Torna alla ribalta la proposta di differenziare le retribuzioni in base al costo della vita nelle diverse regioni. Un’idea che ha una logica ma che viene sviluppata in modo illogico. E che potrebbe portare ad effetti molto diversi dalle intenzioni dei proponenti. Leggere per credere
E’ proprio bravissimo questo Governo! Dopo aver finalmente risolto l’annoso problema di una orrida fiscalità centralizzata con l’implementazione di un fantastico semplicissimo e cristallino federalismo fiscale (Cipiciani docet), visto che la contrattazione nazionale del contratto di lavoro è riconosciuta inadeguata per la nostra disomogenea Italia, ora si vuol istituire (sempre dal centro ça va sans dir) la differenziazione regionale dei contratti di lavoro. La discriminazione dovrà essere il costo della vita perché, come dicono i padri del nostro federalismo allo zafferano, al sud si vive bene con mille euro al mese mentre al nord non si campa. Quel che mi esaspera è che per l’ennesima volta quando si attacca un istituto giuridico o un ente di provata dannosità, lo si fa regolarmente su basi sbagliate o parziali e con una retorica fuorviante.
GLI EFFETTI PERVERSI – Ha certamente una logica il voler valutare il diverso costo della vita prima di andare a definire dei compensi ad hoc area per area, questo perché sicuramente nella decisione del lavoratore rientra il valore reale del proprio stipendio. E certo questo è una buona ragione per muoversi verso il superamento di un omogeneo CCNL. Ma limitarsi a tale analisi è tremendamente ingenuo per varie ragioni. Il lavoro si sceglie sulla spinta di necessità contingenti, in relazione alle più spiccate capacità personali, in base al legame o all’avversione verso un territorio o una figura professionale, in base alle prospettive… non solo (e non necessariamente) con la bussola dello stipendio reale. Indicare per legge un parametro di “realtà” dello stipendio ha un senso dal punto di vista etico-equalitario dello Stato, economicamente è uno sparo nel buio al pari di un contratto nazionale uniforme: se i legami territoriali sono prevalenti, si avrà un aumento del costo relativo del lavoro nel nord (o una diminuzione nel sud, dipende da come i geniali architetti socio-legali del Governo realizzeranno il progetto); se però le imprese del nord non saranno così legate alla loro terra, avranno vantaggio a spostarsi al sud con danno all’occupazione trans-padana; se i legami territoriali saranno deboli al sud, ci sarà una ondata di emigranti verso l’industrioso nord, con buona pace della purezza etnica delle lande longobarde (la capitale di Longobardi, comunque, era Benevento).
GABBIE IN SALSA VERDE - Il problema di un contratto nazionale uniforme è che, non tenendo in considerazione la specificità delle condizioni di lavoro e più in generale economiche delle varie aree, crea distorsioni m
ultiple sul mercato e non consente l’opportuno incontro di domanda e offerta, per cui restano sempre aree o settori con carenza e altri con eccesso di offerta. Differenziazioni ex lege su solo una delle variabili in gioco espone semplicemente allo spostamento di questi squilibri ma non alla loro soluzione. E non è dato di capire se le eminenze grigie (o grigie eminenze) governative abbiano dovutamente valutato le elasticità e mobilità di domanda e offerta di lavoro addivenendo professionalmente a conclusioni rassicuranti sul perseguimento dei loro fini etico-morali-economico-equalitari, perché la discussione viene tenuta in salsa verde, e la salsa verde sta bene sugli stuzzichini serviti nei bar all’ora dell’aperitivo, il contesto più opportuno per accogliere le conseguenti berciate tra gli odierni.
LONGOBARDI E BORBONI – L’approccio corretto, che permetterebbe di misurare il peso effettivo del costo della vita insieme a tutte le altre variabili decisionali (compresa la redditività delle imprese e quindi la loro possibilità di spesa in stipendi), sarebbe quella di eliminare le forzature dall’alto sia in forma di CCLN che di “gabbie salariali“. Lo Stato sarebbe garante della corretta composizione tra domanda e offerta ma non arbitro del “prezzo“; peccato che politicamente lo “Stato protettore” sia più vendibile. “We’ll protect you“. Peccato anche che la salsa verde faccia pensare a molti fieri discendenti dei popoli Celti che questa equità salariale renderà giustizia del loro “valore” rispetto alle colonie saudite e saracene delle Due Sicilie, non accorgendosi che le “gabbie salariali” potranno presto diventare “gabbie per piccioni“, e sotto la Madunina, di piccioni, ce ne sono tanti. Il problema del “piccione” sta sia in quanto già detto, che proprio in quel parametro di costo della vita, infatti sicuramente (perché diversamente è impensabile) accanto alla fissazione del livello salariale iniziale che sconti il “costo puntuale” della vita, occorrerà fissare un parametro di adeguamento con cadenza per lo meno annuale, che per coerenza non potrà che essere una qualche misura della cosiddetta [[inflazione]] (l’andamento dei prezzi di un definito paniere di consumo, per logica lo stesso considerato per l’iniziale parametrizzazione) calcolata chiaramente nell’ambito locale di riferimento.
IL DIAVOLO NELLA GABBIA – È tutto coerente, no? Ci si cura di preservare “l’equità” inziale. Ma “il diavolo sta nel dettaglio” (e “il piccione nella gabbia“), ed infatti le statistic
he ufficiali ci hanno già ammonito sul fatto che consistenti aree del sud più che del nord presentano le più spiccate tendenze inflazionistiche (sulle possibili cause ho già presentato un veloce ragionamento, quindi sorvolo). Pertanto sarebbe curioso, almeno dal punto di vista politico, osservare le reazioni dei trans-padani ad un ben probabile più veloce incedere delle dinamiche salariali nelle terre dei fichi d’India. Oltretutto escludo che nell’agone politico si farebbe passare un perfetto adeguamento iniziale delle “gabbie salariali” ai diversi “costi della vita” qualsiasi ne sia la base di calcolo: la “correzione” iniziale sarebbe di sicuro parziale, il che “aggraverebbe” poi l’effetto degli adeguamenti successivi acciuffando quindi molti lavoratori in un coacervo di “gabbie per piccioni” che loro stessi potrebbero aver chiesto.
GUARDANDO LA PICCIONAIA – Chiudendo la riflessione, da una parte il riferimento al “costo della vita” banalizza un po’ i problemi del mercato del lavoro, dall’altra la sua gestione accentrata non costituisce alcun passo avanti. Sarebbe già qualcosa se le decisioni in materia potessero essere prese a livello regionale o provinciale (tanto le provincie non verranno cancellate, al massimo le chiameranno “unità di coordinamento locale“, non siate così piccioni) il che, in un contesto realmente federalista, implicherebbe concorrenza fiscale tra enti territoriali; ancora meglio se si abbandonasse ogni gestione pubblica sul mercato del lavoro. Ma in questo mondo l’ultima soluzione è impensabile, la seconda sottostà ad un’ipotesi federalista che se non è utopia poco ci manca, e non ci resa che la nostra amorevole élite, guardando da lontano dalla nostra piccionaia.
























“La discriminazione dovrà essere il costo della vita perché, come dicono i padri del nostro federalismo allo zafferano, al sud si vive bene con mille euro al mese mentre al nord non si campa.”
te pensa che io spendo meno nei supermercati del Nord che in alcuni del Sud.
Comunque, a dirla tutta, certi stipendi son già differenziati. Spesso e volentieri mi è capitato di fermarmi a parlare con piastrellisti e muratori del Sud che mi han raccontato che al Nord vengono retribuiti moolto moolto di più
Leo, come sempre un articolo rigoroso e inappuntabile.
Un unico (piccolo) neo: “Cipiciani docet” (Davvero, troppo generoso. Comunque grazie ^_^)
Tra federalismo allo zafferano, riforme in salsa verde e dilettanti (in piccionaia) allo sbaraglio, questa povera nostra patria sembra una maionese impazzita…
Ciao!!!
C.