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Culturadi Clementina Coppini
pubblicato il 10 giugno 2009 alle 14:30 dallo stesso autore - torna alla home

Domenica scorsa mio figlio di 9 anni è andato per la prima volta allo stadio a vedere l’Inter. Io e suo padre ci poniamo una sola domanda: dove abbiamo sbagliato? 

Perché mio figlio tifa Inter, quell’antipatica squadra di snobbini del cavolo? La maglia nerazzurra è nel cuore rosso e foderato di soldi dei radical chic, lo sanno tutti. Adesso la indossa anche il mio pargolo. Ottanta euro per questo capo di finto terital, che ha come esorbitante vantaggio che se sudi come un sudario non si inzacchera schifosamente. Ma quando mai un bambino di nove anni ha sudato così tanto? Ho provato a prendere una maglietta tarocca, ma l’infante, che appunto è interista e quindi non conosce il valore dei soldi, ha preteso la real very expensive original maglietta dell’Internazionale Football Club. Mi è toccato comprarla e mi tocca pure lavarla, badando per giunta a non rovinarla. Eppure io ho sempre tenuto al Milan. Perché non Mascotte%20TuttoInter Mio figlio va allo stadioriesco più a tenere al Milan? Perché, quando penso al concetto squisitamente calcistico di rossonero, nella mente prende forma la faccia di un arzillo ultrasettantenne con i capelli tinti? Da quale devianza sportivo-fisiognomica è saltato fuori questo anziano di statura non watussa? Così convivo con queste due afflizioni, vedere il mio virgulto illuminarsi quando segna Ibrahimovic e non riuscire a esultare quando la squadra del mio cuore vince. 

SARAS E MOURINHO - Un paio di giorni prima della partita c’è l’incidente alla Saras, raffineria di proprietà della famiglia Moratti dove hanno perso la vita tre poveri Cristi per 900 euro al mese. Sono entrati in una specie di cilindro schifoso, dove sono morti orrendamente, l’uno nel tentativo eroico e disperato di salvare l’altro. Si dice che non avessero ancora l’autorizzazione per entrare, e che insomma è stato un incidente perché loro non si sono attenuti alle regole. Magari è anche vero che non erano autorizzati, ma non riesco a convincermi che non gliene fregasse niente di rischiare la vita per fare un lavoro di routine. Che poi tutti si sentano in dover di precisare e puntualizzare che questi poveracci insomma alla fine se la sono cercata mi pare proprio una bastardata. Piuttosto credo che Moratti dovrebbe risparmiare qualche soldino, magari lepecosando un attimino sugli ingaggi favolosi di Murinho, e fare magari – la butto lì – un corso di sopravvivenza alla frequentazione dei suoi impianti. Considerato che i suoi operai hanno la stessa età dei suoi calciatori, magari potrebbe essere un’idea. Si potrebbe obiettare che il calcio è fatto per alleviare i fastidi esistenziali proprio di queste persone, e che magari anche loro andavano volentieri allo stadio. Può anche essere, però, visto che adesso causa coglioneria umana costoro non ci possono più andare, qualche domandina in proposito bisognerebbe porsela. Cosa li fanno a fare in questo caso i distinguo? Per sapere cosa, che se uno è morto è solo per colpa sua, e tanto peggio se ci ha lasciato le penne nel tentativo di salvare la vita a un amico? L’unico distinguo che mi viene in mente è tra i 900 euro mensili dell’operaio della Saras e il molto di più di Murinho. Il quale non è la causa di tutti i mali del mondo, e anzi è simpatico né più né meno dell’entourage del Milan, dove peraltro non si guadagna di meno. 

CONFERENZA STAMPA - Quando ho fatto presente a mio figlio che i giocatori guadagnano un sacco di soldi mentre quei poveracci alla Saras rischiano la vita per poco, lui mi ha detto che è solo un bambino e che non devo dirgli queste cose così difficili. Però quello stesso bambino conosce allamoratti Mio figlio va allo stadio perfezione lo schema tattico dell’Inter, nonché l’intera formazione e tutta l’astrusa terminologia calcistica in uso attualmente. In quel caso non è abbastanza bambino, mentre per il resto sì. Ripeto: dove abbiamo sbagliato? Ciò che mi spaventa di più è la superficialità dei concetti con cui cresciamo la nuova generazione. Divertirsi, svagarsi, rilassarsi. E il concentrarsi, l’impegnarsi, il sacrificarsi? Banalità di scarso interesse. Il sacrificio opinabile è quello del Numero 10, che va in ritiro con la Porsche e rinuncia al budino prima del ritorno di Champion’s. La concentrazione è quella del portiere prima dei rigori (anzi, della lotteria dei rigori) e l’impegno è quello del difensore che fa la pubblicità dei telefonini, che cioè munge la mucca finché la carriera dura. E si sa che il professionista smette presto, poverino. Invece nella vita reale non si appendono le scarpe al chiodo prima di aver compiuto quarant’anni. No, addirittura può pure essere che si sia ancora precari, a quell’età venerabile. Pensa, figlio mio, il papà non guadagna venti milioni di euro l’anno e la mamma non è una velina. Ti sembrerà strano, ma è assurdamente così, caro il mio mocciosetto nerazzurro. Come i tuoi idoli, anche noi ci guadagniamo il pane, con fatica. E ci succede pure a noi di essere stanchi dopo una giornata di lavoro, quasi quanto i calciatori dopo la partita. L’unica differenza è che noi, la sera alle otto, non sentiamo l’esigenza di indire una conferenza stampa per comunicarlo ai tifosi.

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