Pur con un’ampia maggioranza e un consenso che si dice abbia varcato i confini del sistema solare, il governo continua a non muovere un dito per far virare il paese dalla sua rotta verso il tramonto. Anzi, ce lo guida col sorriso sulle labbra.
Da tempo la maggioranza che governa questo paese tortura le nostre povere orecchie con due cantilene che fanno il verso al famoso invito di Tonino Guerra, poeta innamorato di
fotocamere e condizionatori: l’ottimismo congiunturale e quello strutturale. Il primo mantra è ben noto: la crisi è finita, è leggera, ne usciremo prima degli altri, ne usciremo meglio degli altri, le nostre banche sono solide come la roccia e via cantando. Quasi nulla di tutto ciò corrisponde alla realtà, ovviamente, tranne che, grazie al sottosviluppo delle nostre istituzioni finanziarie, per nostra “fortuna” abbiamo relativamente pochi debiti rispetto agli scialacquatori anglo-americani. Poi viene il dubbio che il differenziale di crescita rispetto al resto dei paesi ricchi, in parte, è dovuto allo stesso identico motivo, e allora la “soddisfazione” svanisce.
QUESTA E’ BUONA! – Di recente il Prof. Sandro Brusco, dalle pagine elettroniche di noiseFromAmerika, ha segnalato due affermazioni melense
di due ministri dell’attuale governo, Tremonti e Brunetta. Il primo, a Porta a Porta, ha detto che il sistema delle pensioni italiane è ottimo, ben sostenibile, e non è a rischio: “Il discorso vero con il sindacato è quello in funzione dell’età media della vita che sale“, ha aggiunto. Per chi non crede che si possa essere più alienati dalla realtà di così, l’articolo riporta anche una dichiarazione di Brunetta di qualche mese fa: “il mercato del lavoro italiano, al di là delle sue contraddizioni, è mirabile, funzionale, efficiente, flessibile, reattivo, intelligente, e a modo suo equo. [...] è il più efficace d’Europa. Relazioni industriali e ammortizzatori sociali compresi.” Non ho mai visto una così sfacciata razionalizzazione della mancanza di fegato dell’attuale governo: sia Tremonti sia Brunetta sfidano il ridicolo mentre descrivono il nostro sistema pensionistico e il nostro mercato del lavoro come sostenibili e fondamentalmente efficienti. Eppure siamo il paese che cresce meno in Europa – e non da pochi anni – il paese che invecchia più rapidamente, e quello col maggior debito pubblico: ciò dovrebbe pur far pensare che l’allocazione del credito (legata strettamente all’architettura del sistema pensionistico) e della forza lavoro mostrano qualche serio problema strutturale.
LABORA (ET ORA) – È vero, nel mercato del lavoro sono stati fatti dei progressi: dalla disoccupazione del 12% di 10 anni fa si è passati al 6% (chissà quanto sarebbe stata alta oggi
con il vecchio sistema): i sindacalisti vorrebbero far credere che sono diventati tutti precari, ma i difensori di un sistema che getta fuori dal mercato del lavoro un lavoratore su otto che credibilità possono avere? Nonostante ciò, le riforme, fatte dalla sinistra (Treu) come dalla destra (Biagi), non sono state che la legalizzazione di ciò che avveniva già da tempo: i milioni di lavoratori che non potevano ufficialmente lavorare lavoravano in nero, e oggi invece sono “precari”, cioè hanno perlomeno una difesa giuridica e dei contributi pensionistici. Insomma: che il mercato del lavoro non necessiti di ulteriori riforme è semplicemente falso, senza contare che l’attuale sistema di ammortizzatori sociali – in pratica quasi solo la cassa integrazione – è inefficiente (tende a perpetuare realtà economiche mediocri) e ha bassa copertura (buona parte dei lavoratori non vi ha accesso). Difficile esserne fieri.



“Quindici anni di Berlusconi non hanno prodotto una sola riforma rilevante”. Cavolo, sono stato trasportato nel 2016 e manco me ne sono accorto!
Libertyfirst, non dubito che dal 2009 ad oggi il risultato in materia di riforme sia stato quello che dici, ma questi anni che ho saltato me li racconti, per sommi capi, così se magari mi ritrasportano indietro faccio un sacco di soldini predicendo il futuro?
Il solito fannullone che crede che il fatto che si muoia in media più tardi significhi tanto: hanno allungato le agonie di ipertesi e cardiopatici. Dopo 40 anni di fabbrica ci si sente come tanti anni fa e probabilmente si vivrà per pochi anni come allora che si lavorava per 35 anni. Si può essere parlamentari, giornalisti pseudo economisti ecc. fino a 90 e più anni, ci sono tantissimi esempi: credi che timbrare il cartellino per 40 ore settimanali, dopo averlo fatto per 40 anni, in fabbrica sia la stessa cosa? Meriteresti un calcio in culo e niente pensione.
@ grano: dal ’94 al 2009 sono quindici anni.
@ GiuRen: concordo: niente pensione per libertyfirst!
Articolo da 10 e lode.
Complimenti Pietro.
Non ho nulla da aggiungere, se non il fatto che fa piacere vedere che certe idee (cioè il bisogno assoluto di riforme di cui questo paese ha bisogno e la condanna della mancanza di coraggio di chi ha i numeri e “il consesno” per poterle fare) non sono di destra nè di sinistra. Ma, semplicemente, idee.
Poi ci si può dividere sui CONTENUTI delle riforme. Ma non sul giudizio – negativo – di chi queste riforme non inizia neppure a concepirle.
Tutto il welfare andrebbe rivoltato come un calzino: per eliminare sprechi assurdi, distorsioni che portano alla non tutela dei giovani (sono molto d’accordo sul fatto che è meglio un precario che un lavoratore in nero, anche se l’ottimo è ovviamente un lavoratore stabile)a scapito dei meno giovani, ecc….
Chapeau!
C.
1. Grano: controlla il commento di Alessandro per l’aritmetica, io ho fatto la prova del nove al commento di Alessandro e confermo, ora magari faccio anche un programma al calcolatore per ulteriore verifica.
2. GiuRen: proponi qualcosa. Qualcosa che funzioni, però. Pensi che si possa mantenere l’età pensionabile costante mentre l’età media di vita aumenta? Bene, fai due conti e dimostralo. Finché non torni con i conti, la tua è solo demagogia. Senza contare che in ITalia si va in pensione presto anche relativamente alla media degli altri paesi sviluppati, quindi margini di aumento ce ne sono. In ogni caso, tienti la demagogia e dimmi come fai se il sistema che proponi si rivela insostenibile.
Gregorj: pensione per nessuno, l’INPS morirà prima: bisogna pagare la pensione ai giovanotti di SIP e FFSS.
Comicomix: grazie.
Io continuo a pensare che è difficile aspettarsi le riforme da chi non è al governo (Berlusconi 1995-2000 e 2006-2007), ma comunque no problem: Berlusconi ci potrebbe restare anche 40 anni, al governo, e il numero di riforme andate in porto resterebbe immutato, mentre il pallottoliere delle sparate contro stampa-parlamento-magistratura continuerebbe imperterrito a gonfiarsi. Se ne stanno accorgendo in parecchi…
Pietro, sei l’unico salvabile della cricca liberista, almeno ragioni!
Rimango perplesso che i miglioramenti tecnologici (e di produttività) vengano indirizzati all’abbassamento dei prezzi dei prodotti e alla remunerazione del capitale, sai come la penso, invece che ad alzare salari e diminuire la quota di lavoro. Perchè è vero che si vive più di 35 anni fa ma un operaio dovrebbe teroicamente anche produrre di più di 35 anni fa e in modo più efficiente.
Ma questo è un discorso che in Italia non si può nemmeno iniziare in quanto la nostra produttività sta crollando da anni. Quindi continuiamo a rincorrere soluzioni da paese del terzo mondo quando poi l’industria (ma anche il terziario) cerca di espellere in tutti i modi possibili i costosi e poco flessibili lavoratori ultracinquantenni.
Il problema è che non si può quadrare il cerchio, non si possono avere lavoratori giovani e allo stesso tempo pensioni a 70 anni a meno di volere scaricare sullo Stato (come al solito) tutte le inefficienze e le incongruenze logiche. The Italian Way of Capitalism…
La produttività è un treno che perdiamo da decenni, e ormai qualsiasi cosa si faccia è tardi per non pagare i conti. In compenso si può evitare di peggiorare ulteriormente la situazione.
Una strategia per la produttività dovrebbe riguardare pressoché ogni aspetto della struttura economica e giuridica italiana, farne un programma politico lo farebbe assomigliare all’Inferno della Divina Commedia: canto I – troppa burocrazia; canto II – troppi ritardi nella cause; canto III – troppe tasse (racket incluso); canto IV – ammortizzatori sociali che incentivano la sclerosi invece che l’adattamento; canto V – mercati finanziari primitivi; canto VI – banche inefficienti; canto VII – debito e defici pubblici che succhiano risparmi; canto VIII – “imprenditori” abituati all’assistenzialismo. Arrivati al canto XXXIV si capisce che è meglio andarci veramente, all’Inferno.
Io continuo a coltivare la speranza nella capacità degli Italiani di sorprendere, a volte anche in positivo.
Io ci ho provato.. Ho fatto un bel sorriso alla cassa esclamando :”Paga Silvio!”.. Ma non è servito a molto..Mah.. Chissà perchè!
Fatto sta che..I nostri portafogli si svuotano ogni giorno di più..La crisi non è finita, affermare ciò è come ridere dei problemi della gente, prenderla in giro.. Non si gioca con la pelle dei cittadini!
Vogliamo delle riforme serie, siamo stanchi delle illusioni del PDL e delle proposte impossibili del PD.. Vogliamo riforme vere: il quoziente familiare, vogliamo che si rivedano gli studi di settore.. Vogliamo sicurezza! Vogliamo l’UDC al governo!!
Marta
Che bei tempi Marta quando il nostro portava le borse di Forlani, allora si che la Locomotiva Italia marciava.
Come artigiano non ho mai fatto affidamento sulla pensione, ma mi chiedo cosa succederà quando salterà il banco dell’INPS e i pensionari non riusciranno più a mantenere se stessi e i loro figli disoccupati…
liberty, secondo te quanto manca al grande botto?
@Pietro:
“La produttività è un treno che perdiamo da decenni, e ormai qualsiasi cosa si faccia è tardi per non pagare i conti. In compenso si può evitare di peggiorare ulteriormente la situazione.
Una strategia per la produttività dovrebbe riguardare pressoché ogni aspetto della struttura economica e giuridica italiana, farne un programma politico lo farebbe assomigliare all’Inferno della Divina Commedia: canto I – troppa burocrazia; canto II – troppi ritardi nella cause; canto III – troppe tasse (racket incluso); canto IV – ammortizzatori sociali che incentivano la sclerosi invece che l’adattamento; canto V – mercati finanziari primitivi; canto VI – banche inefficienti; canto VII – debito e defici pubblici che succhiano risparmi; canto VIII – “imprenditori” abituati all’assistenzialismo. Arrivati al canto XXXIV si capisce che è meglio andarci veramente, all’Inferno.”
Clap clap clap clap
10 e lode anche per questo commento
C.
Amadiro: conosco un dirigente di un fondo pensione sindacale in pensione che fondamentalmente mi ha detto “tra 20-30 anni si andrà in pensione con il 40-50% dell’ultimo stipendio”.
Considerando che la previdenza integrativa non rende granché, molti non ce l’hanno e tutti credono che le casse dello stato siano infinite, mi sembra una realtà preoccupante.
In ogni caso, non avendo fatto studi statistici su demografia, rendimenti, contribuzioni eccetera, non mi azzardo a fare numeri. Diciamo che quando ci saranno due pensionati per lavoratore bisognerà istituire la servitù della gleba per convincere il terzo a lavorare senza vedere un euro.
[...]sono state che la legalizzazione di ciò che avveniva già da tempo: i milioni di lavoratori che non potevano ufficialmente lavorare lavoravano in nero, e oggi invece sono “precari”, cioè hanno perlomeno una difesa giuridica e dei contributi pensionistici[...]
mmm…chiedi ad un precario quanto si sente protetto dall’istituto giuridico. Ad oggi non esiste nemmeno una cassa pensionistica (ad esempio la mia, quella degli Ingegneri) che sia solvibile tra 20 o 25 anni… le parole del sindacalista mi sembrano addirittura ottimiste. Non credo che a fronte di 100 versato oggi, riceverò più di 20 o 30 quando andrò in pensione io (indicizzato all’aumento di M3 o alle favole dell’ISTAT?). Quando? A 65 anni? A 75? A 85? mai? Preferirei di stragranlunga tenermi i 100 oggi… e pensarci da solo alla mia pensione piuttosto che farmi fottere ora e tra 35/40/50 anni dal Leviatano.
[...]data l’attuale maggioranza, e l’inesistenza dell’opposizione, l’odierna mancanza di iniziativa non può che essere il sintomo di mancanza di idee, di coraggio, di visione, di vera leadership e di responsabilità[...]
Non si tratta di mancanza di idee… le idee in politica non possono vivere. Si tratta si di mancanza di leadership. Però non perché Mr. B. sia assai più preoccupato di come procurarsi una erezione di che cosa fare durante la crisi, ma semplicemente, perché… non è né lui né il suo trenino di nani e clown a comandare davvero.
Ancora c’è qualcuno che si illude che un politico che avesse iniziative (o anche solo idee) non allineate con la “Causa” possa venire candidato? O quand’anche, per qualche strana coincidenza tra caparbietà e capacità economiche autonome (Ron Paul) possa arrivare a candidarsi, qualora eletto… arriverebbe vivo alla porta di casa?
Io comincio a credere che il problema del liberismo italiano sia la creduloneria…
[...]sprecati per mandare in pensione persone prima dei sessant’anni invece che finanziare la crescita economica tramite investimenti, di un paese incapace di crescere e quindi di far rendere i risparmi[...]
La crescita è la reazione del sistema produttivo all’inflazionismo. Niente inflazionomia, niente crescita.
O liberismo o inflazionomia.
E se non ci fosse sufficiente energia, o profitto marginale (il che non cambia gli effetti), per crescere?
Dov’è un paese così efficiente che cresce sempre grazie all’efficienza e l’organizzazione dello Stato? Gli USA? UK? La Cina? La Svezia? La Russia?
La crescita è un mito. Non si può crescere per sempre, e molto probabilmente non si può crescere più di così, e non è colpa dell’efficienza (che comunque ridurrebbe gli occupati).
Ho lavorato tanti anni in UK dove ho imparato ad apprezzare l’efficienza del team piuttosto che la versatilità dei singoli. Ora lavoro in Italia dove efficientando il team di cui sono responsabile ho reso alcune persone completamente inutili.
Ovviamente non possono essere licenziate, ragione per cui le si tiene occupate a chiudere buche che erano state precedentemente da loro medesimi aperte, ma comunque… quand’anche le avessi potute licenziare, semplicemente non c’è offerta per accogliere l’efficienza.
Se avessi potuto ridurre i costi in relazione all’efficienza ne avrebbe avuto un beneficio solo temporaneo e solo la mia azienda. Se tutti realmente efficientassero… avremmo la disoccupazione al 30% (a meno di credere veri i dati sulla disoccupazione americana)
Non ho mai lavorato in USA, ma essendo l’unico paese Real-Socialista al mondo… non tenderei a prenderlo da esempio, ma in UK ad esempio, l’efficienza del mercato del lavoro e della burocrazia ed il conseguente “risparmio” da essi scaturisce, viene riassorbito dal sistema, e abbondantemente, in mille altri modi, come ad esempio, redditività del lavoro più alta, che si manifesta su costi dei servizi più alti. Ed in ogni caso… anche la Gran Bretagna è un paese fondamentalmente socialista.
Se provassimo a derivare il modello di Wicksell dal modello di Hubbert attraverso la “money velocity” dei modelli modificati da Sandelin e scorpissimo che semplicemente non si può crescere per sempre, e che se, come sembra, è il modello di Hubbert che limita quello di Wicksell e non il contrario?
“mmm…chiedi ad un precario quanto si sente protetto dall’istituto giuridico. Ad oggi non esiste nemmeno una cassa pensionistica (ad esempio la mia, quella degli Ingegneri) che sia solvibile tra 20 o 25 anni… le parole del sindacalista mi sembrano addirittura ottimiste. Non credo che a fronte di 100 versato oggi, riceverò più di 20 o 30 quando andrò in pensione io (indicizzato all’aumento di M3 o alle favole dell’ISTAT?). Quando? A 65 anni? A 75? A 85? mai? Preferirei di stragranlunga tenermi i 100 oggi… e pensarci da solo alla mia pensione piuttosto che farmi fottere ora e tra 35/40/50 anni dal Leviatano.”
Assolutamente d’accordo. Il lavoro nero comporta spesso e volentieri compensi più elevati rispetto al lavoro precario, a fronte di tutele spesso e volentieri virtuali.
Mi sento di fare un’altra osservazione riguardante il calo del tasso di disoccupazione in Italia. Secondo me questo è un dato pilotato e fasullo, che dipende in buona parte dai metodi di rilevamento del tasso di disoccupazione. Molto più significativo, a mio avviso è il tasso d’occupazione (dato certo e incontrovertibile) relativo alla popolazione italiana in età lavorativa, che è uno dei più bassi in Europa, paradossalmente come il tasso di disoccupazione. Quindi, o è aumentato il nero, o è magicamente sparita la disoccupazione.
Per quanto riguarda il discorso mobilità credo che la strada da perseguire sia quella di scoraggiarne un uso rapace, universale e discriminatorio, magari aumentandone i costi per le aziende, di modo da rendere svantaggioso il ricorso massiccio al fenomeno del precariato in termini di sfruttamento sistematico e sistemico.
Credo che il precariato così com’è in Italia, sia la soluzione finale, attraverso la quale far carico alle generazioni che oggi si affacciano sul mondo del lavoro, dell’insostenibilità palese di un modello di sviluppo che le generazioni che l’han creato non hanno alcuna intenzione di rivedere o modificare.
Un’ultima riflessione riguardo al tema delle pensioni. L’innalzamento dell’età pensionabile potrà forse avere qualche risvolto positivo in termini di “bilancio” statale, in termini di pura ragioneria finanziaria, ma porta con sé, a mio avviso, un pericolo enorme, che pochi ravvisano o denunciano e che è già ampiamente riscontrabile all’interno del cosiddetto mondo civilizzato o sviluppato.
Mi riferisco al fenomeno crescente della senescenza culturale e materiale dell’area OCSE.
L’Europa del dopoguerra era un’Europa giovane, intraprendente, votata al futuro, culturalmente, prima che dal punto di vista economico. Dato che l’economia altro non può essere che un sottoprodotto collaterale della forza vitale di un “popolo”.
L’occidente odierno è sempre più connotato da una gerontocrazia elitaria, conservatrice e sostanzialmente parassitaria.
Non a caso è dalla fine degli anni ’70 che l’occidente non produce più cultura, innovazione, visioni, è dagli anni ’70 che l’occidente si nutre dello stesso rumine vecchio di tre secoli ed è ormai incapace di dare una risposta agli interrogativi crescenti che le proprie contraddizioni interne gl’impongono.
Non approfondisco oltre. La questione è: siamo proprio sicuri del fatto che quadri dirigenti formati da ultrasessantenni saranno la risposta ai nostri problemi?
Siamo proprio sicuri del fatto che le visioni del futuro che ha un ultrasessantenne collimino con le visioni del futuro di un precario di vent’anni?
Io qualche dubbio lo nutro.
“La crescita è un mito. Non si può crescere per sempre, e molto probabilmente non si può crescere più di così, e non è colpa dell’efficienza (che comunque ridurrebbe gli occupati).”
Va da sé che la tua riflessione porterebbe ineluttabilmente al tracollo dell’ideologia capitalista. La crescita è il presupposto fondamentale del profitto. Senza crescita non c’è profitto, senza profitto non c’è capitalismo.
O sbaglio?
[...]“La crescita è un mito. Non si può crescere per sempre, e molto probabilmente non si può crescere più di così, e non è colpa dell’efficienza (che comunque ridurrebbe gli occupati).”
Va da sé che la tua riflessione porterebbe ineluttabilmente al tracollo dell’ideologia capitalista. La crescita è il presupposto fondamentale del profitto. Senza crescita non c’è profitto, senza profitto non c’è capitalismo.
O sbaglio?[...]
Il profitto non necessita di crescita. Il capitalismo è l’investimento basato sul risparmio.
L’inflazionomia è quel regime monetario che si impossessa del risparmio, rendendo impossibile l’ottimale allocazione degli investimenti attraverso corretta e libera scelta delle preferenze temporali, che tra l’altro rende impossibile il calcolo economico nei regimi socialisti, e spinge l’economia verso un modello di “puro credito” o “puro debito”, in cui cioè… tutti gli investimenti sono fatti a debito.
Suona familiare?
Non c’è assolutamente NULLA di capitalista nell’economia contemporanea. Viviamo fondamentalmente immersi in un regime socialista sovranazionale parzialmente occulto piramidato sull’occultamento del potere monetario (quello vero…).
Quindi l’ideologia capitalista non è tracollata… perchè non è nemmeno applicata. Quello che stra tracollando è l’ideologia socialista.
Il problema è che il capitalismo ed il conseguente liberismo (vero, non le flatulenze esalate dal secchio di vermi dei politici) auto-limitano l’ingerenza del potere nella vita dei “proles” ragione per cui… non paghi delle molteplici sconfitte storiche (o successi… a seconda dei casi… tanto le elite non hanno subito danni) il potere palese continua a servire la causa del potere occulto che è l’istaurazione del socialismo.
Credo di aver capito in linea di massima i termini del tuo discorso.
Tuttavia a me pare che si possa rivoltare come un guanto arrivando a conclusioni diametralmente opposte partendo dagli stessi presupposti ma cambiando chiave di lettura.
Si potrebbe ugualmente affermare che il socialismo ideale non si sia mai realizzato per via della pressione militare del blocco capitalista che avrebbe spinto ad una militarizzazione e gerarchizzazione delle società rivoluzionarie, inducendole ad anteporre la sopravvivenza immediata alla realizzazione degli ideali che s’erano preposte, chiamando capitalismo di stato ciò che tu definisci socialismo.
“L’inflazionomia è quel regime monetario che si impossessa del risparmio, rendendo impossibile l’ottimale allocazione degli investimenti attraverso corretta e libera scelta delle preferenze temporali, che tra l’altro rende impossibile il calcolo economico nei regimi socialisti, e spinge l’economia verso un modello di “puro credito” o “puro debito”, in cui cioè… tutti gli investimenti sono fatti a debito.
Suona familiare?”
Sì, mi ricorda vagamente la prova ontologica dell’esistenza di dio di Sant’Anselmo, ovvero un sillogismo.
Ciò che ti riproponi di dimostrare in realtà è già contenuto nei presupposti del tuo ragionamento, nel momento in cui attribuisci l’inflazionomia ad una sorta d’internazionale socialista occulta, della quale gli esponenti visibili dovrebbero essere personaggi del calibro di Greenspan o George W. Bush.
Forse sono limitato, ma un’ipotesi di questo tipo a me risulta poco credibile.
Io tendo piuttosto a ravvisare in queste distorsioni l’esplosione delle contraddizioni interne dell’ideologia capitalista, in quanto mi sembra che queste logiche perseguano sempre e comunque l’interesse legato al profitto e non l’uguaglianza sociale e la perequazione economica (se non nella misura sufficiente a non far esplodere il conflitto sociale di classe)
Una tua frase m’incuriosisce in modo particolare:
“Il profitto non necessita di crescita. Il capitalismo è l’investimento basato sul risparmio.”
Non riesco a capire questo passaggio. A mio modo di vedere il profitto dev’essere in qualche modo riferibile ad un incremento della disponibilità di beni in ultima analisi materiali e quindi ad un incremento della trasformazione e del consumo di risorse. Mentre il risparmio corrisponde ad un accumulo reale di questa disponibilità, il debito è una promessa di risparmio proiettata nel futuro che si basa sulla fiducia nel fatto che l’aumento di disponibilità di questi beni corrisponderà effettivamente all’entità del debito.
Non riesco a capire come in un sistema chiuso possa aumentare il profitto senza che effettivamente aumenti la disponibilità di beni materiali e quindi senza “crescita”, se non in uno scenario in cui una maggioranza di vittime del profitto viene depredata in favore di una ristretta cerchia di profittatori.
[...]Tuttavia a me pare che si possa rivoltare come un guanto arrivando a conclusioni diametralmente opposte partendo dagli stessi presupposti ma cambiando chiave di lettura[...]
E’ vero, il discorso è perfettamente ribaltabile, ma poiché non mi convince più la versione “main stream” trovo assai più convincente questa.
[...]Si potrebbe ugualmente affermare che il socialismo ideale non si sia mai realizzato[...]
Che si intende per socialismo ideale? Eguaglianza, società non piramidale se non nella misura sufficiente a non far esplodere il conflitto sociale di classe?
Allora ci siamo immersi…
Il 95% degli europei ed degli americani vive con un salario compreso tra i 1000 e i 2000 euro al mese. Non vedo nemmeno la minima traccia di organizzazioni rivoluzionarie (se non quelle create dai governi medesimi per dotarsi di un nemico cui dare la caccia e giustificare i vari “Patriot protection act”). A me pare che la società sia già sufficientemente piatta, chi ne “emerge” sono solo gli individui più vicini agli amministratori del favore (i membri del governo – panem) e agli intratteniotri (i politici – et circenses).
Quello che i socialisti russi non avevano capito è lasciar scegliere ai “proles” il modello ed il colore dell’automobile e del televisore sarebbe stato “sufficiente a non far esplodere il conflitto sociale di classe”.
Riguardo all’inflazionomia e l’economia di puro debito, si tratta di vedere che nell’amministrazione del denaro si nasconde un potere “immateriale” ed invisibile ai più. Una volta (forse…) le banche emettevano tanto denaro simbolico quanto oro (o asset convertibili) avevano in cassa, quanto era necessario a rendere quell’insieme di interazioni umane, chiamato mercato, per cui gli individui, utilizzando la “commodity” detta “denaro” si scambiano reciprocamente delle “quantità di lavoro”, avendo liberamente scelto se prima “risparmiare lavoro pregresso” per compare qualcosa che non sono in grado di produrre autonomamente, o “promettere lavoro futuro” indebitandosi oggi per procurarsi ciò di cui hanno bisogno ora, promettendo di onorare il pagamento ad un intermediario (la banca) con una quantità nota e bilateralmente pattuaita di lavoro futuro.
Alcuni millenni fa c’è stato invece chi ha intravisto nella generazione del denaro dal nulla il potere di alterare il lavoro futuro degli individui coinvolti nel “mercato”.
Tramite l’emissione di una quantità di denaro maggiore di quella richiesta dal mercato e/o degli asset convertibili effettivamente precedentemente acquistati (e la loro corrispondente “quantità di lavoro”) si altera il meccanismo della libera scelta temporale degli investimenti rendendo vantaggioso o più vantaggioso l’indebitamento al risparmio.
Secondo me… suona sempre più familiare…
[...] una sorta d’internazionale socialista occulta, della quale gli esponenti visibili dovrebbero essere personaggi del calibro di Greenspan o George W. Bush. Forse sono limitato, ma un’ipotesi di questo tipo a me risulta poco credibile[...]
Le organizzazioni segrete e semi-segrete sono in tutto il mondo, soprattutto in Italia, parte integrante della struttura del Potere. Per quanto riguarda l’Italia noi facciamo spesso finta di dimenticare che l’Italia ha perso una guerra contro un “nostro alleato”.
Allora… a meno di non voler continuare a credere che la democrazia si esporta con le bombe (Iraq?) quella sconfitta ha avuto delle conseguenze. Una delle conseguenze è stato il trattato di resa redatto in due formulazioni, estesa e breve. Quella breve, che è poi diventata la versione “ufficiale” fu firmata da ranghi dei due eserciti non competenti. Quella estesa fu firmata da ranghi competenti e conteneva tra le altre cose, una lista di nomi di “collaboratori” che non sarebbero dovuti essere perseguitati a guerra finita. Questa atto ha sancito l’ibridazione della politica e della economia italiana con la Mafia. Ragione per cui oggi non ha alcun senso distinguere tra potere legale e potere illegale. La Repubblica Italiana è nata grazie alla Mafia e se la porta dentro… assai in profondità.
I nomi cercateli da solo… ci fu un solo Presidente del Consiglio (Aldo Moro) che tentò formalmente di riconoscere il trattato esteso…
Non si può discutere delle intenzioni del Potere in Parlamento, che produce atti pubblici, ma se ne deve discutere in organizzazioni segrete o semi segrete, perchè non sta bene pubblicare i “suggerimenti” al Governo dati da un banchiere di altissimo livello, quando costui è una emanazione di una nota famiglia latifondista siciliana che nel 1946 fornì le mappe agli “alleati” per sbarcare senza problemi in Sicilia ed il suo autista si chiamava Bernardo Provenzano.
Il discorso per gli USA è molto diverso (e lunghissimo), ma l’influenza delle organizzazioni segrete è ancora più rilevante.
Non crederai davvero che una scimmia ammaestrata come G.W. Bush arrivi alla presidenza degli USA grazie all’ “american dream”, vero?
[...]Io tendo piuttosto a ravvisare in queste distorsioni l’esplosione delle contraddizioni interne dell’ideologia capitalista, in quanto mi sembra che queste logiche perseguano sempre e comunque l’interesse legato al profitto e non l’uguaglianza sociale e la perequazione economica (se non nella misura sufficiente a non far esplodere il conflitto sociale di classe)[...]
Qual’è l’ideologia capitalista? Accumulare quanto più denaro possibile in un edificio rettangolare con su disegnato il simbolo del dollaro? Questi capitalisti stanno solo sui fumetti…
Se hai risparmi sai che è fondamentale proteggerli e/o investirli. A meno di non essere un maniaco paranoico dedito all’accumulo ad oltranza, dopo un po’, il risparmio diventa investimento.
Il problema è che oggi non c’è più risparmio e non c’è la possibilità di fare investimenti se non a debito. Non c’è capitalismo… quindi non vedo come possa essere andato in crisi.
[...]Una tua frase m’incuriosisce in modo particolare:
“Il profitto non necessita di crescita. Il capitalismo è l’investimento basato sul risparmio.” …
Non riesco a capire come in un sistema chiuso possa aumentare il profitto senza che effettivamente aumenti la disponibilità di beni materiali e quindi senza “crescita”, se non in uno scenario in cui una maggioranza di vittime del profitto viene depredata in favore di una ristretta cerchia di profittatori[...]
Nei primi 300 anni di vita degli USA è stato emesso un solo miliardo di dollari, eppure, la prosperità e la ricchezza sono aumentate e si sono diffuse. Per trecento anni 1000 dollari messi da parte da me, valevano ancora 1000 dollari per mio nipote, ed il nipote di mio nipote.
Il progresso tecnologico, l’ottimizzazione e l’efficientamento di cui si straparla hanno consentito esattamente questo: il risparmio. Da cui può scaturire l’invesimento senza debiti.
A Furnace Creek, in Arizona, sono ancora oggi conservati due veicoli con cui si trasportava la bauxite dalle miniere di Beaty e keane wonder mine fino a Las Vegas.
http://www.john-daly.com/pics/furnace_creek.jpg
Con il veicolo in uso nel 1850 occorrevano 35 muli, una tanica da 3000 litri d’acqua, 5 persone, 5 cani e 18 giorni.
Con il veicolo a vapore del 1880 occorrevano 7 giorni, tre persone, e 2 cani.
Con l’inflazionomia qualcuno si è impossessato del risparmio del progresso trasformando la “crescita” in autodifesa dall’erosione del valore.
Guarda, la cosa che fondamentalmente mi stupisce è che siamo d’accordo sostanzialmente su tutto a livello fenomenologico. A me sembra tuttavia che tu riduca l’ideale socialista (al quale io non credo, sia ben chiaro) ad una volontà di potere assimilabile a quella capitalista. Il tuo confronto tra i due sistemi è viziato dal fatto che li parametri entrambi in base ai paradigmi del sistema capitalista.
“Che si intende per socialismo ideale? Eguaglianza, società non piramidale se non nella misura sufficiente a non far esplodere il conflitto sociale di classe?
Allora ci siamo immersi…”
Il socialismo ideale non è una casta che dirige la volontà di una base che la qualifichi in nome di uno scopo terzo. Il socialismo ideale non puo’ far esplodere il conflitto di classe perché idealmente elimina il concetto di classe. Nel momento in cui gl’interessi particolari si dissolvono in quelli comuni non esiste una classe dominante ed una classe subalterna, bensì un unico grande interesse collettivo non tanto frutto della composizione degli interessi particolari, quanto idealmente preminente rispetto ad essi.
A me sembra che l’ultima parte del tuo pezzo non contraddica affatto le mie osservazioni, in quanto parlavo di un sistema “chiuso”, ovvero “saturo”. L’America della frontiera rappresenta casomai la contraddizione ontologica tra economia di mercato a fronte di risorse inesauribili e la determinazione di valore delle merci sulla base di risorse che non richiedono il ricorso al mercato in quanto inesauribili.
Ovvero…o mercato…o democrazia. La sintesi delle due cose è ontologicamente impossibile.
Queste mi sembrano le evidenze più importanti, tornerò su questo post quando sarò più lucido.
Ciao.
Pingback: 芸能ニュース