Somethin stupid that i love you
C’è il Regno degli storpi. Una specie di ricovero coatto di infelici. Lo sono
spesso, non sempre. Quando possono tormentare qualcun altro sono anche affascinanti, terribilmente divertenti. C’è la scena del finto stupro di quella priva di tutti gli arti. Ad esempio, ma ne è uno. La fanno tutti i venerdì, perché poi ci vogliono due giorni per ricomporsi dalle risa. C’è Genova , uno che entra gratis in tribuna e fa il tifo per il genoa e la sampdoria a seconda del suo vicino di posto insultando tutti. Tanto la partita non la vede mai. E non perché volge le spalle al gioco. E’ cieco. C’è Eleanor rigby, la chiamano così perché a furia di mettere il sale per terra così che la carrozzina scivoli o s’intoppi avrà celebrato più acchiappi che un’agenzia. Matrimoniale. Ti voglio bene, dice, è una cosa stupida da dirsi e allora basta dare una scusa alla gente, ma scusi avevo io la precedenza, non è stata colpa mia, un incidente, per rimanere insieme una ruota dentro l’altra.
Grande Fiume, invece, non ha niente. E’ un toro. Sprizza salute da tutti i pori. Ha ancora tutte le sue gambe e le sue braccia, un cervello per soffrire cioè per capire che cosa ti fa soffrire, ha ancora anni avanti a sé. Sarà questo. La sua disabilità è la solitudine. E’ stato solo tutta la vita. Il problema è che più va avanti e più i cocci coi quali ha dialogato ora non bastano più, ora sono pesanti da digerire. Ora deviano in mille rivoli la sua personalità. E la sua sofferenza. Almeno quella, che gliela lasciassero tutta intera. Il giovedì organizzano di solito il furto di cibarie. E’ un modo come un altro per darsi i bastoni da passeggio sulla testa. Ai paraplegici prima glielo nascondono, poi glieli bruciano. Ricordarsi dove li hai nascosti se non hai la libertà di muoversi e tutti i sensi a posto può essere scomodo e frustrante. Per sentire il fuoco non c’è bisogno di vederci e delle orecchie. E allora come glielo prendi, glielo annerisci con l’accendino. Così che prima si scotta, poi lo molla. E allora gli dai fuoco mentre quello cade e si contorce. E prova a spegnere l’incendio con le lacrime, che chissà quando te ne danno un altro. Genova dice che i primi tempi provavano a fare i pompieri persino con la pipì. Mamma Maria vaticina il futuro. A qualcuno non basta avercene uno. Vorrebbero di più, sentirsi amati. E allora attacca con la solfa. “Unico, raro, irraggiungibile”, vaticina a tutti così mentre li tocca e li raggiunge ben bene nell’intimo. Del portafoglio. Si vendono pure quelli. Già pieni. Tanto Mamma Maria non saprebbe distinguere un soldo del Monopoli da uno vero.
La domenica si fa dibattito, conversazione. Grande Fiume ha fatto mettere al posto suo una foto. Quando ci furono le Olimpiadi dei disabili a Torino, Genova si mise la maglietta con su scritto “Olympia” e lesse ad alta voce ciò che ricordava di avere scritto. Dice che quando si tratta del miglior mondo per i miglior vegetali possibili, lui s’impiccia sempre e lui non rinuncia alla verità in cambio dello stile :
“Non guardo le Olimpiadi degli handicappati o “diversamente abili” come un pietoso, per gli altri, linguaggio gli indora la pillola.
Non lo faccio perché non mi piace guardare gente storpia e menomata che si sforza di apparire sana e felice, come vorrebbe il senso comune fossimo tutti noi. La normalità di tutti noi.
Il mio occhio preferisce gente di bell’aspetto e pienamente abile mentre si sforza di superare il possibile. Che dà sangue al mio senso estetico e che mi fa provare invidia.
Non una caricatura – contentino in uno sgradevole sforzo qualunque di sgorbi che dovrebbero ispirarmi compassione. E che non mi fanno sentire neanche contento di non essere come loro. Perché la salute e la bellezza sono sempre negli altri.
Ed i salti in alto li lascio a questi ultimi”.
Non applaudirono ma furono comprensivi un po’ tutti.
Dove ci porta il cuore è in natura il posto più sporco che ci sia.
Il sabato, mercato. Storpi che non san mantenere il danaro in mano si appoggiano ai ciechi che lo pesano. Si traffica in amici immaginari e legno per farsi le bare su misura. A seconda del pezzo che ti manca. Grande Fiume ha ricomprato tutti i soldi del Monopoli rubati da Mamma Maria perché dice che così a lui la bara gliela fanno così piccola che tutto quel vuoto che ci ha dentro si restringa.
Uno che l’onestà intellettuale l’ha avuta per sempre ed oramai non se la può più mica dare è “Tell me lies”. Tell me sweet little lies, quando attorno ci ha una donna.
Uno che prima stava dall’altra parte, in corsia col camice, a taglieggiare le carrozzine. Ed ora che sta dentro il grand’imbroglio dei non sani fa come gli ex sbirri al gabbio, il filosofo per non pagare pegno. Non è raro sentirlo concionare contro l’evidenza, tanto là in mezzo chi controlla, “sto dove vivo e non mi muovo da qui”. A quelli dentro da troppo tempo, che magari pensano la gente felice sia almeno quando balla, spegnergli la televisione. Oppure con l’occhio cattivo di quando gli uomini storpi o diversamente malati che siano mai mentono, cioè dopo pranzo, ammettere, concedere qualcosa.
“Il problema non è essere i primi, che quelli sono primi, hanno già avuto. Né gli ultimi, perché quelli saranno i primi. Il problema è chi sta in mezzo. Che fa”.




Avere solo il futuro non basta, se non si è amati. Proprio per questo ci si trascina fino al giorno dopo, cercando un futuro diverso, nonostante le evidenze del presente.
Non so se a Vincenzo piacerà l’assonanza, ma la lettura delle “Storie miserabili” mi fa sempre venire in mente questo verso
“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”
Un sorriso, punto e basta
C.
Aggiudicata. Grazie.