Bruci la città (Chi vuole la libertà per sé, disprezza l’altrui)
Jesus Gil è un vecchio. Quale miglior condizione umana, essere vecchi. La
quintessenza di un uomo, il vecchio. Puoi smetterla di mentire, cominciare a pregare per la tua salvezza senza improbabili scuse o figli o nobili cause di mezzo. Toccar le minorenni, comprar le femmine, porco all’ultimo stadio che sarebbe il primo, quello naturale. Senza pensiero e coscienza che faccian da filtro e tappo della natura alle forze fresche contro la sovrappopolazione. Chiedere perdono in ginocchio a dio, cercare a tutti i costi di lasciare segni, opere, testimonianze, consigli, macchie di grasso sul di dietro della nuora. Rubare, lurkare, prendere, pietire, profittare, dare per avere in cambio, spergiurare, scongiurare con tutto quello di caldo che ti cola e riesci a far colare senza più limiti e astruse e fredde dignità, dicono che ai più vecchi, ai morituri, a quelli con la morte sul collo appaiano tutte le scene cui hanno assistito coi colori forse più vividi di quanto lo fossero ma finalmente coi colori veri. E allora pare che per loro sia inconcepibile lasciar perdere. E allora succede che s’accomodano a tavola se c’è posto o si fanno posto e se proprio se ne servono anche all’impiedi mentre tutti gli altri ordiscono piani e vivono piatti freddi come il domani. E a Jesus Gil in quell’autunno prolungato che è l’inverno nelle città di Spagna, in quell’autunno lungo del ’96, pareva assurdo perdere il match ingaggiato con il suo allenatore. Quel rabdomante serbo con la fissa del finisseur, la malattia del galantuomo. Aveva accettato di vederlo nello stanzone con l’odore degli asciugamani perché Jesus Gil il vecchio senza onore sapeva che da qualche parte sta scritto che se vinci fuori casa prendi anche l’onore oltre tutto il resto. La ragione, per esempio. Antic continuava a non esserne convinto. “L’offerta di Mamma è troppo buona, io lo vendo uguale ma tu mister mi devi aiutare a guadagnarci il doppio”. Non perderci paga. A Madrid non c’è solo il Real. Ci sono anche i materassai. L’Atletico l’anno prima aveva vinto in coppia lo scudetto e coppa. In coppia, il duo leader della squadra. Ora è il turno di una vera vicenda di materasso.
“Simeone è un idolo della curva ed è uno dei professionisti più stimabili e rigorosi che io abbia mai avuto..”, “Aaah, non stai in conferenza stampa, quello è solo un cornuto !”. Antic tenne a freno la lingua. L’uomo che stava davanti alla sua scrivania da mister occupando due sedie era il principale. Per lavorare bisogna essere bravi, per avere una coscienza bisogna lavorare. L’Inter voleva l’architrave del suo centrocampo e vi doveva rinunziare. Era solo questione di tempo acconsentire ma il tirarla per le lunghe fa la differenza tra un servo e un galantuomo. “Senti slavo, non farmi perdere tempo con le tue balle da educatore, se sto qui in questa latrina di lavagnette e puzza di piedi è solo per darti l’occasione di essere della partita e poi restare. Sennò caccio pure te. Il Cholo me lo pagano benissimo, e devo venderlo finché dura, finché Mamma vuole. Per uscirne puliti coi materassai, devi metterlo in condizione di perdere la faccia. Non farli più giocare insieme ad esempio. Oppure spiffera con i tuoi modi onesti qualche mezza verità ai tuoi leccapiedi giornalisti, quelli che a me mi schifano e a te ti amano perché sennò non vendono i giornali, qualche turpe retroscena da cose turche, tanto sei di lì no e comunque è uguale, nello spogliatoio. Risse, faccia a faccia, corna a corna, dispetti, incompatibilità, palloni che non passano, sfregi alla maglietta e al lavoro di tutto un gruppo, il tutto a sommo scorno, appunto, di un pubblico ed un blasone (di merda tutti e due tra l’altro), QUALCHE AMMISSIONE FINALMENTE, vedi tu, tanto sei slavo e la fantasia malata non ti manca”. Antic rimase fermo e schifato davanti il suo padrone il tempo giusto che gli permettesse di non implorare. Il fissare una lavagnetta di quelle che ti fan sentire dotati di potere fa miracoli, e salva i posti di lavoro. Aveva convocato tempo addietro, all’inizio di tutta la vicenda, al primo sentore sui giornali, ai primi cori di sfottò, i due compagni. Li aveva squadrati. Gli dovevano entrambi tanto, il mediano argentino dalla faccia d’asino e lo stile da muratore esperto, ossuto ma calcolatore, l’ala dal bel faccino, il fromboliere asciutto, la faccia sporca all’apice. Gli dovevano molto e dunque anche la verità. Ne era stato rassicurato. Entrambi avrebbero continuato a fare il proprio dovere in campo e fuori, senza problemi. Due professionali cavalieri di una sola dama. Quella sceneggiata gli sarebbe stata insopportabile. Quel comportamento come non fosse nulla era il suo vero scudetto da educatore. Il vecchio lo sorprese ancora, sapeva forse leggergli il pensiero. “Tanto prima o poi, con quella puta !”. “Lasciala stare…”. Lei lasciala stare, gli rispose il gentiluomo con un silenzio tutto d’un fiato.
Carolina Simeone alzò le sopracciglia. Stava alzando l’unica cosa della giornata, da quando anche quella era iniziata e stava finendo, ora se ne accorse, come le altre. Meglio ravvedersi prima che sia buio. Finché c’è luce almeno, sembra tutto chiaro.
Suo marito stava preparandosi la borsa per l’allenamento. Indaffarato come sempre, organizzato, (a se stesso) sufficiente, da sei in pagella sul campo come fuori, sembrava non avesse bisogno di lei per trovare i calzini, rifare il letto o stirarsi la camicia. La tv mandava non si sa cosa o quale sottofondo per una donna immobile e quell’uomo autonomo. Non c’era più tanto da dirsi. L’aria era definitiva e provvisoria. Come quando in una stanza c’è una colpa e una soluzione, un problema e un trasloco. Quando era stato, lui aveva incassato. E lei lo aveva rassicurato. “Non è successo nulla, giuro, tu devi credermi”. C’è qualcosa nell’aria nella quale ti muovi, forse c’è sempre stato, solo che adesso posso crederti.


A me el Cholo piace
Si tradiscono anche i mariti attraenti. Si tradisce anche ciò che ti piace, non è detto. E non è neanche detto che smetta di piacerti.
Gil, Carolina e Caminero sono eguali. Sono espressione della stessa mancanza di forma. E’ la natura contro l’educazione delle belle e nobili figure come Antic, Simeone. Sono i porci senza ali, liberi e tendenti ad usare il potere, che impallidiscono dinanzi il cinismo degli educati, il loro calcolo, la loro ipocrisia, la loro immagine. Il loro triplo ingresso.
Ma che cazzo stai a di Ricchiu?
Le pippe Ricchiu..
A te so le pippe che te rovinano..
Quelle reali prima..
E quelle mentali poi..
Inevitabile e naturale conseguenza delle prime..