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Internidi Massimo Zamarion (zamax)
pubblicato il 25 maggio 2009 alle 11:30 dallo stesso autore - torna alla home

Quelli che benpensano, oggi, dovrebbero imparare dalla storia quanto, spesso, sono le donne a decidere i destini degli stati. Cosa che in Italia è già successa: ecco quando

Uno degli aspetti più scoraggianti della petulanza meschina dimostrata da certa sinistra a riguardo del caso “Noemi” è l’ignoranza che essa dimostra della nostra storia, e intendo proprio di quella parte che si presume nobile di essa, della quale ora, smessi i panni stretti della discendenza comunista, si proclama erede, in forza della golden share che la società sedicente civile si Camillo Benso Conte di Cavour jpg LItalia è mobile, qual piuma al ventoriserva sui destini della nostra patria. E allora è giunta l’ora di dire una parola chiara sulle origini oscure dello stato italiano, una storia che gira attorno a Camillo Benso Conte di Cavour, la cui figura di autentico e irreprensibile statista tanto rimpiangiamo in tempi di deboscia quali quelli odierni.

IN SERIE A – Camillo, rampollo aristocratico fino al midollo, e quindi con le antenne prontissime a captare quei pochi spifferi di novità che entravano da oltralpe nel sonnacchioso stato piemontese, per di più con parentele ginevrine all’epoca nella quale la città sul Lago Lemano era un covo di democratici e liberali che la sapevano lunghissima, abbandonò fin da giovanetto la religione cristiana per abbracciare quella liberale. D’intelligenza pronta, di indole vulcanica e sopraffattrice, da ragazzo era una testa calda che rischiò di finir male. Insofferente all’autorità, sarcastico, il giovane fu lungamente sospettato di giacobinismo negli ambienti di corte e probabilmente fu solo l’influenza del padre Michele Benso, marchese di Cavour, uomo abile e con la testa sulle spalle, e provvidenzialmente “vicario e sovrintendente generale di politica e di polizia della città di Torino” negli anni ruggenti dell’inquieta giovinezza del nostro, a far sì che la traiettoria mondana di Camillo non si arenasse subito. Tuttavia questa falsa partenza in qualche modo condizionò i suoi rapporti con la Corte fino alla morte. Vittorio Emanuele II, maschio oltremodo galante, noto per correre la cavallina con ruspante entusiasmo, il cui tocco barbarico fece venire il mal di testa ai rappresentanti della nostra diplomazia quando si trattò di organizzare visite di stato a Parigi e Londra, ma che per nostra fortuna nel cerchio dei potenti d’Europa fu trattato con la longanime condiscendenza con la quale si accoglie in casa il pittoresco quadrupede non ancora perfettamente addomesticato; il “Re Galantuomo”, insomma, non poteva proprio vedere quell’ometto tarchiato dall’enorme capoccione, assurto a capo del sempre sospetto partito liberale, cui l’amabilità nei rapporti privati era sconosciuta, e al quale il Re preferiva persino il capo del “centro-sinistro”, Urbano Rattazzi; e quasi con dolore si rassegnò a dargli le redini del governo. Tuttavia i due padri della nazione, nonché veri figli della razza italica, collaborarono con piena unità d’intenti, da veri bricconi, quando si trattò di usare il tenero corpo della femmina per sfondare le difese avversarie: fu anche grazie a questo che il grande giocatore e sublime sbruffone Cavour riuscì a portare nelle serie A europea uno stato da barzelletta; fu un pezzetto decisivo del suo disegno strategico, ostinatamente perseguito, di provocare l’Austria e di far intervenire con una qualche parvenza di giustificazione la Francia sul suolo patrio. Buon per lui che l’Impero degli Asburgo, invece di grattarsi saggiamente la pancia, abboccò all’amo gettato dal filibustiere dello stato sabaudo: a quel tempo, infatti, era già guidato da Francesco Giuseppe, che sveglio nella sua vita non lo fu mai, figuriamoci da giovanotto.

SEXUAL CRIMES - Due i crimini contro il bel sesso commessi dalla strana coppia, legati ambedue alla politica di avvicinamento e poi di alleanza con la Francia di Napoleone III. Il primo misfatto, una storia da magnaccia, fu perpetrato nel 1855, al tempo della guerra di Crimea, quando con una mossa disperata da vu cumprà offrirono alle papille gustative di Napoleone III un bocconcino delizioso, la disinvolta contessa Virginia di Castiglione, donna di gran classe e di facili costumi, la “statua di carne”, secondo la definizione datane dalla principessa di Metternich. La bomba sexy di Torino non produsse alcun effetto sul momento, ma non è detto che da allora in poi l’imperatore gallico non associasse alle faccende italiane l’odor della femmina che s’era pappato molto divertito dal dilettantismo dei poveracci della penisola; dilettantismo apparente, ché le mene del Conte fruttificarono di lì a qualche anno con l’alleanza del 1859. E allora avvenne il secondo fattaccio: Maria Clotilde di Savoia, la figlia del Re, fu offerta in sacrificio alla gloria patria, mandandola in sposa all’età di sedici anni al principe Napoleone, Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte, noto puttaniere allora trentasettenne. Una santa donna, dalla schiena diritta, che fece fare un figurone alla nostra disgraziata schiatta quando nel 1870, alla caduta di Napoleone III, fu l’ultima ad abbandonare, con la regale eleganza di chi non fugge, la nave che affondava. I due recitarono in modo disgustoso: Cavour facendo pressioni implacabili dirette e indirette sulla povera fanciulla (per la causa dell’unità italiana, “la più bella impresa dei tempi moderni”, era disposto a correre “ben altri pericoli che l’odio di una ragazza e le ire dei cortigiani”); il Re adducendo a sua giustificazione la tirannia del primo ministro. Proprio in quell’epoca si fecero sempre più forti le voci chehayez ritratto%2520di%2520camillo%2520benso%2520conte%2520di%2520cavour[1] LItalia è mobile, qual piuma al ventoVittorio Emanuele II, divenuto vedovo qualche anno addietro,  avesse deciso di mettere almeno parzialmente la testa a posto sposando La Rosina, la più famosa delle sue amanti. Che il Re si sputtanasse con una figlia del popolo parve al campione dei liberali una cosa enorme, un insulto infame alla sua politica che non poteva ammettere pubbliche macchie al fragile prestigio dello stato piemontese, proprio nel momento in cui da somarello campagnolo stava per prendere faticosamente il diploma di maturità nel continente. Fece circolare voci maligne che mettevano in dubbio la reputazione della Bela Rosin quale amante fedele del boss, facendo viscidamente intendere che in realtà oltre al Re la favorita non disdegnasse di farsi altri bellimbusti. Ma non bastò. Ad un certo punto Camillo perse completamente la testa. Si presentò al Re investendolo con aspre parole; gli fece una lavata di capo memorabile; alla fine l’ebbe vinta e il Re soprassedette per il momento al suo proposito (lo attuò più in là, quando l’Italia era fatta e Cavour aveva tirato le cuoia). Ma Vittorio Emanuele II fece la figura del moccioso preso per un orecchio e rimesso in riga. Da quel momento l’antipatia e i sospetti sempre latenti verso la figura del Conte si trasformarono in un odio implacabile che neanche la prematura morte del Conte estinse.

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