Il referendum sedotto e abbandonato. Da tutti

02/06/2009 - I tre quesiti referendari all’inizio sembravano aver innescato un dibattito interessante, sul quale si poteva giocare una partita politica importante. Ora tutti sembrano averlo cancellato dalla loro agenda. Il dibattito sul referendum che vuol modificare la legge elettorale negli ultimi

     
 

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I tre quesiti referendari all’inizio sembravano aver innescato un dibattito interessante, sul quale si poteva giocare una partita politica importante. Ora tutti sembrano averlo cancellato dalla loro agenda.

Il dibattito sul referendum che vuol modificare la legge elettorale negli ultimi giorni sembra essere svanito nel nulla, o, comunque, ridottosi ad un battibecco tra referendari e pochi altri. La conversione al no dell’Idv, l’ostilità della Lega, le divergenze interne al Pd e qualche calcolo del Pdl hanno svuotato di ogni interesse la questione e reso quasi del tutto scontato il risultato del 21 giugno: quando presumibilmente assisteremo al successo dell’astensionismo.

IL VOTO CHE NON CONVIENE – Il partito di Di Pietro, si è accorto che in termini di consenso evocare il rischio di una deriva totalitaria berlusconiana sarebbe stato vantaggioso e che, quindi, dopo aver sostenuto i tre quesiti referendari perfino con la raccolta delle firme, sarebbe stato più conveniente mettere in atto un repentino cambio di marcia. Il Partito Democratico non è riuscito a trovare la quadratura del cerchio intorno alla posizione del segretario, dichiaratosi in un primo momento favorevole, e preferisce, oggi, il silenzio: la presentazione di un ddl alternativo al referendum, di cui è primo firmatario Vannino Chiti, ha segnato al parola “fine” ad ogni loro possibile appoggio. Il testo, firmato da oltre quaranta senatori del partito di Franceschini, mette addirittura in discussione il premio di maggioranza introdotto dal Porcellum. Dunque, viste le divergenze, in tempi di campagna elettorale, si sa, è preferibile salvaguardare l’immagine dell’unità di intenti: meglio un “ni” unanime piuttosto che un “” o un “no” accompagnati da dissensi e malumori. Di contro, il Pdl, già martoriato dalla vicenda di Papi e Noemi, e i numeri che usciranno dalle urne ci diranno in che misura visto che le interviste esclusive continuano a fioccare, ha preferito non mettere ulteriore carne a cuocere con gli alleati della Lega, soprattutto in virtù del fatto, come abbiamo già riferito, che, se il partito di maggioranza relativa volesse correre da solo per ottenere da solo il premio di maggioranza senza il sostegno della Lega, potrebbe farlo tranquillamente anche col Porcellum attualmente in vigore. E pure in questo caso si è preferito, quindi, dare la precedenza al marketing politico, piuttosto che dimostrare, e non sarebbe stato chissà quanto impegnativo, che le argomentazioni portate avanti dagli oppositori del referendum, nello specifico di coloro che lanciano continuamente l’allarme di un possibile attentato alla democrazia, sono prive di fondamento.

DIBATTITO PER POCHI INTIMI – “Il Pdl può fare già oggi, anche senza la Lega, liste da solo e prendere la maggioranza assoluta. Non ha alcun bisogno del referendum“, ha ripetuto ancora una volta, il 26 maggio fa dalle colonne del Corriere Mario Segni, che insieme al Prof. Giovanni Guzzetta è il principale promotore dei tre quesiti e che rispondeva nel suo editoriale all’ennesima presa di posizione ostile al referendum, quella di Oscar Luigi Scalfaro. E la stessa cosa l’aveva ripetuta Guzzetta una settimana prima di Segni, intervistato ancora dal Corriere, in risposta ad un altro editoriale pubblicato su quello stesso giornale il giorno prima dall’illustre Prof. Giovanni Sartori, docente alla Columbia University. La sconfitta più grave che possano subire i promotori del sì è tutta qui: nel fatto che oramai la questione referendum si è ridotta ai botta e risposta dalle colonne dei quotidiani e che partiti e leader politici l’abbiano snobbata in nome dei loro consueti ragionamenti populistici. Guzzetta e Segni sicuramente avrebbero preferito perdere sul campo la loro battaglia, e non a priori per mancato interesse di quelli che un interesse vivo l’avevano dimostrato fino a pochi mesi prima della partita decisiva, interesse dimostrato perfino con la collaborazione alla raccolta delle firme.

I MEDIA INDIFFERENTI – Bisogna metterci dell’impegno per trovare qualcuno che dia man forte ai promotori. Soprattutto se i media tradizionali fanno finta di ignorare l’esistenza di una campagna referendaria in corso: su tutti la Rai, che, pur di non dar voce al sì, si era appellata al regolamento della Commissione di Vigilanza, che prevede che le posizioni del sì siano espresse dai partiti politici e non dal Comitato promotore. Il conseguente ricorso dei referendari è stato ieri considerato ammissibile dalla Corte Costituzionale, che dovrà poi pronunciarsi definitivamente tra qualche giorno. La ricerca ci conduce, comunque, al sito Noise from Amerika dove il Prof. Sandro Brusco non esita a controbattere alle analisi compiute dallo stesso Sartori e da Massimo Teodori su Il Tempo, contrari al sì. “Veramente c’è qualcuno che crede che Berlusconi avrebbe corso questo rischio? Oppure, veramente c’è qualcuno che crede che, a fronte di un PdL solitario, Veltroni, Di Pietro e Casini non avrebbero colto l’occasione per vincere formando una lista unitaria?“, si chiede Brusco, docente di economia alla State University of New York, nel suo ultimo articolo. “Mi spiace prendermela con Sartori, ma il suo editoriale è veramente una collezione di errori fattuali ed errori logici da far impressione“, scriveva Brusco rispondendo all’altro professore una decina di giorni fa. Per Sartori è l’astensione la scelta giusta: “E’ forse il male minore“, diceva concludendo il suo pezzo. “Non è molto, lo so. Ma, ripeto, poco è meglio che niente“, conclude invece Brusco difendendo la scelta del sì. Null’altro. E’ tutto qui il dibattito sul referendum.

     
 

7 Commenti

  1. Gregorj scrive:

    sì, ma che palle ‘sto referendum. Vogliamo Noemi!

  2. Comicomix scrive:

    No, vogliamo anche il referendum. E anche sapere la verità su noemi.

    Nel merito, trovo stupefacente (e sintomatico di COME è ridotto in pezzi questo paese) che ci siano promotori del referendum che ora lo boicottano (Di Pietro, ma non solo)…

    La legge elettorale, in un paese serio, è una cosa seria.
    Da noi è una barzelletta: l’abbiamo cambiata non so quante volte in pochi anni, passando da proporzionale puro a uninominale e tornando al proporzionale con premio di coalizione, ecc…ecc…ecc…. E poi c’è l’aspetto di mutare posizioni al minimo cambio di vento.

    Lo stesso per la riforma istituzionale:
    C’è gente che è passata dal presidenzialismo forte al federalismo spinto, altri che vogliono il sistema americano poi quello tedesco infine quello francese…

    Tutto con una disnvoltura che la dice lunga sulla cultura politica ed istituzionale della classe poltica (e più in generale della classe dirigente) di questo paese. E un po’ anche dei suoi elettori: io a Di pietro, per questa giravolta, gli darei una stangata elettorale. Invece, sicuramente, sarà tra i trionfatori del voto.

    Di Berlusconi e del PdL preferisco non parlare, perchè – dal mio punto di vista – è proprio un caso senza speranza. Ma ci sarebbe da dirne molte, sull’argomento
    Povera Italia, come ti hanno ridotto…

    Un sorriso groviera

    C.

  3. Giordano Bruno scrive:

    A parer mio la cosa principale da chiedersi è per quali motivi si sono promossi questi referendum. A parte quello sulle candidature multiple,dal punto di vista anticasta l’unico condivisibile,con gli altri sembra emergere una volontà di gettarsi a capofitto in un sistema elettorale oligarchico ed autoritario.
    Tutta la storia dall’unità ai nostri giorni dimostra che se un potere non è bilanciato da un altro indipendente dal primo,la tentazione quantomeno autoritaria è sempre dietro l’angolo.
    Addirittura,attualmente abbiamo un parlamento che è rappresentativo soltanto dei capipartito che hanno formato le liste e deciso loro chi fosse eletto;e infatti il cosiddetto potere legislativo è ancor più in mano dell’esecutivo.
    Sarebbe stato questo il punto su cui intervenire referendariamente.
    A proposito poi di logiche distorte mi sorge una domanda:
    Ma se,come è vero,è già possibile per una lista ottenere da sola la maggioranza dei parlamentari a che scopo indire questi referendum? (Escluso il terzo,che da solo non giustifica nulla)
    Saluti e chi può risponda!

  4. gloria scrive:

    me ne ero dimenticata

  5. Loska scrive:

    Il voltafaccio idv è stato quasi imbarazzante e ho notato anche io questo accantonamento della questione referendaria. Nonostante il porcellum fosse (e sia ancora) un buon discorso da campagna elettorale. Ma come dice sempre il dir, tira di più etc etc

  6. federico scrive:

    è un referendum che peggiora il porcellum attuale: passiamo da un’oligarchia a un’oligarchia partitocratica peggiore e più arrogante contro il popolo.
    Il Regime italiano è diviso in due fazioni: mafia televisiva e banche. Vuole avere il 100% dei deputati anziché il 99%.
    La normativa sugli spazi è fuorilegge e peggio applicata in modo ulteriormente fuorilegge, come sempre in RAI.

  7. Z scrive:

    Credo che l’errore di fondo, già commesso nel 1991 con il referendum che aprì la strada all’uninominale all’inglese, sia quello di credere che una legge elettorale possa cambiare la cultura politica di un popolo, mentre a mio avviso non può che rispecchiare e fotografare l’assetto politico-culturale di un determinato Paese.
    Infatti una legge elettorale sostanzialmente uninominale non portò né al bipartitismo, né tantomeno alla scomparsa dei ribaltoni, dei rimpasti e dei ricatti politici.

    Nell’ormai lontano 1991 il plebiscito referendario, più che un voto ragionato, fu un voto di protesta in una fase di grande fermento (caduta del muro, inizio delle inchieste di mani pulite) e di grande speranza nel cambiamento. Una dimostrazione del fatto che la gente in realtà non sapeva cosa stesse votando nel merito, fu la vittoria anche del referendum sulla depenalizzazione del consumo di stupefacenti, un miracolo inconsapevole altrimenti impossibile nell’Italia dei crocifissi.
    Non solo, nel lontano 1991 Berlusconi non era ancora sceso in campo col suo partito-azienda.

    A distanza di vent’anni si può fare qualche considerazione.
    Il bipolarismo non esiste, esiste semmai un inquietante monocentrismo pluripartitico all’insegna del quale (quasi) tutte le forze politiche rincorrono il voto “moderato” piccolo-borghese e cattolico.
    Se il risultato del premio di maggioranza sono mostri politici come il PD, del quale non si sa più se sia di destra o sinistra, laico o cattolico, pacifista o interventista, zuppa o pan bagnato, ma che somiglia sempre più ad un grande carrozzone per la raccolta del voto “utile”, beh allora meglio il proporzionale puro.
    Un Berlusconi che dovesse raccogliere una maggioranza parlamentare eccessiva è un rischio reale per il già fragile assetto istituzionale di questo Paese.

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