e disponibilità al dialogo. La richiesta della base democratica è pressante, e l’investimento stanziato nel budget mostra la serietà dell‘Amministrazione, che ha fissato al primo punto della sua agenda questa riforma. Inoltre, è stato chiarito come per l’approvazione della riforma servirà la maggiora semplice al Senato e non i 60 voti necessaria superare l’ostruzionismo. Il palcoscenico mondiale è il luogo migliore per il carisma di Obama, ma i voti si trovano a Main Street, e senza una ripresa timida dell’economia ed un efficace risposta alle difficoltà finanziarie delle famiglie americane – una discreta percentuale di esse stenta a seguire gli aumenti dei premi assicurativi – anche i super cool rischiano al posto.

     
 

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