Superman cambia il corso della storia e riporta gli Orlando Magic alle finali Nba

4 giugno 2009

Sia benedetto Dwight David Howard. O meglio, dato che qui si è in campagna elettorale, meno male che Dwight Howard c’è.

Il pivot titolare degli Orlando Magic, il gigante sorridente che in più di 79624292BB092_SLAM_DUNKun’occasione ha fatto divertire il pubblico con le sue trovate geniali alla gara delle schiacciate dell’All Star Game, il talento in continua crescita che in breve tempo diventerà – sempre che già non lo sia – il centro più dominante di tutta la National Basketball Association (come decretato dalla copertina della versione italiana della rivista ufficiale NBA di questo mese) è riuscito nella non semplice impresa di cambiare il corso della storia, di cancellare un copione già scritto, di modificare il corso del destino. Non è facile scongiurare il verificarsi dell’ovvio, evitare che accada quanto già prestabilito, in questo caso coincidente con quanto dai più desiderato. Eppure, questo signore alto 2 metri e 11 centimetri e nato l’8 dicembre 1985 ad Atlanta, Georgia, è stato in grado di realizzare l’impossibile. Ha eliminato – non da solo, ma con l’apporto fondamentale dei suoi compagni di squadra, particolare non trascurabile – i Cleveland Cavaliers, o meglio i Cleveland LeBrons, dalla corsa alle Finali NBA. Ha fatto in modo che il tanto atteso, tanto previsto, tanto sicuro scontro tra i Lakers di Kobe Bryant e i Cavs di LeBron James non diventasse realtà. “I Magic ci hanno salvato dalla sfida Kobe-LeBron” ha titolato il commentatore Jason Whitlock sul quotidiano di Kansas City, lamentando l’eccessivo hype, probabilmente controproducente, nei riguardi di una sfida che, dal punto di vista mediatico, era ormai “iniettata di steroidi”. A dispetto delle avversità, dei desideri di mainstream media, network televisivi, sponsor e probabilmente dei vertici della lega stessa, Dwight Howard, sul campo, ha contribuito a portare i giovani ed esplosivi Orlando Magic in finale.

 IL VUOTO PER UN DECENNIO - Non accadeva da circa quindici anni. L’ultima volta fu la stagione 1994/95. Anche all’epoca, la superstar di Orlando era un centro di grande stazza e talento che si paragonava a Superman, che rispondeva al nome di Shaquille Rashaun O’Neal. Anche all’epoca, la formazione della Florida era emergente, ricca di giovani, e si affacciava ai piani alti della lega per la prima volta. Anche all’epoca, ebbero il miglior record della propria division (un tempo Atlantic, ora Southeast). Non terminò nel migliore dei modi, l’avventura di O’Neal e compagni alle Finali NBA, travolti 4-0 nella serie dagli Houston Rockets di Hakeem Olajuwon e Clyde Drexler, campioni per la seconda volta di fila, due anni coincidenti con la parentesi di Michael Jordan nel baseball. A lasciare l’amaro in bocca ai tifosi della franchigia della Florida, quell’anno, non fu tanto la sonora sconfitta, quanto il rammarico per il vantaggio di 3 punti degli ultimi minuti di gara 1, sprecato da quattro tiri liberi mancati consecutivamente dalla guardia Nick Anderson (da quel giorno diventato “Nick the Brick”, “Nick il Mattone”), un calo di tensione che permise ai Rockets di agguantare il risultato e vincere la partita ai supplementari, secondo molti l’episodio chiave di tutta la serie. Da quella batosta, Orlando non seppe più riprendersi. Nel 1996 Shaquille O’Neal, attratto dal sole della California, dalla vicinanza con Hollywood (data la sua carriera discografica e cinematografica), e da un assegno con tanti zeri, lasciò i Magic, lasciando un vuoto nel ruolo di pivot titolare, ma anche nei risultati, che sarebbe durato circa un decennio. Dopo numerose stagioni dagli esiti incerti, per salvare le sorti della città famosa in quanto sede di DisneyWorld, si dovette aspettare l’anno domini 2004. Quando, al draft NBA, con la prima scelta assoluta, fu chiamato tale Dwight Howard che, saltando a piè pari il capitolo del college, passò dalla high school di Southwest Atlanta Christian Academy direttamente ai professionisti. Riuscendo a riportare gli Orlando Magic, in meno di quattro anni, alla serie finale.

PIU’ FORTI I MAGIC, PIU’ FORTE ORLANDO - Eliminando LeBron James e i suoi Cleveland Cavs, grandi favoriti per la vittoria, i Magic hanno dimostrato, sempre che ce ne fosse il bisogno, la nba_g_kobedwight_576propria legittimità a risiedere nell’attico della pallacanestro mondiale. E non solo. Secondo molti, l’accesso alle finali NBA, con annessa sovraesposizione mediatica, potrebbe addirittura avere effetti benefici sulla stessa città di Orlando, finora associata esclusivamente alle orecchie di Mickey Mouse. “L’apparizione a sorpresa dei Magic nelle Finali NBA sta dando a questa città la rara opportunità di crearsi una più forte identità sportiva” sostiene Jemele Hill della ESPN. Una identità finora pressoché assente a causa della mancanza di formazioni rappresentanti Orlando negli altri sport: nessuna franchigia nella National Football League, nessuna nella Major League Baseball, nessuna nella National Hockey League. Solo la pallacanestro, ora più che mai al centro dell’attenzione.

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