Cultura

(Sto pensando a noi)

10 giugno 2009

Porci senz’ali

“Tu vuoi sempre che te le sbrighi io le cose perché tu vuoi sempre che qualcuno o qualcosa risolva le cose al posto tuo. Dai troppo, troppe cose per scontato…Potrei anche non esser più forte di te, sono anche una donna” e proseguì a preparare, con aria indaffarata e neanche troppo addolorata, gettai l’occhio indifferente, quasi malinconica.
Stavamo partendo per il mare, una domenica d’agosto, luciano emmer credo, a me in questi momenti era la cultura a stracci e bocconi che m’ero fatto a fregarmi. Poteva cascarmi il mondo addosso, il primo click non era una reazione animale, no, era un momento estetico di cui curare citazioni, fonti e rimandi.
E’ per questo che dinanzi l’invadenza di quell’uomo, un po’ cercata un po’ subita un po’ sperata, un po’ sedotti ed ammaccati stavamo vivendo da circa o forse più d’un mese, come dicevo sognante e beffardo alla consorte chissà quasi rassegnata, come in un racconto moraviano.
Niente ci avrebbe dato forza per risollevarci, e il cielo, il fato, (le palle, a volte lei beffarda e un po’ beffata), ci avevan dato solo l’intelligenza di capirlo e di studiarlo senza la forza di voltarne il fine.
Niente e nessuno avrebbe impedito di metterci il costume, domenica d’agosto che caldo fa.

-1-


(continua)
Voci fuori campo
Dici che é pittoresco ?
E’ nazionalpopolare ma ha ambizioni intellettuali, un impotente che si parla addosso e che vorrebbe solo starsene a guardare.
Un figlio di Moravia ma sul buffo.
Azione

“Imagine, certo, Imegin ther’s no even, saremmo pazzi a considerarla una canzone di pace, macché, è si una canzone di pace ma quella eterna imegin ther’s non even e il cazzo che hai cacato, niente per cui morire niente per cui vivere, understand ?” e strizzai l’occhio all’immagine dietro il sediolino del guidatore.
“Certo che ne avevi bisogno di scuse per incontrare un po’ te stesso” rispose la voce che le carezzava i riccioli, a gambe larghe, sguardo fuori l’abitacolo.

-2-

continua (purtroppo)
Sveglia ore 7,30. Risciaquo panni in Arno con lettura Oscar Wilde (?). Ripeto, Wilde (?). Togliersi quel sorrisino beota, Wilde nel senso di traduzione, amare l’italiano delle traduzioni, é una lingua tecnica, fredda, mirata all’obiettivo, concisa, industriale, vendibile, comprabile, scarna, spiccia, muscolare, elettrica, rapida, indolore, dolorosissima quando non riesci a riprodurla fedelmente, quando non riesci a riprodurne lo spirito, la sintesi, la lama, la pugna, il fendente, il costato, fendere, ardere, cuocere…Driin. Son già le 8. Hai perduto un’altra mezz’ora della tua vita dietro la tua impossibilità .
Porta due caffè a letto e siediti facile. Hai tutto il tempo per pentirtene prima di dopo, il prossimo giro di palle.

-3-

continua (maybe)
e cominciò subito a pentirsi del “risciaquo”
-3-dolenti note

“Lei gli prese il grosso arnese in bocca… gran lavoretto, nettare d’ambrosia.. la dea..bla bla, la Dellera, già , con Castellitto, che lui nel talamo domanda sei dio ? sei forse dio ? lei non risponde, manco l’ha sentito, e se pure l’ha sentito chissà cazzo che ha capito, sei dio ? si, la Dellera…andiamo avanti, lei scosse i fianchi che sapevan di ginestra e le mammelle latte e miele e i fianchi maliziosi e la vulva inesauribile e il vero uomo e la nerchia in turgore risoluto, et et, omissis chissene omissis, spruzzò il suo seme candido bla bla..”.
Stop al Ciack si gira. Gli squillò, al grassoccio uomo che pulsava ritmicamente sotto le coperte (“cià vergogna cià ” tubava lei), il telefonino, -Cazzo vuoi ? qui nulla di che-, e poi rivolto a me “ci facciamo du spaghi ?”.
Mentre declamavo, mamma (mia moglie) più impegnata che contenta gli buttava già la pasta.

-4-

to be continued

“Io t’ho capito a te sa ?”
Dicaa ?
“Da quando t’ho visto entrare, in quella villa, a te, la tua signora che ci aveva la fede al dito e moglie di quell’altro di sicuro non lo era perché non eri che tu, non eri che te che la cacavi di pezza, e quello che le metteva mano ar culo invece, pe’ appoggiasse la fatica delle scale”

“Bravo, le fai fa’ le zozzerie, fai bene, pur’io a mi moglie che era tanto bona, de corpo e de carattere, l’ho fatta sputtanare sotto e sopra. Solo per il gusto ora che siam vecchi de diglie Zoccolò, e adesso quanno mori (io nu’mmoro) come fai, stai zitta zoccolona e lei tace. E poi me la gusto quanno piagne, che non ci va in Paradiso, gliel’ho detto, nonnònò.
Guarda mio figlio, non gli ho insegnato niente, non gli ho insegnato a saper fare niente, né alla guerra e né all’amore, e mi ringrazia, non ha debiti, niente da perdere, é un uomo libero”.
Contrasse il sorriso, l’ebete.
Questo non é davvero un paese per vecchi, tornando a casa da quell’ortolano, perché non basterebbero le ali.

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