Domenica scorsa mio figlio di 9 anni è andato per la prima volta allo stadio a vedere l’Inter. Io e suo padre ci poniamo una sola domanda: dove abbiamo sbagliato?
Perché mio figlio tifa Inter, quell’antipatica squadra di snobbini del cavolo? La maglia nerazzurra è nel cuore rosso e foderato di soldi dei radical chic, lo sanno tutti. Adesso la indossa anche il mio pargolo. Ottanta euro per questo capo di finto terital, che ha come esorbitante vantaggio che se sudi come un sudario non si inzacchera schifosamente. Ma quando mai un bambino di nove anni ha sudato così tanto? Ho provato a prendere una maglietta tarocca, ma l’infante, che appunto è interista e quindi non conosce il valore dei soldi, ha preteso la real very expensive original maglietta dell’Internazionale Football Club. Mi è toccato comprarla e mi tocca pure lavarla, badando per giunta a non rovinarla. Eppure io ho sempre tenuto al Milan. Perché non
riesco più a tenere al Milan? Perché, quando penso al concetto squisitamente calcistico di rossonero, nella mente prende forma la faccia di un arzillo ultrasettantenne con i capelli tinti? Da quale devianza sportivo-fisiognomica è saltato fuori questo anziano di statura non watussa? Così convivo con queste due afflizioni, vedere il mio virgulto illuminarsi quando segna Ibrahimovic e non riuscire a esultare quando la squadra del mio cuore vince.
SARAS E MOURINHO - Un paio di giorni prima della partita c’è l’incidente alla Saras, raffineria di proprietà della famiglia Moratti dove hanno perso la vita tre poveri Cristi per 900 euro al mese. Sono entrati in una specie di cilindro schifoso, dove sono morti orrendamente, l’uno nel tentativo eroico e disperato di salvare l’altro. Si dice che non avessero ancora l’autorizzazione per entrare, e che insomma è stato un incidente perché loro non si sono attenuti alle regole. Magari è anche vero che non erano autorizzati, ma non riesco a convincermi che non gliene fregasse niente di rischiare la vita per fare un lavoro di routine. Che poi tutti si sentano in dover di precisare e puntualizzare che questi poveracci insomma alla fine se la sono cercata mi pare proprio una bastardata. Piuttosto credo che Moratti dovrebbe risparmiare qualche soldino, magari lepecosando un attimino sugli ingaggi favolosi di Murinho, e fare magari – la butto lì – un corso di sopravvivenza alla frequentazione dei suoi impianti. Considerato che i suoi operai hanno la stessa età dei suoi calciatori, magari potrebbe essere un’idea. Si potrebbe obiettare che il calcio è fatto per alleviare i fastidi esistenziali proprio di queste persone, e che magari anche loro andavano volentieri allo stadio. Può anche essere, però, visto che adesso causa coglioneria umana costoro non ci possono più andare, qualche domandina in proposito bisognerebbe porsela. Cosa li fanno a fare in questo caso i distinguo? Per sapere cosa, che se uno è morto è solo per colpa sua, e tanto peggio se ci ha lasciato le penne nel tentativo di salvare la vita a un amico? L’unico distinguo che mi viene in mente è tra i 900 euro mensili dell’operaio della Saras e il molto di più di Murinho. Il quale non è la causa di tutti i mali del mondo, e anzi è simpatico né più né meno dell’entourage del Milan, dove peraltro non si guadagna di meno.
CONFERENZA STAMPA - Quando ho fatto presente a mio figlio che i giocatori guadagnano un sacco di soldi mentre quei poveracci alla Saras rischiano la vita per poco, lui mi ha detto che è solo un bambino e che non devo dirgli queste cose così difficili. Però quello stesso bambino conosce alla
perfezione lo schema tattico dell’Inter, nonché l’intera formazione e tutta l’astrusa terminologia calcistica in uso attualmente. In quel caso non è abbastanza bambino, mentre per il resto sì. Ripeto: dove abbiamo sbagliato? Ciò che mi spaventa di più è la superficialità dei concetti con cui cresciamo la nuova generazione. Divertirsi, svagarsi, rilassarsi. E il concentrarsi, l’impegnarsi, il sacrificarsi? Banalità di scarso interesse. Il sacrificio opinabile è quello del Numero 10, che va in ritiro con la Porsche e rinuncia al budino prima del ritorno di Champion’s. La concentrazione è quella del portiere prima dei rigori (anzi, della lotteria dei rigori) e l’impegno è quello del difensore che fa la pubblicità dei telefonini, che cioè munge la mucca finché la carriera dura. E si sa che il professionista smette presto, poverino. Invece nella vita reale non si appendono le scarpe al chiodo prima di aver compiuto quarant’anni. No, addirittura può pure essere che si sia ancora precari, a quell’età venerabile. Pensa, figlio mio, il papà non guadagna venti milioni di euro l’anno e la mamma non è una velina. Ti sembrerà strano, ma è assurdamente così, caro il mio mocciosetto nerazzurro. Come i tuoi idoli, anche noi ci guadagniamo il pane, con fatica. E ci succede pure a noi di essere stanchi dopo una giornata di lavoro, quasi quanto i calciatori dopo la partita. L’unica differenza è che noi, la sera alle otto, non sentiamo l’esigenza di indire una conferenza stampa per comunicarlo ai tifosi.




“perché non riesco più a tenere al Milan?”
perché ci stanno strappando, anno dopo anno, tutta la magia romantica, da telenovela quasi, che Berlusconi aveva portato. S’é scordato di amare la squadra e di amare vederla vincere, gli basta il ricordo e porta il ricordo a mo’ di feticcio gridando contro gli ingrati.
A noi non frega che Kakà se ne vada. A noi frega che se ne vada per volere della tesoreria della società. Noi eravamo abituati a non sentir parlare dei vili soldi, il Milan era un affare di cuore. Non è più così, il giocattolo è rotto. I bambini se ne sono resi conto prima di noi.
Lei chiede “dove abbiamo sbagliato?” Tutto, mia cara signora, tutto. Per fortuna suo figlio si è miracolosamente salvato alla sua nefasta influenza come dimostra la sua (del bambino) intelligente risposta alla sua (di lei, madre) allucinante domanda. Ne sia felice, e non si ponga troppe domande.
Ma fra l’altro le tre vittime dell’incidente alla Saras non erano dipendenti Saras ma di una ditta esterna, o sbaglio?
Tuo figlio è interista esattamente per lo stesso motivo per cui lo è mia figlia.
Perché han beccato nell’età cruciale il ciclo dell’Inter vincente.
Al momento i fregati siamo noi.
Ma poiché sappiamo che il prossimo ciclo dell’Inter vincente sarà tra altri 40 anni, alla fine peggio per loro, i fregati sono loro.
Penso tu abbia ragione ricchiuti, io son stato bambino con le treccine di Gullit e l’eleganza di Van Basten, mio padre s’é visto Rocco dirigere (?) Rivera e mio nonno ha potuto vedere Liedholm correre e stravincere. Mi ritengo fortunato in una famiglia fortunata. E ritengo altrettanto fortunate le famiglie dei miei molti amici juventini, gente che non deve mai aspettar molto per tornare a sognare.
Lo so che è cinico pensare che il tifo nasca per chi vince. Ma credo che vada così, forse perché per me è andata così. Quando fu il momento, c’erano Juve e Toro che se la giocavano. Se penso che avrei potuto scegliere il Toro, mamma.
Il tifo nasce per i vincenti, è un meccanismo antropologico, basta vedere oggi quanti sono i seguaci delle destra. Accodarsi al vincente serve come rassicurazione contro la paura del futuro e dei cambiamenti. Più c’è paura, più c’è tifo, fede religiosa e maghi in TV.
Io non sopporto il calcio perciò i miei figli non sono portati al tifo: avranno più tempo nel week-end, risparmieranno i soldi di SKY e per tutte le cazzabubbole che circondano gli appassionati, ma soprattutto quei tifosi che si disperano per la sorte della propria squadra sembreranno loro degli inguaribili babbei. Il che non è male per la propria autostima.
Ma sai, Aquaparko, babbei. Si coltiva l’effimero tutti. Forse perché l’essenziale e basta è roba proprio da bestie.
C’è gente che si fa il mazzo per avere auto che non guiderà mai, c’è gente che coltiva l’agonismo verso il proprio simile in modo meno accettabile ma in fondo simile. Solo che questo dura novanta minuti e hai il tempo di andare pure a far pipì. Ben 15 minuti interi. Che pacchia.
Allora mi reputo un portafortuna: ho iniziato a tifare Sampdoria da piccolo perché mi piaceva la maglietta ed i blucerchiati hanno iniziato a vincere qualcosa per la prima volta nella loro storia solo dopo circa 10 anni dall’inizio della mia passione per loro.
E pure mio fratello non scherza: è diventato milanista quando il Milan era scivolato in B sul campo perché stravedeva per Baresi (e da lì in poi direi che ne ha raccolte di soddisfazioni).