Le urne diranno se la strategia elettorale del Partito Democratico è stata fruttifera. Nel frattempo, non si può non osservare che i temi europei sono scomparsi dall’agenda elettorale, a causa della telenovela made in Casoria. L’asticella del PD è al 27%: con quella percentuale Franceschini può sperare in una riconferma
A pochi giorni dal voto alle elezioni europee, è difficile resistere alla tentazione di fare bilanci e pronostici. Le analisi più interessanti e fondate sono di certo quelle fatte a urne chiuse e schede scrutinate. Nonostante questo, però, possiamo già dire qualcosa della campagna elettorale che sta per concludersi e, soprattutto, di come l’ha affrontata il Pd.
EUROPA CHE? - All’inizio della campagna elettorale il centrodestra e Silvio Berlusconi erano all’apice della loro popolarità. Niente sembrava scalfire i consensi del premier, niente lasciava presagire la possibilità per il Pd di rosicchiare qualcosa alla maggioranza. Sembrava semmai che Franceschini avrebbe dovuto difendersi più dai cespugli attorno a lui, Di Pietro e Vendola, piuttosto che tentare di rubare consensi al centrodestra, che sembra essere diventata una pratica d’altri tempi. Nel disastro generale, quindi, Franceschini aveva un vantaggio: sicuro della sconfitta, poteva impostare la sua campagna elettorale senza le pressioni e le tensioni di chi si trova impegnato in un testa a testa. D’altra parte, come aveva detto, il suo è un incarico a termine: non aveva niente da perdere. Prima ancora che potesse inventarsi qualcosa di originale, spiazzante e rivoluzionario – probabilmente non lo avrebbe fatto, ma diamogli credito – Silvio Berlusconi veniva però coinvolto in due vicende che avrebbero cambiato radicalmente l’agenda delle settimane, per lui e per i suoi avversari. Prima la pubblicazione delle motivazioni della condanna di David Mills, che lo tirano in ballo più o meno direttamente come possibile corruttore dell’avvocato britannico. Poi la festa di compleanno di Noemi Letizia a Casoria, con tutto il bailamme che ne è seguito. In un batter d’occhio l’Europa è stata sbalzata via dal palcoscenico, riconquistato dal premier e dai suoi affari. Prima che qualcuno potesse accorgersene, le elezioni per il rinnovo del parlamento europeo si erano trasformate nell’ennesimo referendum su Berlusconi.
CUI PRODEST – Se questo abbia giovato o no a Berlusconi lo sapremo solo dopo il voto: sembra però che il centrodestra non abbia subito particolari contraccolpi in termini di consensi, e le uniche preoccupazioni per la maggioranza potrebbero provenire da un mutamento degli equilibri di forza tra Pdl e Lega. Non si può dire nemmeno che se vicende abbiano giovato o no al Pd. L’andamento di Franceschini è apparso indeciso ed erratico: prima rispettoso delle vicende private, poi ottusamente arrogante, poi costretto alla marcia indietro a causa della sparata sull’educazione dei figli di Berlusconi. Un atteggiamento debole, subalterno e per nulla accattivante. Non tutte le colpe sono di Franceschini, però: di fatto, il segretario del Pd si è trovato a portare avanti l’intera baracca praticamente da solo. I cinque capilista dei democratici – ne abbiamo scritto la scorsa settimana – si sono resi protagonisti della campagna elettorale più anonima e inconsistente che si ricordi da diverso tempo a questa parte, e i dirigenti del partito (fino allo stesso Franceschini) sono stati costretti a scrivere missive di fuoco ai coordinatori regionali e provinciali perché garantiscano il loro sostegno ad alcuni candidati molto blasonati ma poco apprezzati. La campagna di comunicazione ha avuto qualche intuizione ma è mancato un progetto organico, nei contenuti e nello stile, che armonizzasse e in integrasse tra loro gli spot, i manifesti, le pagine web. Le campagne di comunicazione si fanno per declinare in infiniti modi diversi lo stesso messaggio; il Pd l’ha fatta declinando infiniti messaggi in infiniti modi diversi. Ne è venuto fuori un pastrocchio confuso, che non sembra essere servito a un granché ma che rappresenta comunque un notevole passo avanti rispetto al nulla delle politiche del 2008.




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